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Focus attualità

Il ritorno di Silvia Romano

Il rientro in Italia di Silvia Romano [Foto del Governo italiano]

Molto è stato scritto sulla liberazione della ragazza milanese dopo un anno e mezzo di prigionia in Somalia. Il suo caso solleva una complessa serie di questioni, che vanno dalla conversione agli assetti geopolitici dell’area compresa tra Corno d’Africa, Medio Oriente e Golfo.

Ultimo aggiornamento: 16/05/2020 14:34:38

Al tweet del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è subito seguita una grande gioia. «Finalmente una buona notizia», hanno commentato in molti. Silvia Romano libera: dopo 18 mesi di prigionia tra Kenya e Somalia, tornerà in Italia. Quando poi domenica sono apparse sulle nostre tv le immagini della giovane cooperante a Ciampino coperta da un jilbab verde si sono scatenati i commenti e persino gli insulti, le speculazioni su una possibile gravidanza o un matrimonio, poi la conferma della conversione all’Islam dalla stessa Silvia, che ha preso il nome di Aisha. Il suo ritorno da musulmana è stato denunciato da alcuni come un tradimento della patria che per lei ha con ogni probabilità pagato un riscatto, legando in qualche modo l’identità religiosa alla cittadinanza, e facendo finta di ignorare che più di un milione di persone sono già italiane e musulmane. Allo stesso tempo, però, insieme alla difficoltà di capire come si possa vivere in mano a dei terroristi per più di 500 giorni, viene da chiedersi che Islam possa aver abbracciato la ragazza, considerato il contesto in cui è avvenuta la conversione.

 

Le polemiche al rientro in Italia

 

Quello che è certo, come ha fatto notare Daniele Ranieri sul Foglio, è che Silvia è stata subito data in pasto ai giornali (che, fa notare il Post, hanno riportato le sue parole abbastanza liberamente), venuti in possesso dei dettagli rilasciati durante l’interrogatorio con i magistrati per il debriefing post-liberazione, una cosa che non è e non dovrebbe essere la norma vista la delicatezza della situazione. La conversione degli ostaggi durante la prigionia non è peraltro così inusuale, ma il caso di Silvia è l’unico a essere stato trasformato in uno show mediatico, sfociato poi in azioni violente: negli ultimi giorni sono stati lanciati cocci di bottiglia contro la sua abitazione a Milano e sui social un’omonima Silvia Romano è stata riempita di insulti. Anche Al Jazeera ha riportato la raffica di commenti negativi apparsi sui quotidiani nei confronti della volontaria e le parole del portavoce di Al-Shabaab, Ali Dehere, apparse su Repubblica. Dichiarazioni, che, come scrive Askanews, sono poi state smentite e bollate come “fake news” dagli stessi jihadisti attraverso uno dei loro canali di comunicazione.

 

Molte polemiche sterili hanno riguardato anche la questione del riscatto, che sia il nostro Paese sia altri Stati hanno sempre pagato in tutti i casi analoghi, ricorda Riccardo Redaelli sulle pagine di Avvenire, ma questo fa parte di quegli arcana imperii, quei segreti di Stato, che non dovrebbero essere sbandierati ai quattro venti sulle piazze pubbliche e virtuali. Inutile negare che sia stata la notizia della conversione a fare più scalpore nell’opinione pubblica, anche perché, sottolinea ancora Redaelli, i gruppi islamisti radicali hanno una forte propensione al proselitismo, e soprattutto gli Al-Shabaab si sono macchiati di violenze indicibili nei confronti di musulmani e di altre minoranze religiose.

 

Chi critica la ragazza di “essersela andata a cercare” non sa però che la cooperazione internazionale non solo coinvolge moltissimi nostri connazionali, ma è anche un’importante risorsa strategica per il nostro Paese. Ma la cooperazione è un lavoro serio, che coinvolge esperti preparati anche in materia di sicurezza. Le organizzazioni fai-da-te mandano i giovani come Silvia “allo sbaraglio”, ha commentato a TPI Daniela Gelso, project manager che conosce dall’interno il mondo della cooperazione internazionale. Nessuno mette in dubbio le motivazioni, sicuramente nobili, che hanno spinto Silvia Romano a partire, ma, afferma Gelso, «la convinzione erronea che dei ventenni privi di un’adeguata preparazione possano contribuire significativamente allo sviluppo locale sottende un atteggiamento paternalistico e perpetua gli stereotipi negativi legati al concetto di beneficenza».

 

In ogni caso, come scrive Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, Silvia è stata trasformata da vittima a colpevole, quando la sua protezione sarebbe dovuta proseguire anche in Italia, mentre come società avremmo forse dovuto accoglierla con più tenerezza, evitando di addossarle colpe che non la riguardano.

 

La conversione

 

Tanto è il rumore provocato dalla conversione della giovane, quanto poco sappiamo della sua scelta, commentata in ogni direzione sulla base delle poche parole della stessa Silvia. «Ero disperata, piangevo sempre. Il primo mese è stato terribile», ha raccontato la volontaria al Corriere della Sera. Non ha mai visto i propri rapitori, ma conferma di non aver subito alcuna violenza. Con il passare dei mesi le prigioni sono cambiate e Silvia racconta di aver girato tre video, probabilmente destinati all’Agenzia informazione e sicurezza esterna (Aise), la sezione dell’intelligence italiana che si occupa dei sequestri dei nostri connazionali. Durante la prigionia le sue giornate sono state scandite dalla scrittura (il suo quaderno è rimasto però in mano ai terroristi) e dalla lettura del Corano, e forse lì è cominciato il suo percorso di conversione.

 

A riguardo padre Giulio Albanese, comboniano che ha vissuto a lungo in Kenya, ha dichiarato che sarebbe «il caso di astenersi da ogni giudizio» di valore nei confronti della conversione di una giovane di cui non possiamo sapere «le condizioni spirituali e mentali». Ma il missionario conosce bene quella parte d’Africa e la Somalia, e ha vissuto anche lui l’esperienza del sequestro, anche se per pochi giorni, che tuttavia gli «sono bastati per capire come si esca con le ossa rotte, da quelle esperienze». Un trauma che sarà compito degli psicologi valutare e che tuttavia non è raro che accompagni le conversioni, afferma Paolo Branca. Anche Domenico Quirico, giornalista de La Stampa rapito in Siria nel 2013, racconta la sue esperienza di sequestro e dice di capire bene il rito di conversione che gli jihadisti offrono al prigioniero in cambio della sopravvivenza: «Non gli basta tenerti in pugno, barattarti per denaro. Vogliono la tua resa, la tua anima. Non è un rito formale, piccole mercanzie da sacrestia islamica, è un obbligo, a cui credono sinceramente: salvare un miscredente dal peccato, portarlo alla vera fede, accrescere di una unità il paradiso dei puri, dei giusti».

 

Chi conosce bene il terrorismo degli al-Shabaab in Somalia invece è Maryan Ismail. Quest’ultima, dopo la caduta del governo di Siad Barre e l’inizio della guerra civile, è dovuta fuggire dal suo Paese e dal terrorismo, che le ha portato via un fratello. Sulla base della sua esperienza ha scritto una lettera aperta a Silvia, mettendola in guardia sul fatto che quello che ha conosciuto lei non è Islam, ma «adorazione del male. È puro abominio». Così come il vestito con cui Silvia è apparsa non è somalo «bensì è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza», scrive Maryan. L’Islam e le tradizioni somale sono altro.

 

La giornalista italo-siriana Susan Dabbous invece non se la sente di criticare la scelta vestimentaria di Silvia, dopo essere stata lei stessa sotto sequestro. La decisione di voler indossare quegli abiti è complicata: è simbolo di una conversione, ma rispecchia i rapporti tra aguzzini e carcerata, tra l’immagine che hai avuto di te per diciotto lunghi mesi e l’improvviso ritorno in Italia che, ironia della sorte, in parte è ancora in lockdown. In una situazione così complicata e personale, forse solo la sospensione di giudizio può essere la soluzione ideale.

 

Chi sono i carcerieri di Silvia

 

Non si può capire da che inferno sia appena riemersa Silvia se non si prende in considerazione la storia recente della Somalia e come sia venuto a formarsi il gruppo degli Al-Shabaab. InsideOver ricostruisce i principali eventi storici degli ultimi anni: dopo la caduta del regime di Siad Barre l’ex-colonia italiana precipita nell’anarchia, nel Paese scoppia una guerra civile che nel 1992 porterà all’intervento dell’ONU, il quale tuttavia lascerà il Paese ancor più agonizzante dopo due anni. Gli Stati Uniti, l’Etiopia e il governo federale della Somalia si trovano allora a combattere contro il movimento fondamentalista dell’Unione delle Corti Islamiche, che una volta sconfitto troverà rifugio in Eritrea. La popolazione allora si appella al movimento Al-Shabaab per contrastare il vicino etiope: comincerà così la loro sanguinosa scalata al potere attraverso atti terroristici, e che li porterà ad affiliarsi ad al-Qaida nel 2012.

 

“I giovani” (questo il significato del nome del gruppo terroristico) della Somalia controllano oggi tra il 70 e l’80% del territorio, scrive Formiche. Le loro finanze sono alimentate dai sequestri e da una serie di attività illegali. Al-Shabaab resta quindi un gruppo tra i più temuti per ferocia e violenza, anche se negli ultimi anni sembra abbiano orientato il loro approccio verso un accrescimento della liquidità per far fronte a crescenti difficoltà.

 

Le ramificazioni del gruppo infatti, sono state profondamente depotenziate grazie all’azione delle forze di sicurezza keniane, scrive Marco Cochi, ricercatore del CeMiSS, che spiega come siano proliferate negli anni una serie di cellule terroristiche tra Kenya e Somalia. Anche Harun Maruf, giornalista somalo trasferitosi negli Stati Uniti e intervistato da Agi, ritiene una pratica standard il rapimento in Kenya e gli spostamenti successivi da una regione all’altra, effettuati per anticipare le mosse delle forze di sicurezza. In ogni caso, i rapimenti degli ultimi anni sono stati tutti compiuti a scopo di lucro, perché l’organizzazione ha bisogno di soldi e permette «a bande criminali e pirati di operare nelle aree sotto la loro influenza in cambio di una parte della refurtiva», conclude Maruf.

 

Geopolitica del rapimento

 

La vicenda di Silvia è rilevante anche per gli aspetti geopolitici che mette in luce. È infatti rimbalzata su più quotidiani la notizia del coinvolgimento dell’intelligence turca (Mit), dopo la pubblicazione dell’immagine di Silvia finalmente libera ma con indosso un giubbotto antiproiettile turco. Immagine che, secondo l’Aise, potrebbe essere un “fake”, a conferma di come la situazione possa diventare facilmente scivolosa.

 

Il Corno d’Africa è, come la Libia, un ex-possedimento coloniale italiano sulla quale abbiamo da tempo smesso di esercitare influenza lasciando ampio spazio di manovra alla Turchia, al punto che alcuni analisti sono arrivati a chiamare neo-ottomanismo le politiche di Ankara in Africa, continente nel quale Erdogan ha investito molto attraverso aiuti umanitari e accordi economici. Ma il Corno d’Africa, unendo il Mar Rosso e l’Oceano indiano, è un’area strategicamente importante anche per le potenze del Golfo, tra cui in particolare il Qatar, alleato di Ankara in più teatri e in ottimi rapporti con l’Italia.

 

Non può sorprendere il coinvolgimento turco nell’operazione di liberazione della Romano, commenta Limes, se consideriamo i progetti infrastrutturali messi a punto dalla Turchia negli ultimi anni, tra cui spiccano la costruzione dell’aeroporto internazionale e la ristrutturazione del porto di Mogadiscio, la riprogettazione del centro della capitale e la realizzazione dell’ospedale più avanzato del Paese, intitolato proprio a Erdogan. Come in Libia e in altre parti ormai sotto l’influenza turca, la tattica di Ankara consiste nell’investire in Stati falliti nei quali è più facile insediarsi, appoggiando in questo caso il governo federale contro gli Shabaab. Una situazione win-win tanto per Mogadiscio quanto per Ankara, che, come scrive DW, ha bisogno di un facile accesso al petrolio al largo delle coste somale, ma deve stare attenta a non creare ulteriori tensioni con il Golfo perché a quel punto il gioco potrebbe non valere la candela.

 

La vicenda di Silvia Romano ci ha fatto allora riscoprire questo silenzioso confronto geopolitico che unisce lo scacchiere africano a quello mediorientale, tra alleanze consolidate, e conflitti tra blocchi : l’Arabia Saudita e gli EAU hanno cercato fin da subito una base militare nel Mar Rosso per portare avanti il conflitto in Yemen, cercando di contrastare l’influenza di Turchia e Qatar, ma facendo l’occhiolino alla Cina, che con la sua Belt and Road Initiative passa anche per di qua, spiega l’International Crisi Group. Gli Emirati Arabi Uniti hanno poi accusato la Somalia di intessere rapporti con il Qatar, mentre Mogadiscio ha accusato Abu Dhabi di minacciare la stabilità della Somalia sostenendo l’indipendenza del Somaliland.

 

Una vicenda complicata quindi sotto tutti gli aspetti, che parte da un rapimento, passa per una conversione, ma svela un teatro geopolitico dimenticato.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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