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Focus attualità

Le religioni abramitiche al tempo di Covid-19

Papa Francesco celebra la veglia pasquale [Riccardo De Luca - Shutterstock]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 10/04/2020 08:54:19

La pandemia di Coronavirus sta contagiando anche il modo di vivere le imminenti festività religiose. Mustafa Akyol su Foreign Policy spiega come da una parte la maggior parte delle istituzioni religiose abbia deciso di aderire alle misure imposte dai governi, ma dall’altra molte comunità, di ogni credo, hanno continuato a riunirsi e hanno rifiutato le precauzioni di distanziamento sociale, proprio in nome della fede.

 

In un’intervista, Papa Francesco ha parlato dell’emergenza sanitaria come di un’opportunità di conversione personale, ma anche un ripensamento dei nostri modi di produzione, la possibilità di aiutare i poveri, occasione per passare dall’abuso della natura alla contemplazione. È quindi un periodo di cui farsi carico con responsabilità, e quella che deve uscire dalla crisi deve essere una “Chiesa istituzionalizzata dallo Spirito Santo”, in tensione tra il disordine e l’armonia.

 

Il pontefice è anche stato destinatario di una lettera, pervenuta all’agenzia Fides, dell’ayatollah Alireza Arafi, rettore dell’Università Al-Mustafa di Qom. Nella missiva il religioso iraniano ringrazia il pontefice per la sollecitudine dimostrata verso i poveri e i deboli, e sottolinea l’importanza di attenersi alle linee guida dettate da esperti e scienziati. I disastri naturali, continua poi il chierico iraniano, sono prove per l’umanità e circostanze che non devono mettere in opposizione scienza e religione, ma favorire al contrario la coesione sociale e la preghiera.

 

Al tramonto di mercoledì 8 aprile è cominciata la Pesach, la Pasqua ebraica. Anche a Gerusalemme tutte le celebrazioni si svolgeranno a porte chiuse, ma anche in questo caso si sono venute a creare situazioni opposte, come scrive Terrasanta.net: da una parte gli haredim (gli ebrei ultraortodossi) di Bnei Brak inizialmente non hanno voluto accettare le restrizioni; dall’altra sono state trovate soluzioni creative per celebrare il seder: il precetto che vietava l’utilizzo dei dispositivi elettronici è stato fatto cadere in favore di un bene più grande, quello dell’unità della famiglia. E lo stare in famiglia è sicuramente una buona occasione per andare più a fondo nella propria fede e riflettere sul significato di essere ebrei, scrive Yossi Klein Halevi.

 

Inoltre, come ricorda il New York Times, alcuni rabbini hanno fatto notare che la prima Pasqua ebraica la si è passata chiusi in casa ad aspettare il passaggio (questo è il significato di Pesach in ebraico) di Dio: secondo il libro dell’Esodo, infatti, il Signore sarebbe passato oltre le abitazioni segnate con il sangue di un agnello, risparmiando così i figli primogeniti degli ebrei.

 

Anche il Ramadan, che dovrebbe cominciare intorno al 23 aprile, subirà dei mutamenti. L’Egitto ha vietato tutti gli assembramenti, quindi niente iftar pubblici, ma non si potrà nemmeno tornare alle moschee per l’itikaf, gli ultimi dieci giorni del mese dedicati alla preghiera. I momenti di condivisione sono moltissimi durante il Ramadan, e Middle East Eye offre una panoramica di tutte le cose che potrebbero cambiare: oltre l’iftar, tutte le attività di beneficenza verranno probabilmente sospese nella loro forma tradizionale, così come i pellegrinaggi e soprattutto l’Eid, la festa che segna la fine del Ramadan e il ritorno alla vita di tutti i giorni.

 

La condizione di quarantena che sta venendo imposta ai cittadini di tutto il mondo per certi aspetti ricorda la situazione di molti cristiani in Medio Oriente, i quali nel corso degli anni hanno spesso dovuto rinunciare alle celebrazioni della Pasqua a causa di guerre e persecuzioni. Riflessione condivisa anche dal biblista domenicano Paolo Garuti, secondo il quale l’assenza dei riti comunitari in Europa è occasione per sentirsi parte di una comunità cristiana più grande, quella che comprende i fedeli che in tutto il mondo hanno già difficoltà a vivere la propria fede nella quotidianità. L’augurio per questa Pasqua allora è davvero che vada tutto bene, espressione che viene fatta risalire a Giuliana di Norwich, che scriveva che “anche dal male Dio sa trarre un bene più grande”. Un messaggio positivo che evoca il “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” della lettera di San Paolo ai Romani.

 

Molte riflessioni sono state dedicate a come potrebbe cambiare il Medio Oriente con l’arrivo di Covid-19. Il New York Times si chiede se non possa originarsi una nuova Primavera araba. I contesti più a rischio sono sempre i teatri di guerra: Libia, Siria e Yemen. In Libia si corre il pericolo che le milizie assumano sempre più potere, anche grazie alla diminuzione del prezzo del petrolio, mentre i sistemi sanitari di Yemen e Siria sono già collassati, e prima delle guerre civili le proteste erano sorte proprio per mancanza di garanzie da parte dei governi. Situazione che ora potrebbe ricrearsi in Paesi come l’Egitto, il Libano e la Tunisia. Anche Le Monde cerca di fare un bilancio degli attori che potrebbero uscire dalla pandemia come vincitori o perdenti. Nello schieramento dei vincitori ci sono Netanyahu, il governo libanese e lo Stato islamico, mentre tra i probabili perdenti ci sarà l’Iran, messo sotto pressione dalle sanzioni americane.

 

Per quanto riguarda lo Yemen, è di mercoledì la notizia di un cessate il fuoco unilateralmente dichiarato dall’Arabia Saudita, dopo che a inizio settimana le forze governative erano riuscite a recuperare dei territori controllati dai ribelli houthi, di cui aveva dato notizia The National. Ora bisogna capire se la controparte houthi accetterà la tregua.

 

La pandemia potrebbe essere occasione per deporre le armi anche in Libia, scrive Foreign Policy, sebbene anche qui lunedì un ospedale di Tripoli sia stato attaccato dalle forze del generale Khalifa Haftar.

 

Nel teatro siriano, invece, è sempre più forte il legame tra il regime siriano e il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Mohammad bin Zayed (MbZ), di cui parla Orient XXI, e che vede un’azione non tanto contraria alla Turchia quanto un terreno comune di opposizione ai Fratelli musulmani. “La diplomazia del Corona” ha accelerato processi già in atto, ma a porre un freno a questo tipo di cooperazione potrebbero essere i veti di Washington e Riad. Secondo Middle East Eye, invece, l’influenza di Abu Dhabi è tutta antiturca, ragione per cui MbZ sta cercando di spingere Damasco a porre fine alla tregua con la Turchia stabilita a Idlib.

 

L’Iran schiacciato dalle sanzioni guarda all’esterno

 

Come riporta Le Monde, l’Iran ha da tempo chiesto la revoca delle sanzioni americane, proposta che non è stata accolta da Washington, che continua sulla linea della strategia di massima pressione.

 

Anche se l’amministrazione Trump ha sempre dichiarato che le sanzioni siano state messe in atto per colpire esclusivamente il governo di Teheran e non i cittadini iraniani, nei fatti non è così, scrive Foreign Policy. Le apparecchiature sanitarie che sono state effettivamente traferite sono pochissime e il mercato farmaceutico iraniano negli ultimi anni ha avuto difficoltà a procurarsi le materie prime, mettendo a rischio la vita di molti cittadini. Di conseguenza i leader europei hanno inviato una lettera a Washington chiedendo di ridurre la pressione sulla Repubblica islamica, e alcuni aiuti sono stati inviati attraverso meccanismi alternativi.

 

L’Iran nel frattempo si è rivolto al Fondo monetario internazionale chiedendo un prestito di cinque miliardi di dollari, ma nuovamente gli Stati Uniti si sono opposti, riporta Al Monitor. Nella regione Teheran resta però isolata: il Bahrein non ha voluto rimpatriare i propri cittadini sciiti (circa 1300) che si erano recati in Iran per un pellegrinaggio, scrive Orient XXI, sottolineando che nemmeno l’emergenza sanitaria sta facendo distendere le relazioni con i Paesi del Golfo; al contrario, la crisi è occasione per marginalizzare ulteriormente gli sciiti ed esacerbare i rapporti conflittuali nella Penisola arabica. La Repubblica islamica si è allora rivolta alla Cina, scrive La Croix. Le autorità iraniane hanno ritirato i commenti negativi che erano stati espressi nei confronti di Pechino al fine di ottenere aiuti internazionali.

 

Iraq, una terra in preda alle milizie

 

Ancora una volta le tensioni tra Iran e Stati Uniti si manifestano in Iraq. Nei giorni scorsi la milizia filo-iraniana di Kataib Hezbollah ha attaccato gli stabilimenti della Halliburton - una compagnia petrolifera americana. Non è dunque bastato per fermare le ostilità il parziale ritiro delle truppe americane, argomento che rientrerà anche nei colloqui di metà giugno tra l’amministrazione americana e le forze governative irachene. Il ritiro totale degli americani infatti, è tra le richieste di Kataib Hezbollah, scrive Al Monitor. Ma le schermaglie si sono intensificate soprattutto dopo il tweet del presidente Trump che aveva avvertito l’Iran di non attaccare le truppe americane ancora stanziate in Iraq. Secondo la milizia filo-iraniana, il ricollocamento degli americani è funzionale a un imminente attacco nei loro confronti. Teoria corroborata da un articolo del New York Times secondo cui il Pentagono aveva ricevuto l’ordine di eliminare Kataib Hezbollah, operazione poi sospesa perché andrebbe a generare un’escalation controproducente per Washington.

 

Ma è ormai innegabile che le milizie sciite filo-iraniane stiano acquisendo sempre più potere, scrive Foreign Policy. Le Popular Mobilization Units (PMU) ne sono un ulteriore esempio: dopo aver contribuito alla sconfitta dello Stato islamico, sono state integrate nelle forze governative irachene, nonostante l’opposizione della popolazione. Ma il ruolo delle PMU è destinato a essere centrale grazie ai loro collegamenti con figure religiose e politiche di spicco, e l’Iraq, nonostante la nomina di un nuovo primo ministro, il capo dei servizi segreti Mustafa Al Kadhimi, rischia di diventare preda, se non dell’Iran, dello Stato islamico.

 

Coronavirus, un nuovo arruolato tra i jihadisti

 

Il ritiro delle truppe americane dall’Iraq lascia un vuoto che potrebbe essere occupato dallo Stato islamico, afferma Foreign Policy, secondo cui un’ulteriore finestra di azione per i gruppi terroristici è oggi data dal Coronavirus. Sono stati numerosi finora gli appelli dei jihadisti per approfittare della situazione di confusione internazionale, scrive The Times of Israel. Nella loro propaganda, il virus viene visto come vendetta di Dio nei confronti degli infedeli, tra cui rientra anche la Cina per il trattamento riservato alla minoranza degli uiguri. L’obiettivo dei jihadisti quindi non è solo quello di corroborare la loro visione del mondo con gli eventi in corso, ma anche di diffondere una certa sfiducia verso i governi per come stanno cercando di affrontare l’emergenza. Anche al-Qaeda ha rilasciato dei messaggi secondo i quali il virus è un “soldato invisibile” che ha esposto le debolezze dell’Occidente, riporta un’analisi della Foundation for Defense Democracies. Ma il contesto in cui i jihadisti oggi sono più attivi è sicuramente quello africano, descritto da InsideOver. Nei pressi del lago Ciad Boko Haram ha inflitto una serie di attacchi alle forze governative, ma anche in Africa orientale al-Shabaab si è dimostrato attivo.

 

Il ruolo del petrolio nel nuovo ordine internazionale

 

I prezzi del petrolio continuano a fluttuare mentre il mondo è concentrato su Covid-19. La diffusione capillare del virus ha infatti fatto crollare la domanda di petrolio, ma secondo Foreign Affairs questa situazione è legata tanto alla pandemia quanto a dinamiche geopolitiche: in un futuro non troppo lontano potrebbe nascere un “new order in international oil” come era avvenuto nel 2016 con la creazione di OPEC+ dopo un crollo del prezzo del petrolio cominciato nel 2014. La situazione però è complessa perché sono molti gli attori coinvolti: tra i principali ci sono gli Stati Uniti, i maggiori produttori mondiali al momento, e la Russia, con la quale l’Arabia Saudita ha ingaggiato una guerra dei prezzi, ricorda il Financial Times. Venerdì 10 aprile si terrà un incontro del G20 per valutare se e di quanto verrà ridotta la produzione, ma il New York Times anticipa che l’OPEC e la Russia abbiano già deciso di ridurre la produzione di 10 milioni di barili al giorno. Secondo ISPI le problematiche connesse al petrolio stanno facendo emergere anche una serie di tensioni politiche: se finora l’autoritarismo delle monarchie del Golfo è stato accettato grazie alle rendite sul petrolio che hanno garantito l’erogazione di servizi alla popolazione, in un prossimo futuro si potrebbe verificare il collasso di questo sistema. E in particolare l’Arabia Saudita di MbS secondo Madawi al-Rashid dovrà al più presto trovare soluzioni che gli permettano di portare avanti la sua narrativa. Con la chiusura di tutte le attività e i divertimenti, e con la diffusione del virus anche all’interno della corte, i programmi dell’agenda ipernazionalista del principe ereditario sono stati momentaneamente sospesi.

 

In breve

 

Afghanistan: nuovo stallo nei colloqui intra-afghani. Washington preme per il proseguimento dei colloqui (New York Times). Gli hazara temono un nuovo governo talebano.

 

Libano: rivolte nelle prigioni, mentre la crisi economica incombe, al punto che il Paese dei cedri continua a rivolgersi a donatori esterni per far fronte alle difficoltà poste dalla pandemia (Al Monitor).

 

Algeria: a causa del Coronavirus le proteste dovranno arrestarsi e aspettare tempi migliori (Middle East Eye).

 

India: è sempre più precaria la situazione dei musulmani e con Il Coronavirus l’islamofobia è aumentata anche sui social attraverso l’utilizzo di hashtag discriminatori (Time)

 

Egitto: Il Cairo è stata nominata capitale della cultura islamica per la sua varietà di stili architettonici. Tutti gli eventi in programma sono però rimandati (Al Monitor).

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