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Cristiani nel mondo musulmano

Copti al bivio dopo l’OPA islamista

Il monastero copto di Sant'Antonio [© Martino Diez - Oasis]

Dagli anni '70 la comunità copta in Egitto è vittima di violenze rivelatrici di un malessere cronico.

Questo articolo è pubblicato in Oasis 22. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 26/04/2019 10:14:44

Si rimane sempre stupiti dall’enorme divario tra le diverse stime del numero dei copti in Egitto: dal 5,7% della popolazione complessiva (quindi attualmente un po’ meno di 5 milioni di persone) secondo il censimento ufficiale del 1996, al 15% o addirittura 20% talvolta rivendicato dalle fonti ecclesiali[1]. L’incertezza sul numero effettivo dei cristiani egiziani va ad aggiungersi al malessere che il dibattito sull’identità nazionale alimenta al loro interno. La sovrastima della popolazione copta va spesso di pari passo con una sorta di etno-nazionalismo che rifiuta l’arabità dei cristiani egiziani, considerati più autenticamente “egiziani” dei musulmani del Paese. In realtà, la questione del peso della popolazione copta sarebbe meno spinosa se la cittadinanza offrisse il quadro di riferimento dei diritti e dei doveri. Di contro, in questo delicatissimo momento di transizione politica e sociale, in cui ferve il dibattito sull’identità dell’Egitto, la questione del numero diventa vitale. In ogni caso, oggi i copti sono indiscutibilmente la comunità cristiana più consistente del mondo arabo. Meno colpiti rispetto agli altri cristiani del Medio Oriente dal fenomeno dell’emigrazione[2], quantomeno fino a tempi recenti, i copti rappresentano la forza più viva del Cristianesimo e una presenza decisiva per la sua sopravvivenza nella regione che l’ha visto nascere.

 

 

 

 

 

Identità islamica e sotto-cittadinanza copta

 

 

A partire dall’inizio degli anni ’70, la retorica islamista ha approfittato della povertà e delle disuguaglianze persistenti in Egitto, aggravate da un regime dittatoriale e predatore, per denunciare il fallimento dei modelli d’importazione e invocare l’applicazione integrale dei principi dell’Islam come unica via di salvezza nazionale. L’azione degli islamisti si è tradotta in particolare in violenze ricorrenti contro i copti. Avendo adottato una politica ambigua, oscillante tra larvata complicità e coercizione frontale, il regime post-nasseriano non è riuscito a soffocare l’ascesa dell’islamismo politico. Nei fatti, esso ha favorito un’islamizzazione rampante del diritto, dell’istruzione, dei media e di molti altri ambiti della società, strumentalizzando inoltre le tensioni intercomunitarie per legittimare le proprie pratiche autoritarie. Ha tentato di rafforzare la propria legittimità sottolineando più o meno radicalmente l’identità islamica “nazionale” e riducendo i copti a una sotto-cittadinanza profondamente interiorizzata, subdola reincarnazione della dhimma, lo statuto inferiore e discriminatorio imposto dalla legge islamica alle Genti del Libro fino alla sua abolizione nella metà del XIX secolo. Come Laure Guirguis ha mostrato in maniera molto convincente, il regime giocava in questo modo all’apprendista stregone: con il pretesto di cementare l’unità nazionale, sovrintendeva di fatto a una vera e propria frammentazione del tessuto sociale.

 

 

Allo stesso tempo, il pontificato di Shenouda III (Papa dal 1971 al 2012) si è distinto per un esasperato controllo ecclesiale sull’insieme della comunità copta. Esclusi dal normale esercizio della cittadinanza, i copti si sono ritrovati confinati nell’ambiente sicuro ma anche inibitore della Chiesa, diventata quasi l’unico riferimento identitario, tanto più che il regime, coerentemente con la sua strategia di segmentarizzazione, la considerava il suo unico interlocutore. Tra i laici si levavano però voci di critica sempre più forti per l’autoritarismo conservatore del patriarca e la sua confisca della rappresentanza copta. Queste critiche sarebbero state rilanciate, con un’inedita foga contestatrice, dai giovani postisi alla testa della Rivoluzione nel gennaio 2011. Quest’ultima ha rivelato, contro ogni attesa, che la comunità copta era attraversata dalle stesse linee di frattura che laceravano la società egiziana nel suo insieme. Alcuni laici copti sensibili alle aspirazioni della modernità si sono allora accorti di avere più valori in comune con i musulmani “liberali” che con una maggioranza di loro confratelli docilmente sottomessi alle ingiunzioni e al conservatorismo di una Chiesa che pagava con la sottomissione al potere il prezzo della monopolizzazione della vita comunitaria.

 

 

 

 

 

Escalation di violenza

 

 

Così, nonostante la Chiesa avesse messo in guardia da un movimento insurrezionale di cui temeva a ragione la rapida islamizzazione, molti copti hanno partecipato entusiasti, insieme ai loro compatrioti musulmani, alle manifestazioni di piazza Tahrir che il 25 gennaio 2011 hanno portato al crollo del regime di Hosni Mubarak. Dopo lunghi mesi in cui la situazione economica e sociale era andata sempre più deteriorandosi, era stato l’attentato contro la chiesa dei Due Santi ad Alessandria, avvenuto nella notte del 30 dicembre 2010 – un’esplosione di cui alcuni hanno significativamente accusato, a torto o a ragione, il ministro degli Interni – a dare, per così dire, il via alle turbolenze, facendo esplodere la collera dei cristiani nei confronti di un potere incapace di garantire la pace civile, se non addirittura interessato a comprometterla. Spazzando via un regime che ai loro occhi era privo di qualsiasi legittimità, liberticida e avido, indifferente alle esigenze della giustizia sociale ed economica, gli attivisti di Tahrir hanno esposto manifesti e bandiere in cui la mezzaluna islamica abbracciava la croce cristiana, simbolo di convivialità intercomunitaria apparso per la prima volta durante la “Rivoluzione” costituzionalista del 1919. Molti osservatori si erano mostrati decisamente ottimisti: la rivoluzione in atto lasciava sperare la nascita di una cittadinanza egiziana finalmente capace di trascendere le appartenenze religiose.

 

 

Questo clima di consenso purtroppo è durato poco, rovinato molto presto da gravi violenze che hanno messo a nudo un malessere intercomunitario cronico. All’inizio di marzo, l’incendio appiccato a una chiesa a Soul, nella periferia meridionale del Cairo, provocava degli scontri sanguinosi tra musulmani e copti nel quartiere degli zabbâlîn (mondezzai) di Moqattam, nel corso dei quali “l’interposizione” dell’esercito costava la vita a tredici cristiani[3].

 

 

Simili scontri si verificarono all’inizio di maggio a Imbâba, un altro quartiere povero a ovest della capitale, dove la convivenza islamo-cristiana è particolarmente difficile a causa dell’influenza islamista: l’attacco contro una chiesa dove sarebbe stata tenuta sotto sequestro una cristiana desiderosa di convertirsi all’Islam si concluse in quell’occasione con dodici morti. Il lungo sit-in di protesta pacifica davanti alla televisione di Stato (un edificio che porta il nome dell’egittologo francese Maspero), organizzato da alcuni militanti laici copti (ormai noti come Shabâb Maspero, “i giovani di Maspero”), finì per provocare il 9 ottobre una brutale repressione militare conclusasi in una carneficina: circa venticinque morti, per la maggior parte cristiani, molti dei quali schiacciati dai blindati. Agli occhi di molti, la gerarchia ecclesiastica si trovava discreditata per via della sua compromissione con il regime decaduto e per il suo silenzio di fronte alla brutalità dell’esercito. Il 6 gennaio 2012, giorno del Natale copto, la messa solenne di Shenouda III fu clamorosamente interrotta dagli schiamazzi – un fatto senza precedenti – di alcuni giovani indignati dall’accoglienza riservata ai generali presenti.

 

 

 

 

 

Fratelli senza freni

 

 

La massiccia mobilitazione elettorale dei copti, a favore soprattutto del nuovo partito degli Egiziani liberi fondato dal miliardario Naguib Sâwîris, magnate delle telecomunicazioni, non riuscì a pesare sull’esito delle elezioni legislative di dicembre-gennaio, che si conclusero con una valanga islamista: Fratelli musulmani e salafiti si accaparravano insieme il 72% dei seggi. Certo, nel giugno 2011 le elezioni presidenziali si caratterizzavano per un sussulto dell’elettorato non-islamista: il candidato dei Fratelli, Muhammad Morsi, accedeva alla funzione suprema solo grazie a una maggioranza risicata (51,7%) e al termine di uno scrutinio dalla regolarità sospetta. Consapevole della fragilità di questa vittoria, Morsi volle lanciare segnali di apertura nominando consiglieri provenienti dalle minoranze sociali e politiche, tra cui un copto, Samir Morqos, che tuttavia già a novembre rassegnava le dimissioni da un posto privo di ogni sostanza. Era infatti diventato ben presto evidente che il Presidente non poteva e non voleva essere altro che il tramite servile di una strategia di accaparramento del potere da parte dei Fratelli.

 

 

Agendo come se la maggioranza ottenuta alle urne gli conferisse una libertà assoluta nell’esercizio del potere, Morsi oltrepassò ben presto i limiti del suo mandato lanciando una vera e propria OPA dei Fratelli su tutta la società e nominando loro rappresentanti a incarichi strategici in molte istituzioni statali o organismi parastatali. Quanto alla nuova Costituzione, adottata in seguito a referendum nel dicembre 2012, essa faceva riferimento alla sharî‘a non più in maniera generica e quindi poco vincolante come nel caso della precedente Carta fondamentale, ma in termini che spianavano la strada a un’intensa islamizzazione del sistema giuridico. A questo si aggiungevano le incessanti violenze perpetrate impunemente da milizie affiliate ai Fratelli (incendi di chiese, saccheggio di scuole o di sedi di associazioni, rapimenti contro riscatto…).

 

 

Certo, questi abusi erano all’ordine del giorno già con Mubarak, ma tutto sembra indicare che sotto la presidenza Morsi siano andati aggravandosi, incoraggiati dalla percezione della nascita imminente di uno “Stato islamico”. In alcuni villaggi dell’Alto Egitto gli islamisti non arrivarono forse a reimporre ai cristiani la jizya, la tassa discriminatoria abolita nella metà del XIX secolo? Nello stesso aprile del 2013 la passività delle forze dell’ordine durante i sanguinosi scontri avvenuti nei pressi della cattedrale patriarcale del Cairo esasperò definitivamente i copti. Essi si unirono allora in massa al grande movimento popolare di opposizione Tamarrud (“Ribellione”), che, radunando milioni di cittadini, musulmani e cristiani, avrebbe causato la caduta di Morsi. Il nuovo Papa Tawadros II, eletto il 4 novembre dell’anno precedente e apprezzato per la sua apertura teologica ed ecumenica che rompeva con l’atteggiamento ultra-conservatore del suo predecessore, aveva espresso fin da subito la sua volontà di disimpegnare la Chiesa dal campo politico, lasciando ai laici l’incarico di assumersi le proprie responsabilità. Tuttavia, sotto la minaccia dell’islamizzazione totale perseguita dai Fratelli, si sentì costretto a scendere in campo e appoggiare pubblicamente la destituzione del Presidente da parte dell’esercito il 3 luglio 2013: un evento che alcune cancellerie e media occidentali hanno forse assimilato con troppa facilità a un colpo di Stato militare, quando è evidente che Morsi aveva compromesso irrimediabilmente non solo la propria legittimità ma anche, secondo alcuni, la propria legalità a causa soprattutto della sua collusione con gruppi jihadisti stranieri attivi nel Sinai[4]. Il sostegno papale ha indotto i Fratelli a trasformare i cristiani in capri espiatori, accusandoli di essere stati i principali promotori dell’opposizione a Morsi. La comunità copta fu immediatamente vittima di rappresaglie selvagge, che andarono moltiplicandosi dopo il 14 agosto 2013, quando l’esercito represse con un eccesso di brutalità omicida l’ultimo caposaldo dei sostenitori di Morsi in piazza Rabi‘a al-‘Adawiyya. Circa ottanta chiese furono incendiate, vari centri comunitari devastati, diversi cristiani furono vittime di violenze fisiche, alcuni vennero assassinati. Per la prima volta nella storia contemporanea dell’Egitto questi abusi sui cristiani furono riconosciuti come tali e sfruttati dal nuovo potere per giustificare l’implacabile repressione contro i Fratelli.

 

 

 

 

 

Al-Sisi: salvatore delle minoranze?

 

 

Per la maggior parte dei copti così come per molti egiziani, il maresciallo Abdel Fattah al-Sisi appare oggi come il salvatore, colui che ha impedito ai Fratelli musulmani di fare man bassa della società, con tutti i pericoli che questo avrebbe comportato per i cristiani. La nuova Costituzione, sottoposta a referendum nel gennaio 2014 e sostenuta dalla Chiesa, presenta progressi significativi, nonostante mantenga l’articolo 2 che fa riferimento alla sharî‘a come fonte principale della legislazione. L’articolo 1 afferma che «il regime è repubblicano democratico e si fonda sulla cittadinanza e sul primato della legge». L’articolo 3 consacra l’autonomia delle minoranze cristiana ed ebraica in materia di statuto personale e religione. Essa apre inoltre nuove prospettive sulla libertà di costruire luoghi di culto (un tema quanto mai sensibile).

 

 

Non c’è dubbio che le deregolamentazioni letali che hanno fatto seguito alla caduta della dittatura irachena, siriana e libica abbiano agito da deterrente. Sono in molti a credere che l’unico modo di evitare il caos o la presa del potere da parte dell’islamismo più radicale sia il ritorno a uno Stato forte. La sollecitudine di cui al-Sisi ha circondato la comunità cristiana dopo l’abietta decapitazione di 21 lavoratori copti per mano dei seguaci libici dell’ISIS nel febbraio 2015 ha evidentemente rafforzato la sua immagine di protettore della convivenza interreligiosa. Se il profilo securitario e “muscoloso” del regime suscita molte riserve, è giusto non condannarlo troppo frettolosamente. Al-Sisi è del resto un uomo complesso che non si lascia decriptare tanto facilmente. Musulmano devoto, con la moglie che indossa il velo, la sua mano tesa ai copti sembrava sincera. Almeno così è stata interpretata la sua presenza alla liturgia patriarcale di Natale nel gennaio 2015, una prima nella storia del Paese, mentre il giorno prima alcuni poliziotti erano stati uccisi davanti alla chiesa a cui montavano la guardia, in Medio Egitto. La volontà dichiarata di al-Sisi di combattere la cancrena dell’Islam provocata da un radicalismo ideologico astioso e passatista merita quanto meno di essere incoraggiata, quali che siano le sue motivazioni politiche. Con altrettanto interesse va accolto il discorso coraggioso pronunciato davanti alle autorità di al-Azhar il 1° gennaio scorso, qualche giorno prima degli attentati di Parigi contro Charlie Hebdo, ma passato quasi inosservato. Al-Sisi vi confessava che la paura e il rifiuto dell’Islam che si stanno diffondendo universalmente sono causate dall’Islam stesso, e che questo timore è fondato. Invocando un rinnovamento del pensiero musulmano, faceva eco ai due manifesti pubblicati dall’Azhar nel giugno 2011 e nel gennaio 2012, a favore della libertà di religione, di opinione, di ricerca scientifica e creatività artistica, oltre che di uno di Stato democratico e civico. Prendendo atto della fiducia che i copti e molti loro concittadini musulmani ripongono in al-Sisi, non bisognerebbe forse dargli del tempo, piuttosto che giudicarlo in nome dei nostri soli paradigmi “democratici”, che è irrealistico voler imporre al Vicino Oriente? È a questa pazienza che, quando ne hanno l’occasione, i cristiani egiziani invitano i loro amici occidentali, non senza sottolineare che è stata la violenza del progetto fagocitante dei Fratelli musulmani a porgere sul piatto d’argento al nuovo potere un assegno in bianco per riorganizzare uno Stato securitario. Ma i più concordano sul fatto che le maniere forti e anche brutali con cui al-Sisi gestisce la sua controffensiva si giustificano solo se essa è provvisoria. La riapertura del dialogo nazionale sulla base delle aspirazioni espresse dai cittadini nel gennaio 2011 è la sola via praticabile, e va percorsa con urgenza se si vuole evitare che i risentimenti nati dalle violenze seguite alla Rivoluzione del 3 luglio 2013 si cristallizzino definitivamente tanto negli ambienti islamisti che hanno subito la repressione e sono stati per questo spinti alla radicalizzazione estrema, quanto nella comunità copta ferita dalle devastazioni subite per effetto dell’ingiusta accusa di essere stata la causa principale della caduta di Morsi.

 

 

 

 

 

L’isola dei copti

 

 

Avendo sostenuto la presa del potere da parte del maresciallo al-Sisi e il parziale ritorno dei vecchi meccanismi autoritari, i copti rischiano forse, come alcuni temono, di ricadere nell’inibizione politica e sociale di una minoranza “protetta” da uno Stato che di fatto ne alimenta la segregazione? Oppure la cultura del dibattito e l’aspirazione alla cittadinanza generati dagli eventi del 2011 hanno impresso alla loro dinamica identitaria uno slancio capace di dare loro la forza di uscire da questa ambiguità, di cui sono vittime anche altre comunità cristiane del Vicino Oriente, a partire dai cristiani in Siria? Inoltre, nonostante le prime dichiarazioni d’intenti del nuovo Papa, non stiamo forse assistendo al ritorno di una Chiesa che si arroga l’esclusiva della rappresentanza cristiana, nonostante la critica interna sempre più insistente?

 

 

Il fatto nuovo è che ormai i copti non appaiono più come un insieme omogeneo, quanto come una comunità molto variegata e quindi capace di rispondere alle sfide del presente in modi diversi. Il recente documentario del cineasta Ahmed Rashwane, L’île des coptes (“L’isola dei copti”), rappresenta efficacemente questa eterogeneità. Verosimilmente la maggioranza dei cristiani mantiene un atteggiamento di fedeltà obbediente e devota verso la Chiesa, accettando i vincoli paralizzanti della sua ala protettrice. Ma sono numerosi anche coloro – e tra questi vi sono i giovani entusiasti per la modernità e la democrazia civica, che siano vicini al movimento Maspero o a quello degli Egiziani liberi – che si associano alla critica di un’istituzione considerata troppo rigida (soprattutto sulla problematica del divorzio) e oppressiva. Alcuni, come il gruppuscolo dei Copti 38[5], si sono spinti fino a tradurre il proprio dissenso unendosi alle fila del partito salafita al-Nûr. Il film mette particolarmente in luce l’intensità del dibattito che oppone i copti proprio sull’atteggiamento da adottare verso un nuovo potere troppo legato ai militari, ritenuti responsabili delle carneficine di Moqattam e Maspero.

 

 

Se al-Sisi riuscirà a ripristinare una stabilità soddisfacente e ad avviare un miglioramento economico e sociale, avrà l’intelligenza e la volontà di prendere le distanze dai vecchi schemi di potere e di abbozzare la costruzione di un vero e proprio Stato di diritto in cui prevalgano i principi della cittadinanza? In un mondo arabo-musulmano al crocevia, è da questa evoluzione che dipenderà l’uscita dei copti dal ghetto comunitario e il loro impegno massiccio nella vita sociale e politica egiziana, con una Chiesa ormai dedita soprattutto alla sua missione essenziale di animatrice della vita spirituale e promotrice della solidarietà.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis 

 

 

 

 

 

Bibliografia essenziale

 

 

Christian Cannuyer, Les coptes : renouveau spirituel et repli communautaire, in Vincent Battesti e François Ireton (a cura di), L’Égypte au présent. Inventaire d’une société avant révolution, Sindbad-Actes Sud, Arles 2011, pp. 901-916.

 

 

Sebastian Elsässer, The Coptic Question in the Mubarak Era, Oxford University Press, Oxford 2014.

 

 

Antoine Fleyfel, L’Égypte, le combat pour la citoyenneté, in Id. (a cura di), Géopolitique des chrétiens d’Orient, L’Harmattan, Paris 2013, pp. 151-180.

 

 

Laure Guirguis, Les coptes d’Égypte. Violences communautaires et transformations politiques (2005-2012), Karthala, Paris 2012.

 

 

Gaétan du Roy, «Les coptes et la révolution : l’identité chrétienne dans l’espace public», in Bernard Rougier, Stephan Lacroix (a cura di), L’Égypte en révolutions, PUF, Paris 2015, pp. 253-268.

 

 

Mariz Tadros, Copts at the Crossroads. The Challenge of Building Inclusive Democracy in Egypt, American University in Cairo Press, Cairo-New York 2013.

 

 

Fadel Sidarouss, Le rôle des chrétiens dans la culture arabo-musulmane de l’Égypte contemporaine, in Marie-Hélène Robert, Michel Younès (a cura di), La vocation des chrétiens d’Orient. Défis actuels et enjeux d’avenir dans leurs rapports à l’islam, Actes du colloque international à l’Université catholique de Lyon (26-29 mars 2014), Karthala, Paris 2015, pp. 88-111.

 

 

 

 

 

 

 

 

Note

 

 

[1] Si veda l’articolo egregiamente documentato di Cornelis Hulsman, Discrepancies between Coptic Statistics in the Egyptian Census and Estimates Provided by the Coptic Orthodox Church, «Mélanges de l’Institut Dominicain d’Études Orientales» 29 (2012), pp. 419-482, che conclude per la credibilità complessiva dei censimenti ufficiali, nonostante un piccolo margine di errore dovuto a qualche tensione o alla manipolazione dei dati.

 

 

[2] Il numero dei copti della diaspora è difficilmente valutabile. Le stime più diffuse si aggirano attorno a un milione, ma alcune propongono cifre di gran lunga superiori. Questa diaspora è stata spesso accusata, non senza ragione, di aggravare dall’esterno la frattura comunitaria tra musulmani e cristiani rimasti in Egitto.

 

 

[3] Si veda il suggestivo studio di Gaétan du Roy, La campagne d’al-Misriyyin al-Ahrâr chez les chiffonniers de Manchiyit Nâsir, «Égypte/Monde arabe», 10 (2013), che mostra come, in seguito a questi eventi e nel contesto nato dalla Rivoluzione, sia emerso un voto copto che sembra rispondere alle preoccupazioni politiche della Chiesa, e allo stesso tempo si traduce in una rivendicazione di trasparenza e democratizzazione all’interno di quest’ultima.

 

 

[4] La nomina a governatore di Luxor di Adel Mohammed Al-Khayat, condannato in qualità di leader del gruppo che nel 1997 aveva ucciso 57 turisti presso il sito archeologico di Deir el-Bahari, la dice lunga sulle torbide connivenze tra il presidente e il takfirismo più radicale.

 

 

[5] Questo gruppo deve il suo nome al braccio di ferro che nel 1938 oppose il consiglio comunitario copto laico (Majlis millî) al Santo Sinodo della Chiesa sulla questione dell’estensione della possibilità di divorzio al di fuori del solo caso di adulterio. Questa questione rimane molto delicata: l’impossibilità di divorziare per motivi diversi dall’adulterio spinge infatti ogni anno molti copti a convertirsi all’Islam per poter divorziare e risposarsi. Nel luglio del 2015 un altro gruppuscolo, al-Sarkha, “L’urlo”, ha addirittura chiesto la deposizione di Papa Tawadros II per la sua inflessibilità sulla questione. È su questo problema che nel 2004 e nel 2010 si sono innestate le incredibili saghe di Wafaa Constantine e Camilia Shehata, mogli di due preti copti che, secondo alcuni, avrebbero voluto convertirsi all’Islam per divorziare, ciò che sarebbe stato loro impedito con la forza dalla Chiesa. Queste peripezie hanno suscitato violente reazioni negli ambienti islamisti, fino a essere sfruttate da al-Qaida e ISIS per giustificare i crimini contro i cristiani (in particolare il massacro dei lavoratori copti in Libia nel febbraio 2015) e hanno rivelato la profondità dell’irrigidimento comunitario attorno alla questione della libertà religiosa.

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Christian Cannuyer, Copti al bivio dopo l’OPA islamista, «Oasis», anno XI, n. 22, nnovembre 2015, pp. 44-52.

 

Riferimento al formato digitale:

Christian Cannuyer, Copti al bivio dopo l’OPA islamista, «Oasis» [online], pubblicato il 5 novembre 2015, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/copti-al-bivio-dopo-lopa-islamista.

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