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Medio Oriente e Africa

Egitto: “Il regime è stato decapitato, ma non è ancora caduto”

Intervista a Ahmad Bahâ’ al-Dîn Sha‘abân, Segretario Generale del Partito Socialista Egiziano e Presidente dell’Associazione Nazionale per il Cambiamento, a cura di Chiara Pellegrino

 

 

Ahmad Bahâ’ al-Dîn Sha‘abân è il Segretario Generale del Partito Socialista Egiziano e Presidente dell’Associazione Nazionale per il Cambiamento, fondata nel 2010 da al-Baradei. Membro fondatore del movimento Kifâya, è un attivista politico dall’epoca di Sadat, come testimoniano anche i molti testi di cui è autore: Vola la farfalla. Kifâya, il passato e il futuro. (Raffa al-firâsha. Kifâya, al-mâdî wa al-mustaqbal); La democrazia e la rivoluzione in Egitto (Al-dîmuqrâtiya wa al-thawra fî Misr); La battaglia delle classi sociali nell’Egitto contemporaneo (Sirâ‘ al-tabaqât fî Misr al-mu‘âsira).

 

 

Nonostante le promesse di un vero cambiamento politico, alcune delle scelte e azioni di chi governo ora l’Egitto che suscitano preoccupazioni. I ministeri chiave, ad esempio, come il ministero delle Finanze, il ministero degli Esteri, la Difesa, sono stati assegnati a membri del regime di Mubarak.

 

 

Tra i ministri nominati, cinque sono Fratelli Musulmani e la maggior parte degli altri ministeri chiave, gli Esteri, gli Interni, la Difesa sono stati assegnati a ministri vicini alla fratellanza. Ma in questo io non vedo nessuna contraddizione. I Fratelli Musulmani sono parte del vecchio regime quindi, come si può immaginare, non hanno alcun problema a riconfermare ministri dell’epoca di Mubarak. La rivoluzione del 25 gennaio è stata scandita dallo slogan “Il popolo vuole la caduta del regime”. Fino a questo momento il regime non è ancora caduto, ne è stata mozzata la testa, ma il corpo è ancora ben ancorato. Per questo motivo, non è strano che i Fratelli ripropongano i simboli del vecchio regime. Durante la rivoluzione i Fratelli hanno stipulato un’alleanza con il CSFA poi, quando è caduto Mubarak, si sono affrettati a soffocare la rivoluzione. Hanno redatto la nuova Costituzione, hanno spinto il popolo alle elezioni quando la rivoluzione non era ancora giunta al termine e poi il CSFA ha consegnato il potere ai Fratelli. Il regime non è cambiato.

 

 

La nomina del giudice Ahmad Mekki come ministro della giustizia è stata definita da alcune testate straniere “audace” per le idee rivoluzionarie del giudice, come la difesa dell’indipendenza del potere giudiziario, che può garantire una maggiore giustizia. Che cosa ne pensa?

 

 

No, non sono d’accordo. Conosco personalmente quasi tutti i ministri nominati e posso assicurare che anche Ahmad Mekki è molto vicino ai Fratelli Musulmani. Pur aderendo alla dottrina dell’ “indipendenza del potere giudiziario” (istiqlâl al-qadâ’) secondo la quale i tre poteri, giudiziario, legislativo ed esecutivo, dovrebbero essere separati, è sempre stato molto vicino ai Fratelli. Questa nomina ha destato molta rabbia perché si pensa che i Fratelli, attraverso di lui, avranno il controllo della giustizia. Gli unici nominati che non fanno parte direttamente della fratellanza sono i tecnocrati, anche se si può dire che la maggior parte di essi in un modo o nell’altro gravita nella loro orbita.

 

 

Le minoranze religiose sono appena rappresentate. C’è solo un ministro cristiano, Nadia Zakhari, nominata Ministro della Ricerca scientifica.

 

 

Non conta l’appartenenza religiosa di un ministro, l’importante è che sia egiziano e abbia a cuore l’interesse del Paese. Io personalmente sono contrario a definire i cristiani come una minoranza religiosa. Noi non guardiamo ai cristiani in quanto tali. Siamo un popolo solo, cristiani e musulmani condividono la stessa lingua, le stesse tradizioni, la stessa vita e fanno parte di questo Paese senza alcuna distinzione. L’Egitto in origine era un paese cristiano. Io sono musulmano e penso di avere a cuore l’interesse del mio Paese più di molti cristiani. Il problema è che loro hanno paura. Ed è vero che in questo periodo particolare in cui viviamo spesso i cristiani vengono discriminati.

 

Piuttosto, tra i ministri nominati non c’è nessuno che rappresenta la rivoluzione. La rivoluzione è stata rubata dai Fratelli Musulmani e dall’Islam politico. E quello che noi vediamo ora non esprime per nulla lo spirito della rivoluzione anzi, è contrario.

 

 

Ai salafiti è stato offerto un solo ministero e loro, per protesta, hanno boicottato il gabinetto.

 

 

I salafiti non hanno mai avuto nulla a che vedere con la politica. Durante la rivoluzione gli shaykh invitavano a non prenderne parte perché considerano qualunque rivoluzione contro il governante, un atto di kufr. Poi hanno formato partiti politici, nonostante la legge e la Costituzione vietino la formazione di partiti religiosi, musulmani e cristiani indistintamente. Nonostante questa legge il CSFA ha permesso ai Fratelli e ai salafiti di formare 8 partiti a connotazione religiosa: al-Hurriya wa al-‘adâla, al-Nūr, al-Islâh, al-Fadîlah, al-Tanmiya wal-islâh, ecc… I salafiti volevano 6 o 7 ministeri e, in particolare, puntavano al Ministero dell’Istruzione e della Cultura. Diciamo, ai ministeri tramite i quali è possibile cambiare la testa delle persone. Per questi due ministeri c’è stata una vera e propria battaglia tra salafiti e Fratelli.

 

 

E gli Awqâf, gli Affari Religiosi?

 

Inizialmente dovevano essere assegnati ai salafiti, poi al-Azhar si è opposta. Alla fine hanno scelto uno shaykh vicino ad al-Azhar.

 

 

Chi governa in Egitto ora?

 

 

Governa il regime di Mubarak, privato della testa. Le relazioni di potere e di forza createsi all’epoca di Mubarak sono ancora vive. La rivoluzione del 25 gennaio aveva tre obiettivi principali: la caduta del regime, la costruzione di uno Stato laico, la giustizia sociale. Questi tre obiettivi non sono ancora stati realizzati. Per questo dico che ci sarà una seconda rivoluzione. Nella prima metà del mese di luglio ci sono stati ben 271 scioperi dei lavoratori. C’è molta rabbia oltre alla sensazione che la rivoluzione non ha raggiunto gli obiettivi. Per questo motivo la prossima rivoluzione sarà la rivoluzione dei poveri, delle classi sociali popolari, dei lavoratori, dei contadini.

 

 

Secondo lei, quale politica adotterà il governo Mursi verso Israele?

 

 

Per Israele non ci saranno problemi. Si continua sulla linea di Mubarak. Non ci saranno crisi. Dopo le elezioni, al Cairo sono venuti molti politici americani e in quell’occasione i Fratelli Musulmani hanno assicurato che manterranno buone relazioni con Israele. Dopo che Mursi è stato eletto Presidente della Repubblica, Shimon Perez, si è congratulato con lui.

 

 

Parliamo di Kifâya, il movimento nato nel 2004, di intellettuali, persone di sinistra, socialisti e Fratelli Musulmani, tutti alleati contro Mubarak. Adesso che Mubarak è caduto, esiste ancora? Qual è ora il suo ruolo?

 

 

Kifâya esiste ancora ma si è molto indebolita. Non ha più lo stesso ruolo che aveva in passato. Il suo motto era “la lil-tamdîd, la lil-tawrîth”, “No ad un altro mandato, No ad una repubblica ereditaria”. Tutto questo adesso è finito, le condizioni sulle quali era nata Kifâya sono cambiate. Io ho lasciato il movimento molto tempo fa. Io credo che se Kifâya vuole svolgere un ruolo nel futuro deve rigenerarsi sotto tre aspetti: rinnovare i suoi membri, modificare la sua struttura, e deve imparare a relazionarsi maggiormente con la società.

 

 

Facciamo un salto nel passato. Mi racconti la sua esperienza di militante negli anni di Sadat.

 

 

A quell’epoca ero uno studente universitario alla facoltà d’Ingegneria presso l’Università del Cairo. Noi eravamo la generazione entrata all’università dopo la sconfitta del 1967. Israele aveva vinto, aveva invaso il Sinai e Suez, a 100 km dal Cairo. L’obiettivo della nostra generazione era far pressione per liberare la nostra terra. All’università organizzavamo manifestazioni che si sono protratte fino a quando l’esercito ha liberato le terre occupate dai nemici israeliani. Io mi battevo per la democrazia, in difesa dell’interesse del mio Paese e per i diritti dei cristiani perché questo è il loro Paese, così com’è il mio.

 

 

Attualmente lei è il Segretario Generale del partito Socialista. Quando nasce il partito e quali sono i suoi obiettivi?

 

 

Il partito è stato fondato un anno fa quindi al momento siamo un partito piccolo. Noi difendiamo i diritti delle classi sociali popolari, i lavoratori, i contadini, e i poveri che sono il 70% della popolazione. Siamo un popolo povero, c’è l’élite ricca e poi ci sono i molto poveri. In generale le fonti di finanziamento dei partiti egiziani sono due. L’Islam politico e i salafiti sono finanziati dai Paesi del Golfo, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait. I partiti liberali ricevono i finanziamenti dall’America. Noi, come partito, rifiutiamo sia i finanziamenti provenienti dai Paesi del petrolio, sia quelli degli Stati Uniti. Ci reggiamo sulle nostre gambe, per questo siamo un partito povero!

 

 

Inoltre lei è il Presidente dell’Associazione Nazionale per il Cambiamento. Può illustrare la natura di questa Assemblea?

 

 

La Jam‘iyya al-wataniyyah lil-taghyyr è stata fondata nel 2010 da al-Baradei che però ora non ha più niente a che fare con il gruppo. Adesso al-Baradei è a capo del partito al-Dustur. L’Assemblea inizialmente era composta da partiti e fazioni di natura diversa, c’erano liberali, militanti di sinistra, e anche i Fratelli Musulmani che poi, una volta saliti al potere, l’hanno lasciata. Adesso l’Associazione è all’opposizione. Il dott. ‘Abd al-Jalîl Mustafâ ne è stato il presidente per un periodo, ha lasciato la carica quando se ne sono andati i Fratelli. L’ideologia dell’Assemblea può essere riassunta in poche parole: democrazia, elezioni libere e giustizia sociale.

 

 

Cosa si aspetta dal futuro dell’Egitto?

 

 

Mi aspetto dei mesi molto difficili per il fatto che le nuove condizioni hanno permesso alle correnti islamiche di arrivare al potere. Nel futuro lontano tutto questo cambierà, ci sarà un’imponente rivoluzione contro l’Islam politico. Gli egiziani sono cambiati psicologicamente, non temono più nessuno. Io personalmente sono molto contento che i Fratelli abbiamo avuto la possibilità di andare al potere. Vedremo cosa sapranno fare, come risolveranno il problema della povertà, dell’immondizia nelle strade, il problema della disoccupazione di 8 milioni di giovani… Non riusciranno a far nulla ed è per questo che io penso al futuro lontano con ottimismo. Mursi rimarrà al potere forse per 5 anni. In fondo 5 anni non sono tanti se si pensa che noi siamo affetti dal cancro dell’Islam politico da 80 anni. Per sconfiggere definitivamente questa malattia è necessario dare loro l’opportunità di governare. È un dramma attraverso il quale è necessario passare per poi guarire.

 

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