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Islam

Accordo sul nucleare iraniano. Il dibattito sui media arabi

Il segretario di Stato John Kerry e il Ministro degli Esteri iraniano Mohammed Zarif

Non accenna a placarsi il dibattito dei media arabi sunniti sul tema dell’accordo sul nucleare iraniano, divisi tra chi ritiene che sia una grande beffa e chi invece lo considera un boccone amaro da ingoiare ma anche una possibilità.

A quasi due mesi dalla sigla dell’accordo sul nucleare iraniano, il dibattito sugli effetti che questa intesa potrà avere sugli equilibri geopolitici e diplomatici dell’area mediorientale non accenna a diminuire. Il mondo arabo sunnita è diviso. C’è chi ritiene che l’accordo sia una beffa frutto dell’astuzia dell’Iran e dell’ingenuità degli Stati Uniti, chi teme che maggiori risorse finanziarie per l’Iran significhino una più grande interferenza iraniana nelle questioni mediorientali, e chi invece è fiducioso e ritiene che l’accordo possa essere il primo passo verso la riduzione degli attriti e dei conflitti regionali. Non manca chi interpreta la scelta di Khamenei e della leadership politica di sedersi al tavolo dei negoziati alla luce della storia sciita. Presentiamo di seguito alcuni tra i più significativi commenti pubblicati dal quotidiano panarabo al-Sharq al-Awsat, di proprietà saudita, e dal sito del Brookings Doha Center, per offrire un’idea delle reazioni dei sunniti del Golfo alla notizia dell’accordo nucleare.

 

 

La politica del venditore di tappeti

 

 

Delusione per Mamoun Fandy, presidente del London Global Strategy Institute, secondo il quale i 5 + 1 hanno siglato un «accordo illusorio e assurdo», facendo il gioco dell’Iran. Il primo aspetto problematico dell’accordo nucleare sarebbero le due mentalità diverse che l’hanno ispirato: la mentalità da “produttore di tappeti” di Rouhani, della Guida della rivoluzione e del ministro degli Esteri Zarif, e la mentalità “del mondo del McDonald’s” di Obama e della sua amministrazione. Gli iraniani hanno pensato di poter negoziare con gli Stati Uniti con i tempi del produttore di tappeti, che impiega due anni per tesserne uno e un anno per venderlo. Gli Stati Uniti invece si aspettavano tempi da McDonald’s e contavano di poter raggiungere un’intesa rapidamente e a qualunque prezzo. Tuttavia le aspettative occidentali sono andate deluse e i 5+1 avrebbero finito per stare al gioco del produttore di tappeti, che avrebbe venduto all’Occidente un prodotto di media qualità presentandolo come il migliore sul mercato. In altre parole gli iraniani avrebbero vantato il possesso di migliaia di centrifughe di cui in realtà non dispongono e l’Occidente, nei panni dell’acquirente gabbato, ne avrebbe negoziato il dimezzamento. Ma la quantità di centrifughe negoziata – spiega Fandy – è superiore a quella attualmente in possesso dell’Iran. Perciò nei fatti l’accordo autorizza di fatto l’Iran a espandere il proprio programma nucleare, mentre l’Occidente vive nella convinzione di aver raggiunto un buon accordo! Eppure non era il nucleare il vero obbiettivo iraniano – sostiene ancora lo studioso – perché le priorità reali erano altre: restituire una buona reputazione a un sistema che stava franando dall’interno, rivitalizzare l’economia e aumentare l’influenza iraniana nella regione. Quanto agli effetti di questo accordo nei Paesi del Golfo, Fandy sostiene che il problema più grave non sia la minaccia nucleare, che tanto preoccupa l’Occidente e Israele, ma l’influenza nefasta che l’Iran potrà esercitare sulla regione e il conseguente rischio di un’ulteriore destabilizzazione.

 

Come ricorda Ibrahim Fraihat, vice-direttore del Brooking Doha Center, la fine delle sanzioni consentirà all’Iran di accedere a maggiori risorse finanziarie, che il Paese potrebbe destinare al finanziamento degli “amici” sciiti. La tesi più diffusa è che l’Iran ha finanziato due guerre civili, in Siria e in Yemen, quando era sotto sanzioni, e ora, con decine di miliardi di dollari in più nelle casse, potrebbe fare molto peggio.

 

 

Buon viso a cattivo gioco

 

 

Più positivo invece è il parere di ‘Abd al-Rahmân al-Râshid, editorialista di al-Sharq al-Awsat ed ex-direttore della TV satellitare Al-Arabiya, che smorza i timori di quanti prospettano tempi burrascosi per le relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, alleati da quando nel 1945 Roosvelt incontrò il Re saudita ‘Abdulaziz al-Saud sulla corazzata Quincy. Da allora le relazioni diplomatiche – spiega l’autore – hanno dato prova di stabilità e i due Paesi sono stati capaci di superare gli attriti e di gestire le minacce e le crisi che si profilavano nella regione. Negli anni ’60 hanno affrontato insieme la corrente nasserista in Egitto e baatista in Siria, negli anni ’70 si sono uniti contro i comunisti nello Yemen meridionale e negli anni ’80 contro i khomeinisti in Iran, mentre negli anni ’90 hanno saputo fronteggiare l’invasione irachena del Kuwait.

 

Una crisi diplomatica, sostiene l’autore, andrebbe a tutto svantaggio dei Paesi del Golfo poiché si ripercuoterebbe sul piano politico ed economico. Senza un alleato forte come gli Stati Uniti è difficile gestire le minacce regionali, e lo è ancora di più far crescere l’economia. Per al-Râshid non è un caso che il Golfo sia in grado di produrre oltre 15 milioni di barili di petrolio al giorno mentre l’Iran, che pure possiede la seconda riserva di petrolio del Medio Oriente, ne produce solo 3 milioni. Inoltre la storia dei Paesi musulmani e delle loro relazioni diplomatiche dimostrerebbe che gli stati alleati con gli USA sviluppano un’economia più florida e una maggiore stabilità rispetto a quelli storicamente alleati con la Russia e la Cina. In questa fase converrebbe perciò all’Arabia Saudita e ai vicini fare uno sforzo diplomatico e ingoiare l’amaro boccone.

 

 

Vittoria postuma

 

 

Per Nadîm Koteich, opinionista libanese, l’intesa sul nucleare rappresenta una vittoria postuma del Movimento Verde, della giovane élite liberale iraniana che ha deciso di integrarsi con il mondo e abbandonare le idee della rivoluzione khomeinista. Coloro che, in Iran, sono scesi in piazza ad accogliere festanti il ministro degli Affari esteri Zarif dopo il raggiungimento dell’accordo con il “grande satana”, erano gli stessi che si erano opposti all’idea di esportare la rivoluzione, urlando lo slogan «No al Libano, no alla Siria, la mia vita solo per l’Iran!». E in un certo modo, la Guida della Rivoluzione avrebbe accontentato questi giovani, spalancando le porte della riconciliazione con l’Occidente e liberando il potenziale della società iraniana. La firma dell’accordo infatti non sarebbe stata possibile senza il consenso e la benedizione della Guida della rivoluzione, che ha dovuto scendere a compromessi aprendo i siti nucleari iraniani alle ispezioni. Khamenei – scrive ancora Koteich – ha cercato di legittimare la logica delle concessioni alla luce della storia dello sciismo, attingendo da alcuni dei miti fondativi della Shia. Se la rivoluzione iraniana si ispirava alla figura rivoluzionaria di Husayn, ucciso nella battaglia di Kerbala (680), e Khomeini poneva grande enfasi sul suo martirio, Khamenei si sarebbe invece lasciato ispirare dalla vicenda di Hasan, l’altro figlio di ‘Ali. Chi conosce la storia sciita sa infatti che Hasan, alla morte di ‘Ali, rinunciò al califfato a causa delle pressioni dell’omayyade Mu‘awiya, con il quale raggiunse un accordo. Come Hasan, che dovette fare un passo indietro, anche l’establishment iraniano, firmando l’accordo sul nucleare, sarebbe dovuto scendere a compromessi, con l’Occidente questa volta.

 

 

In sintesi, nonostante la delusione diffusa, il timore di ingerenze e la preoccupazione che un Iran più ricco possa significare una maggiore capacità di contrattazione degli sciiti nei Paesi arabi in cui sono minoranza, la sensazione è che tra questi opinionisti di punta prevalga la politica del meno peggio. È diffusa la consapevolezza che per i Paesi del Golfo è meglio accettare, seppur a malincuore, l’accordo siglato e mantenere buoni rapporti diplomatici con gli Stati Uniti piuttosto che ritrovarsi ad agire da soli o con altri partner come la Russia e la Cina, che non sarebbero garanti di crescita economica e di stabilità. D’altronde, come ricorda al-Râshid, non è la prima volta che il Golfo ha dovuto adattarsi a condizioni sfavorevoli imposte dagli Stati Uniti.

 

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