Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 19/03/2024 11:52:03

L’Egitto, alle prese con una grave crisi economica e finanziaria, stringe un’importante partnership con gli Emirati Arabi Uniti. Con l’accordo firmato il 24 febbraio a Ras al-Hikma, località mediterranea vicino a Marsa Matruh, gli Emirati immetteranno attraverso un loro fondo sovrano trentacinque miliardi di dollari nelle disastrate finanze egiziane: di questi ventiquattro serviranno per trasformare la penisola di Ras al-Hikma in un enorme complesso turistico di lusso; i restanti undici verranno destinati ad altri progetti di sviluppo nel Paese.

 

Com’era lecito aspettarsi, l’accordo è stato salutato con entusiasmo dalla stampa egiziana ed emiratina. Scrive una giornalista egiziana su al-Ahram: «quando ho cominciato a scrivere questo articolo ero alquanto indecisa: non sapevo se iniziare dal successo o dalle difficoltà che attanagliano e avvolgono l’economia egiziana. Alla fine ho deciso di cominciare col ringraziare tutti gli eroi che hanno raggiunto l’Accordo di Ras al-Hikma: nel momento in cui qualsiasi tipo di difficoltà assaliva l’economia del Paese, è comparso questo barlume di speranza di investimento per riportarci in vita. Sì, alla vita. Perché la forza dell’economia nazionale è la vita della collettività, e gli investimenti sono lo spirito che riflette quella forza vitale». La testata emiratina Al-‘Ayn al-Ikhbariyya definisce l’accordo «storico», non solo per l’ingente somma di denaro che affluirà nelle casse del Cairo, ma anche perché esso costituirebbe un duro colpo per la Fratellanza Musulmana, i cui simpatizzanti mediatici hanno continuato a «diffondere e propagare menzogne sulle relazioni tra Egitto ed Emirati per lungo tempo», asserendo «in modo totalmente falso» che «tra i due Paesi ci sono numerose differenze», e parlando  «di profonde tensioni, sia interne che esterne, esistenti tra il Cairo e Abu Dhabi». Gli fa eco al-Ittihad, altro quotidiano emiratino: «alcuni Paesi arabi non vedono l’ora di ottenere progetti e investimenti simili a quelli dell’Egitto». Perché ciò sia possibile essi «devono avvicinarsi all’esempio egiziano, aumentando la stabilità dello Stato e l’indipendenza da qualsiasi influsso regionale ostile ai Paesi del Golfo […]. Devono eliminare i “gruppi” terroristi e le milizie armate non statuali, dare un giro di vite al “narcotraffico” e alla corruzione dilagante, fare a meno delle oscillazioni politiche».   

 

Significativo l’articolo del giornalista iracheno Hitham al-Zubaydi – dal titolo “molta saggezza (hikma) in Ras al-Hikma” – apparso sul quotidiano panarabo Al-‘Arab, vicino alle posizioni degli Emirati. L’autore considera l’accordo un fatto positivo, soprattutto per il presidente egiziano: «al-Sisi non ha potuto nascondere la sua felicità […]. Ha espresso la sua gratitudine agli Emirati ringraziandoli per l’aiuto che presteranno fornendo sostegno economico e iniettando la liquidità di cui l’Egitto sembra aver bisogno come mai prima d’ora». Ciononostante, al-Zubaydi mostra una certa cautela: la firma dell’accordo potrebbe infatti «diventare una gioia temporanea. Non è la prima volta che si immettono capitali in Egitto. Dopo la rivoluzione del 2011, i denari dei Paesi del Golfo hanno fatto a gara per alimentare i due fronti opposti del Paese, ossia la Fratellanza e lo Stato profondo guidato dall’esercito. Il finanziamento qatariota non è durato a lungo, tanto che, dopo la caduta della Fratellanza, fu rimpiazzato da quello saudita, emiratino e kuwaitiano». Afflussi che permisero al Cairo di contrarre debiti e ottenere prestiti dal Fondo Monetario Internazionale. Il giornale osserva però che non tutti i progetti e gli investimenti egiziani del passato sono stati sensati. Basta ricordare «i miliardi di dollari buttati via per la costruzione della seconda corsia del Canale di Suez», il cui obiettivo era quello di raddoppiare il traffico navale, previsione che però non si è avverata. «Vi è poi l’idea della nuova capitale amministrativa» che presenta una «contraddizione tra aspettative e realtà: lo Stato egiziano cerca di ridurre il numero degli impiegati […], ma al contempo approva l’idea di costruire una città gigantesca che concentra sedi di ministeri e uffici statali, riempendo gli edifici di impiegati. Sono stati buttati un sacco di soldi in questi progetti» e, come se non bastasse, la pandemia, la guerra russo-ucraina e soprattutto gli Houthi («cioè l’Iran») hanno contribuito a ridurre i traffici di Suez. «Il problema dell’Egitto di al-Sisi – prosegue al-Zubaydi – è che è dipendente dal denaro facile, proprio come il corpo umano che è dipendente dagli zuccheri». È così che si spiega l’«ambiguità intenzionale» dell’accordo voluta dagli Emirati: «solo pochi egiziani ed emiratini erano a conoscenza della reale natura dell’accordo. Quest’ultimi sono stati attenti a non divulgare i dettagli dell’accordo, che sulla carta sembrava un investimento economico, ma che al contempo prevedeva un grande immissione di denaro nella banca centrale egiziana. Non volevano dire che si trattava di denaro per soccorrere» il Paese nordafricano.  

 

Prudenza anche da parte del quotidiano di proprietà qatariota Al-‘Arabi al-Jadid: l’enorme investimento non è una cattiva notizia di per sé, ma è di certo «un’esagerazione» ritenere che esso possa davvero rappresentare una soluzione definitiva a tutti i problemi economici del Paese. La testata saudita al-Majalla riconosce il grande aiuto emiratino, che promuove «progetti importanti e degni di attenzione», ma subito aggiunge che troppo poco è stato fatto per migliorare le condizioni di vita dei cittadini.

 

Completamente critica la visione della testata islamista Arabi21, che descrive l’accordo di Ras al-Hikma come un mero atto di compravendita, ultimo esempio di un modus operandi proprio del regime cairota: vendere – anzi, svendere – terreni e territori dello Stato a potenze straniere in cambio di una pioggia di denaro: «nonostante una delle ragioni più evidenti degli atti di vendita di fondazioni, proprietà e terre egiziane ad attori esteri sia il desiderio del regime di ottenere denaro in qualunque modo e a qualunque prezzo possibile, questo processo non riuscirà a ripagare i debiti dell’Egitto se il regime non promuoverà riforme radicali. Cosa che, a quanto pare, non è capace di fare perché è esso stesso parte del problema e non della soluzione. Questi debiti metteranno le catene all’Egitto per sempre».

 

 

La fine del Califfato cent’anni dopo 

 

Cent’anni fa, il 3 marzo 1924, la neonata repubblica turca di Mustafa Kemal aboliva il Califfato ottomano, aprendo una nuova pagina della storia del Paese e del mondo musulmano. Nonostante l’importanza della ricorrenza, la stampa araba non ha dedicato molti articoli a riguardo. La testata qatariota al-Sharq spiega che «l’abolizione del Califfato islamico è stata  il risultato di continue cospirazioni sia dall’interno che dall’esterno», messe in atto in particolare dal «sionismo, dai Paesi colonizzatori e dalle correnti occidentaliste che stavano corrodendo il corpo» dell’impero. Meno complottista, ma sempre apologetico il parere di Al-Quds al-‘Arabi, giornale panarabo di proprietà qatariota: è vero che l’abolizione del Califfato fu una «calamità che si abbatté sui musulmani indebolendoli e dividendoli», ma occorre precisare che «allo stesso tempo quell’evento fu una preziosa opportunità di riportare il Califfato, anche a distanza di tempo, al suo significato originale e ai suoi esempi meritevoli di essere imitati e ripetuti». In effetti, prosegue l’articolo, lo «status del Califfato ottomano appariva confuso», in quanto non assomigliava al Califfato Omayyade e Abbaside. Persino la legittimità del titolo è controversa: il Califfato ottomano sarebbe stato istituito subito dopo la conquista turca dell’Egitto all’inizio del XVI secolo, quando l’ultimo califfo abbaside al-Mutawakkil III cedette la sua carica al sultano Selim I: «Una versione difficile da verificare sotto il profilo storico – commenta dubbioso al-Quds – ed è probabile che i sultani ottomani accumularono titoli pomposi e altisonanti» in modo da legittimare la loro autorità sui territori conquistati. Per Arabi21 l’abolizione del Califfato, rappresenta l’inizio di una lunga serie di tentativi di riformare il pensiero e la politica del mondo arabo-musulmano. Un discorso divenuto più attuale che mai dopo gli eventi del 7 ottobre: «oggi, dopo il “Diluvio di al-Aqsa”, la guerra a Gaza e le conseguenze di questa grande battaglia sono riemerse di nuovo le domande sulle soluzioni e sui progetti arabo-islamici capaci di affrontare le nuove crisi e il modo in cui questa grande sfida può trasformarsi in una opportunità per ripristinare l’unità offrendo una nuova visione intellettuale arabo-islamica». In particolar modo, pensatori e ricercatori dovrebbero elaborare un “concetto scientifico” del pensiero islamico che sia in grado di offrire risposte e soluzioni in ambito economico, ragionando soprattutto sul binomio tra Islam e capitalismo. Occorre inoltre «comprendere di nuovo l’Occidente e il mondo intero alla luce dei nuovi cambiamenti» proponendo una «nuova visione capace di rivolgersi a tutti i popoli, in particolare a quelli che hanno difeso la causa palestinese». Infine, l’articolo sottolinea la necessità di «trarre profitto dalla odierna rivoluzione tecnologica fornendo un contributo reale».   

 

Sami Moubayed, storico e accademico siriano, scrive sulla testata saudita al-Majalla un interessante articolo sulla fine del Califfato…e del suo ritorno. Infatti Atatürk, primo presidente e fondatore del moderno Stato turco «pensava di aver posto fine sia al Sultanato che al Califfato ottomano. Non poteva immaginare che quest’ultimo sarebbe tornato, in maniera estremamente corrotta e distorta, novant’anni dopo la sua storica decisione. Non tornò però a Istanbul, ma nella città siriana di Raqqa», in cui Abu Bakr al-Baghdadi si autoproclamò califfo nel 2014. Dopo l’abolizione del titolo, scrive Moubayed, erano state avanzate varie proposte per «tentare di riempire il vuoto». Tuttavia, i «sapienti musulmani ritenevano che qualsiasi figura contemporanea del Novecento, per quanto fosse autorevole, non era adatta a diventare califfo, perché nessuno poteva essere paragonato ai “Califfi ben guidati” […]. La questione rimase in sospeso per anni finché Hassan al-Banna, fondatore della Fratellanza Musulmana egiziana, propose di nuovo la questione nel 1928; successivamente, essa fu ripresa dal leader dell’organizzazione “al-Qaeda” Osama bin Laden e dal suo vice Ayman al-Zawahiri, che nel 1982 annunciò la nascita dei Califfati in Afghanistan e Cecenia». Moubayed conclude l’articolo con toni polemici, ritornando sulla questione del “Califfato” dello Stato Islamico, progetto realizzato a suo dire con il tacito consenso di movimenti vicini alla Fratellanza Musulmana: «nessuno di loro si è opposto all’autoproclamazione di al-Baghdadi del 2014, prima di tutto perché erano affascinati da questa idea, e poi perché lo stesso al-Baghdadi, come sarebbe emerso dopo, era un membro della “Fratellanza Musulmana”. I Fratelli egiziani non si sono opposti alle parole di Abu Muhammad al-‘Adnani, portavoce ufficiale dello Stato islamico: “il Califfato è un sogno che alberga nell’animo di ogni musulmano”. La loro unica obiezione è stata sulla persona di al-Baghdadi, poiché a loro dire non disponeva dei requisiti necessari» per poter pronunciare il giuramento di fedeltà (bay‘a).

 

Al-Mujtama, storica rivista filo-islamista kuwaitiana, approfondisce la questione raccogliendo commenti espressi da personalità politiche ed esperti di Islam. Pessimista il giudizio di Rafiq Abd el-Salam, ex ministro degli esteri tunisino e membro del movimento Ennahda: «il Califfato inteso come modello storico è in frantumi e le cose non torneranno come prima». «Con la sua abolizione, i musulmani hanno perso qualcosa di importante» perché, da quel momento in poi, sono stati soggetti alla dominazione straniera e l’Islam è stato associato ad atti di violenza e al terrorismo. Più fiducioso Bashar Shalabi, membro del segretariato generale della conferenza popolare dei palestinesi all’estero: anche se «la storia non si ripete», Shalabi non esclude la possibilità di creare in futuro una sorta di «legame politico tra le varie nazioni dell’Islam sull’esempio dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica o di altre realtà». Polemico il parere di Sharif Hussein al-Kattani, membro dell’Unione Internazionale degli Studiosi Musulmani: caduto il Califfato, «i nemici della umma hanno propagato nazionalismi preislamici, frammentando l’unità islamica».

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