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Focus attualità

Algeria: tra proteste in fermento e repressione

Proteste ad Algeri durante il Ramadan nel 2019 [BkhStudio - Shutterstock]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 30/05/2020 11:35:13

Con la fine del Ramadan, sono ricominciate le proteste in Algeria, scrive Le Monde. In realtà, per l’Eid al-Fitr, che si è svolto tra domenica 24 e lunedì 25 maggio, il governo algerino aveva proibito i tipici ritrovi familiari che caratterizzano questa festa, al fine di evitare un ulteriore aumento di contagi di Covid-19. Durante il mese di Ramadan, infatti, il numero di casi di Covid-19 ha subito un’impennata, soprattutto nella capitale Algeri, e sono state imposte una serie di restrizioni alle attività commerciali dopo che a inizio mese molti negozi avevano riaperto.

 

Ma nonostante le limitazioni per la pandemia e il divieto governativo di svolgere manifestazioni, a est della capitale, nella città di Kherrata, la stessa località da dove è partito il movimento dell’Hirak a febbraio 2019, si sono svolti dei cortei antigovernativi. Tuttavia i video che documentano le recenti proteste non hanno potuto essere verificati in maniera indipendente dall’agenzia stampa AFP che li ha raccolti.

 

In ogni caso, negli ultimi mesi, nonostante il lockdown e il conseguente fermo alle proteste, molti manifestanti sono stati incarcerati, racconta Orient XXI. Le autorità algerine hanno colpito organizzazioni come il Rassemblement Action Jeunesse (RAJ) che hanno partecipato attivamente all’Hirak, sebbene il movimento di protesta, prima di arrestarsi per la pandemia, sia sempre stato pacifico. La pandemia quindi, da una parte ha reso i giovani impazienti di tornare in strada e mobilitarsi, un desiderio condiviso sui social network, dall’altra ha offerto al governo l’occasione di stringere un giro di vite contro i manifestanti e molti giornalisti.

 

Le proteste hanno però varcato i confini algerini, arrivando sul suolo francese. Dopo la proiezione di un documentario sull’Hirak, l’Algeria ha richiamato il proprio ambasciatore a Parigi, riporta AFP. Il documentario del giornalista Mustapha Kessous si intitola Algérie mon amour e racconta le proteste dell’Hirak attraverso le esperienze di cinque giovani algerini. Andato in onda martedì 26 maggio sul canale France 5, insieme alla proiezione del film "Algérie: Les Promesses de l'Aube", ha generato le ire del regime algerino. Il ministro degli Esteri algerino ha dichiarato che il "carattere ricorrente dei programmi trasmessi dalle televisioni pubbliche francesi [...], apparentemente spontanei e con il pretesto della libertà di espressione, sono in realtà attacchi al popolo algerino e alle sue istituzioni, tra cui l'ANP [armée nationale populaire]". Il comunicato del Ministro algerino continua denunciando "questo attivismo, dove l'inimicizia incontra il rancore, che rivela le intenzioni malevole e durature di certi ambienti che non desiderano che si instaurino relazioni pacifiche tra Algeria e Francia, dopo cinquantotto anni di indipendenza”.

 

Ritiro anticipato in Afghanistan?

 

L’accordo tra Stati Uniti e talebani siglato a Doha lo scorso 29 febbraio prevedeva la riduzione del contingente americano in Afghanistan da 13.000 a 8.600 unità entro metà luglio 2020, per poi arrivare al ritiro completo a marzo 2021. A causa del Coronavirus, però, il ritiro delle forze americane e NATO sta procedendo più velocemente del previsto e l’obiettivo delle 8.600 unità potrebbe essere raggiunto già nel mese di giugno, scrive Reuters.

 

Il New York Times ripercorre l’evoluzione del regime talebano in Afghanistan, che in due decadi è riuscito a porre fine alla presenza americana nel Paese. Attraverso una serie di interviste a ufficiali talebani, afgani e occidentali si capisce come i talebani siano riusciti a mettere fuori gioco la superpotenza militare americana. Dopo il 2001 i talebani hanno dato vita a una rete decentralizzata di combattenti con un forte legame con il territorio, poi trasformatasi in una serie di cellule autosufficienti. Nonostante gli attacchi americani abbiano causato moltissime perdite alla controparte nemica, l’insorgenza talebana è riuscita a continuare a reclutare combattenti grazie a un’efficace propaganda e alle risorse finanziarie provenienti dal narcotraffico. Gli attentati contro le forze governative afgane hanno poi diffuso il terrore nel Paese e un’escalation di violenza si è verificata anche nelle scorse settimane, prima che venisse dichiarata una tregua di tre giorni per la festività che chiude il mese sacro di Ramadan, l’Eid al-Fitr.

 

Foreign Policy riporta la volontà del governo afgano di estendere ulteriormente la tregua, proposta che non è stata accettata dalle forze talebane. Il rilascio dei prigionieri talebani, sebbene stia procedendo a singhiozzi, continua. Ma nemmeno questo è garanzia che i talebani smetteranno di attaccare le forze governative o civili.

 

In questo contesto il problema, fa notare l’International Crisis Group, è cosa potrebbe succedere se il ritiro americano avvenisse senza che le parti intra-afgane abbiano trovato un vero accordo di pace. L’inizio dei colloqui intra-afgani era stato fissato al 10 marzo, ma è stato posticipato a data da destinarsi. Le condizioni negoziate tra Washington e i talebani a Doha prevedono il ritiro delle truppe e l’impegno da parte di Kabul per evitare che al-Qaeda utilizzi il territorio afgano per lanciare nuovi attacchi. Nulla è ancora stato definito sul futuro del Paese, e il ritiro americano potrebbe non avvenire senza un accordo tra governo afgano e talebani, dato che in questa eventualità Kabul non avrebbe nessun tipo di forza negoziale contro i talebani. Tuttavia, un’improvvisa ritirata degli americani non è da escludere finché a Washington siederà l’amministrazione Trump. Quello che è certo è che il livello di violenza resterà alto in Afghanistan con o senza il ritiro del contingente internazionale, rendendo sempre più difficile il raggiungimento di una pace duratura.

 

La guerra in Libia non è una guerra libica

 

La scorsa settimana vi avevamo raccontato del coinvolgimento in Libia della Russia, a supporto di Haftar, e della Turchia, che invece appoggia il governo di al-Serraj. Come nel conflitto siriano, Mosca e Ankara si trovano a combattere su fronti opposti, ma, scrive Formiche, le due potenze mantengono contatti costanti e un approccio molto pragmatico. L’ago della bilancia sembra ora pendere verso Ankara, soprattutto dopo che sabato scorso un reggimento di mercenari Wagner al servizio di Haftar, ha abbandonato Tripoli per dirigersi verso la base di Al-Jufra, dove li attendevano i MiG russi.

 

Ma nonostante una possibile imminente sconfitta, il coinvolgimento russo continua, e sembra muoversi su più direzioni: da una parte, come scrive Agenzia Nova, ora che è fallita l’offensiva di Haftar su Tripoli, Mosca vuole evitare che al-Serraj raggiunga Bengasi, mentre Haftar cerca altri sponsor internazionali, rivolgendosi soprattutto agli Emirati Arabi Uniti. D’altra parte, come invece sostiene Le Monde, il conflitto libico si sta sempre più “regionalizzando”: la Tripolitania, a ovest, è ormai nella morsa turca, mentre la Cirenaica, a est, si trova sotto influenza russa.  È infatti di martedì il comunicato del comando statunitense in Africa (AFRICOM) che conferma la presenza di jet russi in Libia e che dichiara che una base aerea russa permanente sarebbe un grave pericolo anche per “il fianco meridionale dell’Europa”.

 

Gli analisti non prevedono un radicale cambiamento nello scontro in Libia grazie all’impiego dell’aviazione russa, commenta Middle East Eye: è invece molto più probabile che l’obiettivo di Putin sia consolidare la propria posizione politica in Cirenaica per presentarsi a eventuali negoziati da una posizione di forza. Come in Siria si è generato uno stallo tra le forze russe e turche, non è da escludere che la stessa situazione possa replicarsi ora nel teatro libico, tornando alla situazione presente prima dell’offensiva di Haftar su Tripoli. Se le mire russe puntano a consolidare il controllo su parti di territorio siriano e libico, la Turchia sta lentamente rafforzando la propria posizione nel Mediterraneo orientale. Erdogan e al-Serraj avevano stipulato un accordo per il controllo del Mediterraneo orientale nel dicembre 2019, ma in Europa le tensioni con la Turchia possono esser fatte risalire al 2015, quando l’Eni, cercando nuove forniture di gas naturale liquefatto (GNL) aveva cercato di mettere in comune le risorse offshore di Cipro, Israele ed Egitto, andando a scombussolare i piani di Ankara, che già in precedenza aveva adocchiato questo hub energetico, ricorda l’European Council on Foreign Relations.

 

Una supremazia, quella turca, che non si basa solamente sulla rete di gasdotti: il consolidamento nel Mediterraneo orientale avviene anche attraverso il dispiegamento di mercenari siriani in Libia, scrive il Guardian. Nonostante le rimostranze europee per l’accordo tra Tripoli e Ankara sul controllo del Mediterraneo orientale (in base al trattato il controllo turco si estende alle acque territoriali della Grecia) e la minaccia di ulteriori sanzioni contro le trivellazioni turche al largo delle coste cipriote, i piani della Turchia sembrano non incontrare ostacoli. La scommessa di Erdogan su al-Serraj sta dando i suoi frutti, e non solo sul piano militare: le finanze del GNA alimentate dalle rendite sul petrolio non sono certo esigue, ed Erdogan “sta cercando di recuperare miliardi di dollari in contratti di costruzione incompiuti firmati sotto Gheddafi” e arrivare per primo nella corsa per la ricostruzione del Paese quando il conflitto sarà terminato.

 

Ma anche se sul piano internazionale, la Turchia di Erdogan sembra in continua espansione, a livello interno, ricorda Orient XXI, i problemi da affrontare restano parecchi: sebbene la gestione della pandemia di Covid-19 sia stata finora abbastanza efficiente, la crisi economica non risparmierà la Turchia: la lira turca è già molto debole, le riserve di valuta straniera si sono quasi dimezzate e gli investitori stranieri si stanno progressivamente ritirando.

 

In breve

 

Una nave iraniana carica di petrolio è arrivata in Venezuela sfidando le sanzioni americane (Le Monde)

 

In Libano la situazione finanziaria è sempre più grave (The Guardian)

 

Il nuovo primo ministro iracheno Mustapha Al-Kadhimi ha annunciato di voler riportare le milizie sciite sotto il controllo del governo (Foreign Affairs)

 

L’anno scorso in Sudan 120 manifestanti sono stati uccisi. Le famiglie delle vittime hanno recentemente protestato per i ritardi nelle indagini sul massacro. (Middle Easy Eye)

 

Nella regione siro-irachena lo Stato islamico torna a essere una minaccia (The Guardian)

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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