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Focus attualità

Le pratiche religiose ai tempi del Coronavirus

Interno della Moschea Blu di Istanbul [Foto di wgraphiks/Shutterstock]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 27/03/2020 11:00:28

Con la diffusione del Coronavirus in tutto il mondo, le pratiche religiose che prevedono grandi aggregazioni hanno dovuto subire delle modifiche. Il New York Times offre una panoramica di come siano cambiati i riti delle religioni del Medio Oriente e di come la tragedia del virus, da molti vista come una punizione divina, sia stata manipolata per scopi politici: è il caso per esempio di alcune frange dei Fratelli musulmani mobilitati contro il governo autoritario di al-Sisi. Al Jazeera mostra con un video come siano cambiate le pratiche dei musulmani anche in Asia, e riporta poi le testimonianze di quei fedeli che fanno fatica a rinunciare ai culti comunitari. Dopo la sospensione dei pellegrinaggi a Mecca e Medina, anche al-Aqsa è stata chiusa, rendendo off-limits i tre siti sacri più importanti per i musulmani. Agli ebrei della Terra Santa è stato chiesto di non baciare il Muro del pianto, scrive La Croix, mentre il Seder ebraico può essere trasmesso in videoconferenza secondo i rabbini sefarditi ortodossi, nonostante le regole ortodosse normalmente vietino l’utilizzo della tecnologia durante lo Shabbat e le feste. Anche le festività del Capodanno persiano, il Nowruz, sono state limitate per tutelare la salute pubblica, nonostante inizialmente in Iran le principali moschee sciite siano rimaste aperte per parecchio tempo. I fedeli che hanno leccato le pareti di questi templi nella speranza di sconfiggere il virus sono poi stati arrestati. Nel vicino Iraq, invece, il Grande Ayatollah ‘Ali al-Sistani ha emesso delle fatwe per promuovere il distanziamento sociale, scrive Al Monitor, anche se i pellegrinaggi non sono cessati. Infine i fedeli musulmani in Francia, non potendosi recare alla moschea per la preghiera del venerdì, hanno optato per la preghiera nelle proprie case, accompagnati dagli imam attraverso i social network, pratica che ha acceso un certo dibattito, scrive La Croix; secondo alcuni infatti la preghiera collettiva, avendo come obiettivo l’incontro fisico dei fedeli, non può essere virtuale.

 

 

La diffusione del Coronavirus in Medio Oriente

 

Il Coronavirus sta raggiungendo tutti gli angoli del pianeta, compreso il Medio Oriente.  Tuttavia nell’area MENA sono molti gli Stati fragili che potrebbero collassare a causa dell’ulteriore diffusione della pandemia, come fa notare Foreign Policy. Il pensiero è rivolto soprattutto alle zone di guerra come Gaza,  Myanmar, Sud Sudan, Siria e Yemen. È proprio per questo motivo che il Segretario generale dell’ONU ha chiesto un cessate il fuoco in tutte le aree di conflitto, anche se il virus si è già diffuso. Due primi casi sono stati rilevati nella Striscia di Gaza, che si è subito rivolta alla comunità internazionale per far fronte al virus, scrive Haaretz. Anche la Siria, il cui sistema sanitario è stato smantellato da dieci anni di guerra, ha annunciato il primo caso di COVID-19, scrive Arab News. Il timore che il virus si diffonda nei campi profughi ha spinto l’Organizzazione mondiale della sanità a schierare un migliaio di operatori sanitari a Idlib. In Libano è stato dichiarato lo stato di emergenza e questo ha generato una serie di polemiche a livello politico, mentre in Giordania è stato imposto il coprifuoco. Una misura simile è stata adottata dall’Egitto, con al-Sisi fortemente criticato da Foreign Policy per aver voluto minimizzare l’emergenza sanitaria in un primo momento. Il Coronavirus ha raggiunto anche la Libia, dove le ostilità proseguono nonostante fosse stata dichiarata una tregua per contenere il contagio. In Algeria infine, per la prima volta da fine febbraio, non si è svolto l’Hirak. In contemporanea la giustizia ha rallentato il suo corso, scrive Jeune Afrique, ma non si sono fermate le attività parlamentari: è stata infatti recentemente presentato al presidente Abdelmadjid Tebboune un progetto di modifica della Costituzione che, dopo le proteste degli ultimi mesi, mira ad accogliere le rimostranze della popolazione per un assetto costituzionale più democratico.

 

 

Yemen, la guerra e le epidemie dimenticate

 

Come fa notare La Croix, i conflitti in Medio Oriente continuano nonostante l’attenzione del mondo si sia spostata sulla pandemia di Coronavirus. Negli ultimi giorni, infatti, la guerra in Yemen è entrata nel sesto anno, ricorda il Corriere della Sera, e il conflitto è tornato a occupare i nostri schermi per gli scontri che ci sono stati tra le forze ribelli supportate dall’Iran e la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, nei pressi del porto di Aden. Martedì 24 marzo i separatisti Houthi hanno bloccato una nave dell’ONU a bordo della quale negli ultimi mesi si sono svolti negoziati per cercare di raggiungere una tregua, scrive Reuters. Il governo internazionalmente riconosciuto di Abd Rabbuh Mansour Hadi ha perso il supporto di buona parte della popolazione, secondo il giornale filo-Qatar Middle East Eye, e ora appare agli occhi di molti solo come un fantoccio dei sauditi. Infatti ciò che sta continuando ad alimentare il conflitto sono gli interessi contrastanti di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Il Guardian spiega che le tensioni riguardano il controllo della parte meridionale della penisola arabica dove gli Emirati appoggiano un movimento separatista che desidera una rinnovata indipendenza per il Sud del Paese, mentre l’obiettivo dell’Arabia Saudita è di distanziare i ribelli Houthi dall’Iran. Sebbene quella in Yemen sia evidentemente una guerra per procura, Al Monitor ricorda che il conflitto fa leva anche sulle dimensioni settarie del Paese: lunedì infatti una corte Houthi ha condannato a morte un fedele Baha'i per la sua religione, ma dopo una serie di appelli internazionali, è stato graziato e mercoledì sono stati liberati una ventina di prigionieri Baha’i rinchiusi a Sana’a.

 

Secondo un recente rapporto di Save the Children riportato da Eastwest, le vittime del conflitto sono soprattutto i bambini. Si teme inoltre per l’arrivo del Coronavirus in un Paese dove la metà delle strutture sanitarie sono state distrutte: Avvenire ricorda che un ospedale è stato attaccato anche qualche giorno fa, mentre il Corriere della Sera rammenta ai lettori che l’imminente stagione delle piogge rischia di aumentare la diffusione del colera. Epidemia della quale negli ultimi anni si è occupata anche Oxfam, che su Vita.it commenta le agghiaccianti statistiche sulla condizione sanitaria del Paese. Una flebile speranza è apparsa giovedì 26 marzo quando le fazioni in guerra hanno accettato la tregua proposta dalle Nazioni Unite per far fronte alla possibile comparsa del virus nella penisola, scrive Reuters.

 

 

L’incertezza dei negoziati intra-afgani

 

I negoziati che sono seguiti agli accordi di pace in Afghanistan si sono svolti domenica scorsa in videoconferenza per il timore nei confronti del Coronavirus e hanno riguardato la questione del rilascio dei prigionieri talebani da parte del governo afgano, scrive Reuters. Lunedì il Segretario di Stato americano Mike Pompeo si è recato a Kabul per cercare di superare questa impasse, e ha minacciato di tagliare i finanziamenti all’Afghanistan per un miliardo di dollari nel 2020 e per un ulteriore miliardo nel 2021, riporta il New York Times. Il 31 marzo allora cominceranno a essere rilasciati alcuni dei prigionieri incarcerati dal governo afgano, scrive sempre Reuters, con la promessa che non si uniranno nuovamente alla lotta armata. Ora il compito di portare a termine il processo di pace è lasciato alla diplomazia americana, ma non sembra che l’obiettivo (qualunque esso sia, visto che l’amministrazione Trump non è stata chiara a riguardo) possa essere raggiunto a breve. Nei giorni scorsi infatti a Kabul si sono verificati degli attacchi alle comunità sikh e indù poi rivendicati dallo Stato islamico, scrive il Washington Post. Come se ciò non bastasse sul Paese aleggia anche la minaccia del Coronavirus: quattro membri della NATO sono stati trovati positivi e il virus ora rischia di posticipare i colloqui di pace a un tempo indefinito, commenta Barnett R. Rubin.

 

 

Iraq: diminuite le truppe (ma anche le risorse idriche)

 

Giovedì due missili hanno colpito la Green Zone di Baghdad vicino all’ambasciata americana, ma come scrive Al Jazeera, non sono stati registrati feriti. L’ennesimo attacco è stato realizzato in concomitanza con il ricollocamento delle truppe americane annunciato già da tempo. I contingenti sono gli stessi che si sono impegnati a cacciare l’ISIS dall’Iraq; ora tuttavia Washington ritiene che la situazione possa essere gestita dalle forze locali, scrive Al Monitor. Quello che Trump ha fatto passare come un semplice riposizionamento di truppe è in realtà una ritirata a tutti gli effetti, scrive Robert Fisk per Independent, in linea con le promesse elettorali che l’hanno portato alla Casa Bianca. Anche il Coronavirus è stato chiamato in causa, e per ragioni di sicurezza sanitaria sono state bloccate le esercitazioni congiunte tra forze americane e irachene. Anche secondo Hareetz la minaccia del contagio potrebbe velocizzare il ritiro delle truppe straniere dal Medio Oriente.

 

Domenica 22 marzo si è festeggiata la Giornata mondiale dell’acqua. L’insicurezza idrica è una seria minaccia per un Paese come l’Iraq la cui popolazione ha da sempre fatto affidamento sui due fiumi della Mesopotamia, il Tigri e l’Eufrate. Il progetto Iraq without water spiega bene le difficoltà crescenti che deve affrontare la popolazione irachena nel far fronte a una crescente siccità, alimentata dai cambiamenti climatici. Il Guardian mostra con un reportage fotografico come sia cambiata la vita di chi vive nel Sud del Paese a causa della diminuzione del livello delle risorse idriche. Una narrazione condivisa anche da Osservatorio diritti che riporta le testimonianze di chi ha dovuto lasciare la propria terra a causa dei cambiamenti climatici.

 

 

In breve

 

La Turchia ha accusato 20 sauditi per l’omicidio di Khasoggi, scrive Al Monitor.

 

La possibilità di trovare un’alternativa a Netanyahu è sfumata giovedì; Haaretz racconta di come Gantz non sia riuscito a opporsi fino in fondo al Likud.

 

La Croix riporta la notizia di un attacco in Ciad da parte di Boko Haram.

 

C’è stato un attacco jihadista anche in Mozambico: la BBC fa notare che è il primo nei confronti di una grande città.

 

Secondo il Financial Times l’islamismo estremista potrebbe trovare terreno fertile in India contro le politiche nazionaliste indù di Narendra Modi, mentre The Diplomat racconta della propaganda del sedicente Stato islamico in Asia.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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