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Focus attualità

Le difficili condizioni dei migranti nei Paesi del Golfo

Lavoratori stranieri a Dubai [LongJon - Shutterstock]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 17/04/2020 09:32:32

Nemmeno i ricchi Paesi del Golfo sono immuni a Covid-19 e i contagi nella regione hanno superato le 16.000 unità. Le preoccupazioni per la diffusione del contagio riguardano soprattutto i tantissimi lavoratori stranieri, che risiedono in quartieri densamente popolati al punto che, come riporta Reuters, il Bahrein sta riconvertendo le scuole chiuse per trasferirvici i lavoratori a basso reddito, mentre gli Emirati Arabi Uniti stanno setacciando gli edifici vuoti del Paese per ospitare i migranti dall’Asia o dall’Africa, molti dei quali recentemente hanno perso il lavoro e si sono trovati bloccati nel Golfo a seguito della sospensione dei voli.

 

Secondo i dati del New York Times, più di un terzo dei 34 milioni di abitanti dell'Arabia Saudita sono stranieri, così come circa la metà della popolazione del Bahrein e dell'Oman. In Kuwait, invece, il numero di stranieri supera quello dei cittadini in base a un rapporto di due a uno, in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, questo rapporto è di quasi nove a uno. Apparentemente ignari dell’apporto di questi lavoratori, i Paesi del Golfo hanno varato delle misure contro il Coronavirus nelle quali non sono compresi i lavoratori stranieri.

 

In Kuwait addirittura un’attrice ha dichiarato che i migranti dovrebbero essere lasciati nel deserto, affermazioni poi riprese da altre celebrità, i cui commenti si sono rivelati altrettanto razzisti.

 

In base a quanto scrive Middle East Eye il Qatar e gli EAU non stanno adeguatamente proteggendo i lavoratori stranieri che operano soprattutto nel campo delle costruzioni. Secondo un report del Business and Human Rights Resource Centre “i lavoratori non hanno accesso ai servizi igienici necessari, non ricevono informazioni chiare sull'epidemia e vengono licenziati senza salari o promesse di riassunzione”.

 

Sulle misure prese dagli EAU ha avuto da ridire anche il governatore dello stato indiano del Kerala, che ha chiesto a Modi di rimpatriare al più presto i connazionali viste le scarse garanzie messe in atto da Abu Dhabi.

 

L’Arabia Saudita, ha invece optato per una deportazione sommaria dei migranti etiopi che si trovano nel Paese in condizione di irregolarità, attività che è stata condannata da alcuni rappresentanti delle Nazioni Unite, di cui parla Le Monde. Questa pratica, infatti, rischia di accelerare il contagio, ma la autorità saudite hanno affermato che il rimpatrio è coordinato con i Paesi di origine dei lavoratori, scrive il Financial Times. Tuttavia sabato scorso a un aereo saudita è stato negato il permesso di atterraggio in Etiopia e il Ministro degli esteri etiope non ha commentato la situazione.

 

L’Arabia Saudita in bilico nell’arena internazionale

 

Domenica scorsa l’Arabia Saudita, la Russia e altri Paesi produttori di petrolio hanno raggiunto un accordo per una riduzione della produzione di quasi 10 milioni di barili, il 10% dell’offerta globale, anche per merito delle pressioni di Trump. Secondo il Financial Times il presidente americano, grazie al suo ruolo di mediatore e all’influenza che ha sull’Arabia Saudita, è come se fosse stato elevato a presidente de facto dell’OPEC.

 

La precedente scelta dell’Arabia Saudita di aumentare la produzione nonostante il calo della domanda a causa della pandemia, che aveva causato un crollo dei prezzi del petrolio, è stata vista come una scelta molto sconsiderata e molto pericolosa, che ha intaccato la reputazione del regno nell’arena internazionale.

 

Secondo un’intervista al Ministro dell’energia saudita, il nuovo taglio della produzione, distanziandosi dalle politiche perseguite a fine febbraio, sancisce una nuova e migliore strategia economica dell’Arabia Saudita. e si distanzia dalla guerra sui prezzi che era cominciata a febbraio.

 

Tuttavia secondo Bloomberg, l’accordo raggiunto domenica è solo una soluzione momentanea causata dalla pandemia di Covid-19. Nonostante l’enfasi posta su Russia e Arabia Saudita, i Paesi coinvolti nell’accordo sono molti e con interessi diversi. E visti i tempi straordinari di cui siamo testimoni, questa potrebbe essere solo una tregua temporanea che sancisce l’inizio di una guerra sui prezzi che potrebbe riprendere quando ci sarà nuovamente una forte domanda di petrolio.

 

L’Iraq sull’orlo del collasso

 

Nei giorni scorsi la Commissione media e comunicazione (CMC) dell’Iraq ha revocato la licenza dell’agenzia stampa Reuters, dopo che questa aveva pubblicato dei dati sui contagi di Covid-19 più elevati rispetto alle stime ufficiali. La CMC, che lavora indipendentemente dal governo, ha giustificato la propria scelta dicendo che vuole tutelare la salute e la sicurezza pubblica in queste circostanze.

 

In un’intervista della CNN il presidente iracheno Barham Salih ha assicurato di non condividere la decisione e ha espresso il suo rammarico, perché la questione implicherebbe che i dati sui contagi del governo siano falsati, cosa che afferma non essere vera.

 

Una schizofrenia quella dell’Iraq che si manifesta anche nelle difficoltà nel mantenere le restrizioni della quarantena. Un mix di credenze religiose e popolari, unito a una scarsa fiducia nei confronti del governo, hanno instillato in una parte della popolazione la paura dei test per verificare il contagio, scrive il New York Times. La malattia viene vista con vergogna o come segno di un peccato e la popolazione è reticente ad affidarsi al sistema sanitario nazionale.

 

Manca una posizione netta da parte del governo, che, come scriveva il Washington Post già la settimana scorsa, ha visto la nomina di tre primi ministri nell’arco di dieci settimane. Se il nuovo candidato Mustafa al-Kadhimi, approvato sia dall’Iran che dagli Stati Uniti, sembra possa portare a una tregua nel Paese diventato ormai campo di battaglia tra le due potenze, non è detto che la scelta venga approvata anche dalla popolazione, che con le proprie proteste aveva manifestato un generale scontento nei confronti della classe politica.

 

Come se tutto ciò non bastasse, l’economia irachena è sull’orlo del collasso, come spiega l’Economist, a causa della diminuzione dei prezzi del petrolio, le cui rendite finanziano il 90% delle entrate statali. L’accordo preso da Russia e Arabia Saudita potrebbe non essere sufficiente, poiché l’Iraq ha un consistente debito pubblico. Incapace di pagare i propri dipendenti statali e le pensioni, con l’arrivo di Covid-19 l’Iraq ha dovuto chiedere donazioni private per tenere testa alla pandemia. Per far fronte all’aggravarsi della situazione servirebbe una risposta unitaria, che tuttavia ancora manca e non sembra profilarsi all’orizzonte: curdi, leader sunniti, e forse altre proteste in futuro sono elementi di instabilità latenti.

 

I conflitti alla prova di Covid-19

 

Nelle aree mediorientali in guerra regna la confusione più totale. In Libia il numero dei contagi è basso solo a causa dell’incapacità di svolgere i test, spiega il Carnegie Endowment for International Peace, secondo il quale la pandemia colpirà soprattutto gli sfollati e i migranti, mentre nel lungo periodo danneggerà le prospettive di pace e coesione del Paese.

 

Tuttavia secondo altre analisi un mix di fattori ha ritardato la diffusione del virus: l’embargo sulle armi da parte delle Nazioni Unite e l’immediato obbligo di rispettare le restrizioni ai contatti da parte delle autorità religiose e dei capi tribù. In ogni caso il rischio di diffusione resta elevato per il forte coinvolgimento internazionale nel conflitto, che procede senza tregua. Un video del New York Times tradotto da Internazionale mostra come sia ora la vita in Libia, soprattutto a Tripoli.

 

Al Jazeera riporta gli sforzi di Serraj nel contenere l’avanzata di Haftar su Tripoli. Serraj, a capo del governo internazionalmente riconosciuto, ha rilasciato un’intervista in cui dichiara impossibile qualunque ripresa dei negoziati con Haftar.

 

In questo contesto secondo il New York Times i vuoti strategici lasciati dagli Stati Uniti all’indomani dell’inizio del conflitto sono stati occupati dalla Russia. Dopo essersi inizialmente rivolto agli Stati Uniti, infatti, Haftar ha poi trovato in Putin un migliore alleato, che ha esercitato la propria influenza inviando truppe di mercenari in Libia.

 

Quando più di un mese fa in Siria è stata dichiarata una tregua, nessuno pensava che sarebbe durata così a lungo, scrive la BBC. Eppure il cessate il fuoco su Idlib, anche a causa del Coronavirus, sta reggendo. Ma nella zona in mano ai ribelli, dove sono concentrate più di tre milioni di persone, si può trovare un solo macchinario che analizzi i tamponi per Covid-19, scrive Al Jazeera.

 

Nel frattempo il regime siriano e la Turchia stanno concentrando le loro forze in previsione di un futuro attacco e alcuni scontri a bassa intensità si sono verificati in altre aree del territorio siriano, scrive Al-Monitor.

 

La Russia ha ripetutamente bombardato gli ospedali siriani, come mostra il New York Times. Uno scenario disastroso, aggravato dall’incognita di Hayat Tahrir al-Sham, mentre in altre aree del Paese continua ad aggirarsi lo Stato islamico.

 

 

In breve

 

In Yemen gli houthi hanno sentenziato a morte dei giornalisti con accuse di spionaggio (The National), mentre i combattimenti continuano nonostante il rischio di diffusione di Coronavirus. (New York Times)

 

La Giordania ha sospeso la preghiera di Tarawih a causa della pandemia. (Arab News)

 

Secondo un documento di cui si sono impossessati i media afgani, i talebani vorrebbero restaurare l’emirato in Afghanistan. (La Repubblica)

 

Il Bangladesh ha portato in salvo quasi 400 Rohingya che erano in mare alla deriva da mesi. (Al Jazeera)

 

Le scarse tutele nei confronti dei lavoratori non sono prerogativa solo dei Paesi del Golfo. In materia Amnesty International si è rivolta anche al Libano. (Middle East Eye)

 

Il World Press Photo Story of the Year è stato vinto da Romain Laurendeau con un lavoro che racconta il ruolo dei giovani nelle proteste in Algeria del 2019 (Il Post)

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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