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Le nostre letture

Critica della tradizione in nome del Corano

Le 17 questioni scomode del rapporto tra l’Islam e le donne

Questo articolo è pubblicato in Oasis 30. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 21/01/2020 10:28:48

Islam et femmes - Lamrabet - MB.jpg

 

 

Recensione di Asma Lamrabet, Islam et femmes. Les questions qui fâchent, En toutes lettres, Casablanca 2017

 

Asma Lamrabet, nata a Rabat e medico di professione, da molti anni promuove una lettura riformista dell’Islam soprattutto nell’ambito dei rapporti di genere: un approccio che la differenzia tanto dai femminismi laici, per i quali l’uguaglianza tra uomo e donna passa per il depotenziamento della religione e la secolarizzazione della società, quanto dal tradizionalismo islamico, che concepisce le relazioni tra i sessi in termini di complementarietà più che di parità.

 

Il suo ultimo libro, Islam et femmes, compendia il suo lungo percorso di riflessione e attivismo, evidenziando diciassette questioni problematiche – dalla superiorità originaria dell’uomo fino al tabù del corpo femminile –, intorno alle quali si è cristallizzata una lettura discriminatoria dell’Islam. Quanto delicati siano i temi affrontati dal volume è provato dalla stessa biografia di questa dottoressa prestata alle scienze religiose. Lamrabet è infatti stata per sette anni direttrice del Centro studi sulle questioni femminili della Lega Muhammadica degli Ulema di Rabat – un’istituzione che ha lo scopo di diffondere una conoscenza corretta della religione – dalla quale ha dovuto dimettersi nel 2018 a causa delle sue posizioni controcorrente sul regime successorio previsto dalla giurisprudenza islamica tradizionale.

 

L’idea di Lamrabet è che a penalizzare le musulmane non sia il Corano in sé, quanto le interpretazioni affermatesi nel corso della storia dell’Islam. Queste avrebbero travisato lo spirito originario del testo sacro, forzandone la lettera o ignorandola ingiustificatamente a beneficio di altre fonti.

 

Nella prima fattispecie rientra per esempio la questione della poligamia: è vero che il Corano consente agli uomini di sposare fino a quattro mogli, ma vincola quest’eventualità a un trattamento rigorosamente paritario delle spose (Cor. 4,2-3) di cui decreta al contempo l’impossibilità (4,129). Partendo da questo luogo comune del pensiero riformista, Lamrabet conclude che l’intenzione divina contenuta nel testo è la monogamia, mentre giuristi e teologi «hanno interpretato i versetti riguardanti la poligamia come un sorta di assegno in bianco che permette di avere diversi partner, iscrivendo tale concessione sul registro dei vantaggi sessuali accordati agli uomini» (p. 65). Nella stessa tipologia si colloca il problema del valore giuridico della testimonianza delle donne, pari secondo il Corano a metà di quella degli uomini. Su questo punto la lettera del testo sacro parrebbe chiara: «Convocate due testimoni, uomini della vostra gente, e se non ci sono due uomini, un uomo e due donne, scelti fra coloro che accettate come testimoni» (Cor. 2,282). Senonché, afferma Lamrabet, il versetto va interpretato alla luce della situazione specifica a cui fa riferimento, che è quella della scrittura di un debito. La sua finalità non sarebbe dunque stabilire una discriminazione tra uomini e donne, quanto «instaurare una deontologia del rispetto delle clausole di un contratto» (p. 113), le cui modalità pratiche sono legate al contesto di ogni epoca e non possono assumere un valore normativo atemporale.

 

Del secondo caso, quello dell’origine extracoranica di talune norme, fa parte la sanzione prevista per l’adulterio. Il Corano stabilisce che, una volta accertato sulla base di una quadruplice testimonianza, esso vada punito con cento colpi di frusta, indifferentemente dal genere maschile o femminile del colpevole. Nella giurisprudenza si è però affermata la pena della lapidazione, ricavata da alcuni hadīth che, confermando la legge ebraica, avrebbero abrogato quanto previsto dal Corano.

 

Riassumendo i risultati della sua rassegna, Lamrabet osserva che sulle diciassette questioni prese in esame, soltanto sei (la responsabilità maschile, la poligamia, la correzione violenta delle donne, il velo, l’eredità e il valore della testimonianza femminile) dipendono da un’esegesi inadeguata di altrettanti versetti coranici, diventati «il quadro di riferimento della lettura patriarcale» (p. 189). Tutte le altre tematiche (inferiorità femminile originaria, lapidazione, natura intrinsecamente seduttrice della donna, obbligo del tutore, sottomissione agli uomini, divieto di sposare uomini non musulmani, etc.) discendono invece da tradizioni o materiali extracoranici.

 

L’elenco proposto dall’autrice in realtà è incompleto. Stupisce per esempio che, trattando della superiorità maschile, Lamrabet non discuta il versetto secondo cui «gli uomini sono un gradino più in alto» (2,228). A prescindere da queste omissioni, i nodi messi in luce dall’autrice rinviano tutti al compito di rileggere criticamente l’esegesi e la giurisprudenza tradizionali, tema affrontato nelle conclusioni del volume. Come altre femministe, Lamrabet afferma la necessità di un nuovo paradigma, incentrato su una lettura olistica del testo sacro che ponga «la tematica della relazione tra uomo e donna entro la visione e la coesione globale del messaggio» (p. 198). Il cuore del Corano non sarebbe tanto la disciplina giuridica della vita socio-religiosa, quanto un’etica umanista universale fondata sull’uguaglianza e la giustizia. È alla luce di quest’ultima, oltre che dei diritti umani, che andrebbero letti i versetti maggiormente legati al contesto sociale patriarcale in cui nacque l’Islam, e con il quale Muhammad si pose in atteggiamento polemico. E lo stesso procedimento andrebbe utilizzato per stabilire il giusto rapporto tra Corano e Sunna, subordinando la validità della seconda alla sua coerenza con lo spirito del primo.

 

Questo approccio suggerisce una possibile via d’uscita dalle problematiche puntualmente individuate da Lamrabet, ma non risolve una questione di fondo, che riguarda lo statuto stesso della rivelazione e precede perciò qualsiasi lavoro esegetico. Se il testo coranico, nella sua integralità, è registrazione letterale della parola eterna di Dio, in che misura e secondo quale criterio è possibile distinguere tra i suoi aspetti contingenti e il suo messaggio universale sovratemporale? È una domanda che Lamrabet non pone, ma che resta ineludibile per qualsiasi tentativo riformista.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Michele Brignone, Critica della tradizione in nome del Corano, «Oasis», anno XV, n. 30, dicembre 2019, pp. 137-139.

 

Riferimento al formato digitale:

Michele Brignone, Critica della tradizione in nome del Corano, «Oasis» [online], pubblicato il 10 dicembre 2019, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/donne-corano-questioni-problematiche-poligamia-testimonianza-adulterio.

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