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Focus attualità

La crisi monetaria siro-libanese e il Caesar Act

Piazza dei martiri a Beirut durante la rivoluzione dell'ottobre 2019 [Hiba Al Kallas - Shutterstock]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 19/06/2020 14:46:58

Anche in Libano, così come in Siria, la svalutazione della lira rispetto al dollaro sta generando una nuova ondata di proteste che si inserisce nel contesto delle manifestazioni contro la classe politica e del malcontento generale che da mesi stanno scuotendo il Paese. Come riporta Le Monde, i manifestanti a Beirut hanno predicato l’unione tra cristiani e musulmani e tra sunniti e sciiti, sulla linea delle proteste di ottobre e similmente agli slogan che hanno trovato spazio anche in Iraq.

 

Secondo La Croix si può a pieno titolo parlare di una nuova fase della rivoluzione. Iniziata con slogan e canti in strada, è continuata però con i proiettili di gomma. Gli scontri tra popolazione e forze dell’ordine hanno visto infatti un crescendo di violenza. Alcuni manifestanti a Tripoli raccontano che gli scontri sono esplosi alla vista dell’ennesimo convoglio pieno di riso e zucchero diretto in Siria. Nella città sunnita molti sospettano che Hezbollah, in combutta con l’esercito libanese, stia organizzando rifornimenti per il regime siriano, oramai ridotto sul lastrico. In Libano però la disoccupazione è elevatissima, e se il valore della moneta è sceso, è montata la rabbia della popolazione.

 

L’economia siriana e quella libanese sono profondamente interconnesse, e dallo scoppio della guerra in Siria da una parte il Libano si è trovato in difficoltà crescenti, dall’altra Beirut è stato «il principale motore del settore privato siriano», scrive Le Monde riportando le parole dell’economista Samir Aita. Gran parte delle importazioni sono state regolate attraverso i conti siriani nelle banche libanesi e il mercato locale ha permesso agli imprenditori di rifornirsi di dollari. Una situazione poi complicatasi son il congelamento dei depositi in valuta estera, delle restrizioni alle importazioni e della carenza di dollari.

 

 

Orient XXI ricorda che in Siria il contesto è ulteriormente complicato dalle sanzioni americane, entrate in vigore mercoledì, e da una crisi ai vertici politici. Secondo le parole di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, la nuova legge americana serve a «far morire di fame» la Siria e il vicino Libano. La legge statunitense prende di mira le aziende che trattano con il regime del presidente Bashar al-Assad, che Hezbollah, Teheran e Mosca sostengono nel conflitto siriano. Secondo il leader sciita, Damasco «ha vinto la guerra, […] militarmente, in termini di sicurezza e politicamente» e la legge americana è solo l’ultima arma rimasta agli americani contro Bashar.

 

Di differente opinione è Foreign Policy, secondo cui le sanzioni permetteranno alla popolazione siriana di essere risparmiata dalle atrocità di Assad, andando a minare la possibilità del presidente siriano di procurarsi le risorse per perpetrare nuovi crimini. L’articolo ricorda che dall’inizio del conflitto sono stati versati svariati miliardi anche in aiuti umanitari; non sono le sanzioni il problema, ma le modalità in cui gli aiuti raggiungono la popolazione. Inoltre, in base alla ricostruzione della rivista americana, è stata la crisi finanziaria libanese ad aver contribuito al collasso della lira siriana, generando un impatto devastante «che nessun regime sanzionatorio avrebbe potuto progettare».

 

Anche il sito Aljumhuriya presenta due opinioni opposte sulle sanzioni: secondo una prima visione, l’economia siriana si troverebbe al collasso a prescindere dalle nuove sanzioni americane, e queste ultime hanno solamente accelerato un processo che era già in corso. La seconda visione parte dallo stesso assunto, ma aggiunge che le sanzioni porteranno sull’orlo della carestia la popolazione siriana: l’85% della popolazione si trova infatti sotto la soglia di povertà e le sanzioni colpiranno indiscriminatamente anche chi non rientra nella cerchia di Assad, che mantiene la maggior parte della ricchezza. Scrive il Guardian che lo zio di Assad, Rifaat al-Assad, è stato condannato a quattro anni di prigione per riciclaggio di denaro e appropriazione indebita di fondi pubblici siriani con i quali ha costruito un impero immobiliare di 90 milioni di euro in Francia.

 

Della precaria situazione economica, scrive Al Monitor, ha approfittato la Turchia, che ha riversato nelle zone della Siria settentrionale sotto il proprio controllo quantità elevate di lira turca, al punto che la benzina e beni di prima necessità vengono pagati esclusivamente in lire turche, così come alcuni salari. C’è da chiedersi se questa azione sia solo propaganda o una sorta di annessione economica per indebolire il controllo di Damasco sulla regione.

 

Nuova minaccia nucleare in Iran

 

Da più di quattro mesi l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) chiede l’accesso a due siti iraniani non dichiarati, in cui si sospetta possa celarsi del materiale nucleare. Secondo il più recente report dell’AIEA, scrive Al Jazeera, tre siti avrebbero dovuto essere controllati dagli ispettori dell’Agenzia, ma uno di questi non risulta sospetto, avendo subito una «estesa sanificazione» tra il 2003 e il 2004. L’Iran continua però a negare alle autorità dell’Agenzia l’accesso agli altri due siti, dicendo che l’AIEA non una base legale per effettuare le ispezioni e incolpando Israele per essere all’origine dei sospetti nei confronti dell’Iran.

 

Orient XXI ripercorre le tappe delle tensioni tra USA e Iran dopo la decisione americana di abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Da quel momento, l’Iran ha progressivamente accumulato uranio arricchito e ha ripreso l’attività di ricerca per lo sviluppo di centrifughe più efficienti, cercando così di fare pressione sugli alleati di Washington. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha però dichiarato la volontà americana di prolungare l’embargo sulla vendita di armi a Teheran, generando un clima di crescente tensione. I tentativi di rimediare alla situazione vengono lasciati all’Europa, scrive Le Monde: se gli Stati Uniti vogliono proseguire con la loro strategia di massima pressione per reimporre tutte le sanzioni in vigore prima della firma del JPCOA, Francia, Germania e Regno Unito stanno timidamente tentando di salvare l’accordo, creando un meccanismo, chiamato Instex, che aggiri le sanzioni americane. Questo meccanismo di compensazione è entrato in funzione a fine marzo e dovrebbe permettere alle aziende europee di continuare gli scambi commerciali con l’Iran. Teheran ha apprezzato lo sforzo ma lo considera insufficiente.

 

Intanto giovedì la Marina iraniana ha lanciato due nuovi missili in una esercitazione navale nell’Oceano Indiano, scrive il giornale emiratino The National, mentre le tensioni montano anche nei confronti di Israele che vorrebbe procedere all’annessione unilaterale di alcuni territori in Cisgiordania. Secondo Haaretz, è vero che molti stati mediorientali si trovano indeboliti dalla pandemia e dalla crisi economica, però la decisione di Netanyahu potrebbe rafforzare «l’asse di resistenza» con la Siria e gli elementi sciiti della regione, vista inoltre la difficoltà israeliana di far fronte a Teheran nel conflitto siriano e dopo aver subito degli attacchi cibernetici.

 

Allo stesso tempo la situazione sanitaria all’interno del Paese sembra essere fuori controllo. Secondo i dati della BBC, nella prima settimana di giugno la media giornaliera di nuovi casi di COVID-19 si aggirava intorno ai 3.000, con un picco di 3.574 il 4 giugno, superando i livelli di fine marzo quando l’Iran era diventato il Paese più colpito dopo la Cina. Secondo quanto scrive Haaretz, l’aumento dei casi sembra essere dovuto ai viaggi e alle festività che si sono svolte per la fine del Ramadan, mentre le autorità iraniane dichiarano di aver aumentato il numero di test effettuati, ma hanno anche espresso preoccupazione per lo scarso rispetto del distanziamento sociale da parte della popolazione.

 

In più, nell’ultimo mese, si sono verificati tre delitti d’onore nel Paese, racconta Al Monitor, che hanno lasciato la popolazione sotto choc e hanno spinto a chiedere delle riforme legali che mettano fine a questa pratica, dopo che due padri a un marito hanno ucciso rispettivamente le figlie e la moglie. È stato recentemente approvato un disegno di legge che protegge maggiormente i bambini, ma restano delle criticità, in particolare «l'esenzione dalla pena di morte di cui godono i padri che uccidono le proprie figlie, radicata in un'interpretazione della sharia islamica». Allo stesso tempo, scrive il Guardian, si è generato un ampio dibattito sulla decisione del governo iraniano di impedire le vasectomie e la distribuzione dei contraccettivi negli ospedali pubblici, al fine di migliorare l’andamento demografico dell’Iran: il tasso di natalità è in continua decrescita e da un decennio le ali conservatrici del Paese spingono la popolazione ad avere più figli, ma le precarie condizioni economiche impediscono alle famiglie di raggiungere la stabilità finanziaria di cui avrebbero bisogno.

 

L’operazione artiglio di tigre della Turchia

 

Mercoledì la Turchia ha lanciato l’operazione militare “Artiglio di tigre” contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan, meglio noto come PKK, nel nord dell’Iraq. Come ricorda AP News, la Turchia ritiene che il PKK, considerato un gruppo terroristico, abbia stabilito delle basi nell’Iraq settentrionale. Questa offensiva, aerea e terrestre, si è svolta nella regione di confine di Haftanin, a circa 15 chilometri dalla frontiera turco-irachena, e, secondo fonti turche, in 36 ore ha colpito circa 500 obiettivi. Il sito emiratino The National cita il coinvolgimento iraniano nell’operazione e aggiunge che qualche giorno prima in Turchia si era verificato un attentato dietro del quale sono stati incolpati i militanti curdi.

 

L’operazione segue quella di lunedì chiamata “Artiglio d’aquila”, una campagna aerea che ha distrutto 81 installazioni del PKK, racconta il Guardian, il quale aggiunge che «nonostante la portata senza precedenti delle operazioni turche in territorio iracheno, non sono state ancora riportate vittime civili o di combattenti». Leggiamo su Syria Comment che l’offensiva di lunedì ha colpito la regione del Sinjar, ripetutamente attaccata a intermittenza dall’aprile 2017. Questi attacchi creano un senso di instabilità che questa regione sperava di essersi lasciata alle spalle: l’area è abitata soprattutto da yazidi, che dopo aver vissuto in campi profughi per circa sei anni, stanno cominciando a tornare alle loro case. Molti yazidi credono allora che la tempistica degli attacchi non sia casuale: l’offensiva di lunedì si è verificata solo quattro giorni dopo che la polizia ha fermato un convoglio di yazidi che stavano tornando nello Sinjar. 

 

In base a quanto scrive il New York Times, l’ambasciatore turco e quello iraniano sono stati convocati a Baghdad e il Ministro degli Esteri iracheno ha chiesto ad Ankara di mettere fine a questi «atti provocatori» e di ritirare le proprie forze dalla provincia di Ninive, dove dal 2015 la Turchia ha mantenuto la propria presenza. Per tutta risposta l’ambasciatore turco ha dichiarato che la convocazione è stata «una nuova occasione per sottolineare che continueremo a combattere il PKK ovunque si trovi, a meno che l'Iraq non prenda provvedimenti per porre fine alla presenza del PKK nel Paese».

 

Nel frattempo sul suolo iracheno continuano a verificarsi altri attacchi missilistici, che stanno mettendo in difficoltà il primo ministro Mustafa al-Kadhimi, scrive Haaretz. Giovedì quattro missili hanno colpito la zona verde di Baghdad; è il terzo attacco dopo l’apertura dei negoziati strategici con gli Stati Uniti iniziati la settimana scorsa. Al-Kadhimi ha promesso di agire contro le milizie che si scagliano contro le truppe americane, il cui ritiro dal Paese continuerà nei prossimi mesi. Tuttavia, come fa notare Al Jazeera, se la riapertura del dialogo strategico tra Washington e Baghdad è da vedere positivamente, non è ancora stato fissato un calendario per il ritiro americano e i negoziati con ogni probabilità andranno avanti mesi.

 

 

In breve

 

Sarah Hegazi, un’attivista LGBTQ egiziana, si è uccisa in Canada, dove aveva chiesto asilo dopo essere stata arrestata per aver sventolato una bandiera arcobaleno a un concerto al Cairo (Washington Post)

 

Le Nazioni Unite hanno espresso le loro preoccupazioni dopo la scoperta di otto fosse comuni il Libia e hanno avviato un’indagine per crimini di guerra (New York Times)

 

L’islamofobia ha varcato i confini indiani ed è in forte crescita anche in Nepal  (Foreign Policy)

 

Persiste l’incertezza sull’Hajj 2020: l’Arabia Saudita si trova di fronte alla scelta di annullare il pellegrinaggio o limitare il numero di pellegrini (Jeune Afrique)

 

L’ambasciatore algerino a Parigi è tornato in Francia. Era stato richiamato dopo la trasmissione sulla TV francese di alcuni documentari sull’Hirak (Le Monde)

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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