Basta un volo low cost fino a Istanbul e poi spariscono oltre il confine siriano, tra le fila dei combattenti del Califfo. Sono i ragazzi, a volte minorenni, che partono dall’Europa dove spesso sono cresciuti ed educati, e che arrivano a non sopportare più. Cosa scatta in loro? Cosa cercano nel sangue?

Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:10:11

I loro volti tornano in maniera sincopata tra le pieghe delle notizie di cronaca e non ci si abitua, lasciano interdetti. Sono i primi piani di giovanissimi e giovanissime “normali”, ragazzini e ragazzine che incrociamo nelle nostre giornate più ordinarie e che un giorno decidono di unirsi al jihad in Siria o Iraq nelle milizie dalle bandiere nere del Califfo, disposti a farsi saltare in aria o a sgozzare innocenti per ottenere un posto in paradiso.

Tecnicamente li definiamo foreign fighters, come se l’etichetta inglese potesse attenuare quell’abisso con cui non riusciamo del tutto a fare i conti: non sono ceceni o afghani usi al kalashnikov, ma adolescenti o poco più, in genere cresciuti nei Paesi occidentali, educati nelle nostre scuole, formalmente “integrati”, che a un certo punto decidono di lasciare tutto e partire verso Oriente. Basta un volo low cost fino a Istanbul, da dove chi li ha adescati facilmente li accompagna oltre confine, nel nuovo Califfato dove sognavano di arrivare.

Ma cosa accade prima di quel decollo? Il processo di arruolamento di questi giovani è gestito in modo astuto, si avvale di mezzi di propaganda efficaci, tecnologici e intelligenti che raggiungono questi giovani spesso nella loro solitudine. Nella maggior parte dei casi il contatto avviene attraverso internet: nella rete si formano dei gruppi affascinanti di persone che inneggiano a una vita eroica, che propongono una strada radicalmente alternativa. Propinano video costruiti ad arte, con format hollywoodiani perfetti per persuadere.

Un’antropologa francese, Dounia Bouzar, ha vagliato i casi di 400 famiglie toccate dal dramma di un figlio jihadista e ha decostruito il processo di “spersonalizzazione” dei giovanissimi e la loro riduzione a carne da macello per Isis. Gli abili emiri del jihad toccano menti e cuori dei giovani con un messaggio chiave: «Quel senso di malessere che provi verso i tuoi coetanei, la tua famiglia, la società, non significa che sei sbagliato tu, anzi. È segno della tua “elezione”. Tu sei l’eletto di Dio, a te Dio ha svelato delle verità che agli altri non è dato di vedere. Seguici». E a questa persuasione si aggancia una serie di ulteriori suggestioni: il mondo è dominato da complotti e menzogna, l’unica via che può condurre alla giustizia e alla verità – alle quali questi nuovi adepti ambiscono dal profondo – è la via dell’Islam, quello proposto secondo l’interpretazione terroristica e violenta dei Isis. E questo processo di radicalizzazione, al contrario di quel che in genere vien facile pensare, non attecchisce esclusivamente tra poveri o ignoranti o figli emarginati di immigrati musulmani, ma anche tra giovani di classe media e con un buon livello scolastico. In Francia nel 60% dei casi si tratta di figli di famiglie benestanti e nel 40% atee.

E dunque? Se l’economia, la sociologia e l’appartenenza religiosa non spiegano tutto lo spettro dei casi, cosa resta? Cosa cercano davvero quegli sguardi di jihadisti-ragazzini? Fabrice Hadjaji, filosofo francese, ha provato a rispondere provocando sfacciatamente l’Occidente: cercano una ragione per cui valga la pena dare la propria vita. Cercano un senso: lo sostiene anche la Bouzar, dove scrive che «l’engagement et le combat donnent du sens à leur existence». Quel senso lo vanno a cercare in Oriente, in una guerra sanguinosa. Perché? Perché non lo trovano in un’altra dimensione? Qui, in Europa dove sono cresciuti?

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