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Islam

“Erdoğan, primo responsabile delle divisioni”

Che cosa scrivono i giornali arabi del colpo di Stato fallito in Turchia

Turchia: perché il golpe del 2016 è fallito?

 

Al-Safir, 18 luglio 2016. di Mustafa al-Libad

 

 

[…] Il quinto colpo di Stato in Turchia è fallito contrariamente ai quattro golpe precedenti (1960,1971,1980 e 1997). [Le ragioni] di questo fallimento risiedono nel fatto che non si sono verificate le condizioni necessarie alla buona riuscita. […] Dopo il fallimento del golpe, come d’abitudine, nella nostra zona è andata diffondendosi la “teoria del complotto”. In sostanza, lo stesso Erdoğan avrebbe ideato il colpo di Stato per liquidare gli avversari. Questa teoria è improbabile. Quella turca infatti è una società complessa a cui mal si adatta una visione così semplicistica delle cose, oltre al fatto che Erdoğan è nella lista dei perdenti nonostante il golpe sia fallito. Fatti salvi il tempo e il luogo, il fallito golpe turco del 2016 può essere paragonato al golpe russo, anch’esso fallito, del 1991. In Russia, Gorbaciov non ha avuto alcun vantaggio nonostante il fallimento del colpo di Stato. Boris Eltsin ne ha tratto vantaggio, e l’Unione Sovietica si è disintegrata.

 

 

Gli otto requisiti mancanti

 

 

[…] Nel recente colpo di Stato è mancata l’unità nelle istituzioni militari. Probabilmente, la notizia precoce del colpo di Stato e il sequestro del capo di Stato maggiore Hulusi Akar erano indizi evidenti del contrasto tra i golpisti e la leadership dell’esercito. Vale la pena ricordare che la carica di ministro della Difesa in Turchia, attualmente affidata al generale Fikri Işık, è una carica politica, mentre la carica militare più altra rimane il capo di Stato maggiore dell’esercito turco. […]

 

 

Il secondo requisito assente è l’assenza di figure militari di primo piano come leader del golpe, come avvenne con la nomina del generale Cemal Gürsel nel 1960, con il Capo di Stato Maggiore generale Memduh Tağmaç nel 1971, con il Capo di Stato maggiore generale Kenan Evren nel 1980, e con una serie di alti ufficiali turchi nel 1997 primi fra i quali i generali İsmail Hakkı Karadayı, Çevik Bir e Çetin Doğan. Nel golpe recente sono emersi i nomi dell’ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Akın Öztürk, del colonnello Muharram Kusa consigliere del Capo di Stato Maggiore, e quello di Öztürk Hakan Karakuş, pilota di grado medio. […] Il confronto tra i nomi e i gradi di questi ultimi e quelli degli alti ufficiali dei golpe riusciti è un prova chiara della mancanza di questo secondo requisito.

 

 

Il terzo requisito che è mancato nel recente colpo di stato è il sostegno popolare. I quattro golpe riusciti in Turchia si erano infatti distinti per l’adesione dei gruppi e dei partiti politici in un contesto di ampia polarizzazione politica. Per quanto nella Turchia contemporanea vi sia una polarizzazione politica importante il rifiuto, fin dall’inizio, del colpo di Stato da parte dei tre partiti di opposizione (il “Partito popolare repubblicano” laico, il “Partito democratico del popolo” curdo e il “Partito del movimento nazionalista” di destra) ha contribuito notevolmente a delegittimarlo.

 

 

Il quarto requisito assente è il mancato controllo da parte dei golpisti del governo, del Parlamento e dei simboli del governo eletto. […]

 

 

La quinta condizione che non si è verificata nel recente colpo di Stato è il controllo da parte dei golpisti dei mezzi di comunicazione. Il “primo annuncio” del golpe è stato dato da una delle presentatrici del canale TRT, lo stesso che poi ha annunciato il fallimento del golpe dopo che i golpisti sono stati fatti evacuare dalla sede della televisione.

 

 

La sesta condizione per il successo di un golpe in Turchia è l’identificazione dei golpisti nell’ideologia kemalista laica, che vede nell’esercito il protettore della Repubblica. Ciò è evidente nel discorso che i golpisti utilizzano per influenzare l’opinione pubblica turca. Rispetto alla “prima dichiarazione” dei quattro golpe riusciti, la “prima dichiarazione” del colpo di stato fallito era priva di quel contenuto ideologico, nonostante la ripresa di alcune frasi in stile Atatürk come “pace all’interno e all’esterno” e “difesa della laicità” […]

 

 

La settima condizione che consente la buona riuscita di un golpe è un coordinamento preventivo tra i golpisti e i rami dello “Stato profondo” ovvero la polizia, la magistratura e i media, ciò che è mancato nell’ultimo golpe. […]

 

 

Infine, a fare la differenza in questo ultimo golpe rispetto ai precedenti è stato lo scarso numero di soldati che hanno preso parte al colpo di Stato […].

 

 

Vignetta di al-Quds al-Arabi, 16 luglio 2016

 

 

 

 

 

 

Ha vinto Erdoğan?

 

Al-Masri al-Youm, 18 luglio 2016, di Amr al-Shubaki

 

 

[…] Nonostante la crudeltà di alcune scene turche nel giorno del colpo di Stato, la domanda più importante, che esula dalle teorie sciocche secondo le quali Erdoğan avrebbe organizzato un colpo di Stato per sbarazzarsi dei comandanti dell’esercito (la verità è che i comandanti stavano dalla sua parte, e chi ha organizzato il colpo di Stato erano per lo più colonnelli assieme a non più di cinque generali), riguarda il futuro di Erdoğan e se per quest’ultimo la battaglia sia o no un trionfo politicamente parlando.

 

 

Nei confronti di chi ha partecipato al golpe, Erdoğan agirà con lo stesso spirito di vendetta che era solito mettere in campo contro la dissidenza? Si troverà forse a combattere una nuova battaglia contro le istituzioni statali, l’esercito in primis – una battaglia iniziata con la destituzione di oltre 2.000 giudici, e processerà i loro omologhi dell’esercito?

 

La verità è che Erdoğan è uscito più forte dal tentativo fallito di golpe, ma la sua è una forza temporanea. Qualcosa infatti si è spezzato, la convinzione cioè che nessuno sarebbe riuscito a sottrargli il potere, per poi scoprire improvvisamente che nel suo esercito c’è una corrente che gli si rivolta contro, desiderosa di annientarlo.

 

 

Quello che è certo è che il regime di Erdoğan è il primo responsabile della divisione sociale che sta conoscendo la Turchia, e che la campagna lanciata contro i suoi avversari, in particolare i giovani di tutte le correnti, la stampa, Facebook e i social media, è la guerra condotta da un sistema autoritario contro tutti i dissidenti. Poi è arrivato il giorno in cui proprio questi strumenti di cui aveva decretato la chiusura e attraverso cui ha dissuaso dal colpo di Stato lanciando il messaggio su Twitter in cui chiedeva ai sostenitori di scendere in strada, l’hanno salvato. […]

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