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Le nostre letture

Abdallah Azzam e il jihad globale

Seguendo l’evolversi della vita di Abdallah Azzam, The Caravan ricostruisce la traiettoria del jihadismo come movimento transnazionale contemporaneo.

Ultimo aggiornamento: 02/07/2020 08:57:27

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Recensione di Thomas Hegghammer, The Caravan: Abdallah Azzam and the Rise of Global Jihad Cambridge University Press, Cambridge 2020

 

Abdallah Azzam, uno dei principali ideatori del jihadismo contemporaneo, è stato molte cose: un combattente, un accademico, un manager, un esule e un martire. Nel libro The Caravan di Thomas Hegghammer, l’autore consacra ciascun capitolo a un diverso aspetto di questa figura poliedrica. È così che, quasi come un romanzo, conosciamo l’Azzam palestinese e fidā’iyyīn, l’Azzam Fratello musulmano, l’Azzam insegnante e scrittore, l’Azzam ideologo, l’Azzam mujahid e nemico per alcuni, fino all’Azzam martire e icona del jihad globale.

 

Il titolo richiama una delle opere principali di Azzam, “Unisciti alla carovana” (in arabo Ilhaq bi-l-qāfila), in cui l’autore incoraggiava i giovani musulmani a prendere parte al jihad in Afghanistan.

 

Un lavoro minuzioso, ricco di digressioni che aiutano a capire il contesto e l’atmosfera degli anni ’70 e ’80 nel mondo arabo, una mole di informazioni considerevole ricavata dalla consultazione diretta di documenti originali in arabo e talvolta inediti, e frutto di una serie di interviste con amici e parenti di Azzam. Ma il risultato di questa ricerca più che decennale non è soltanto una biografia. La vita di Abdallah Azzam funge da pietra angolare intorno alla quale è stato costruito l’edificio del jihad globale.

 

La narrazione comincia così in Palestina, dove Azzam è nato nel 1941 e cresciuto nel villaggio di al-Sila al-Harithiyya, prima di emigrare con la sua famiglia in Giordania. Dopo la guerra dei Sei Giorni si unirà a un gruppo di fidā’iyyīn per combattere contro Israele, facendo la sua prima esperienza di lotta armata e cominciando a nutrire un certo disprezzo per la sinistra palestinese e il comunismo in generale, a cui erano invece ideologicamente fedeli gli altri gruppi di combattenti palestinesi.

 

Entrato a far parte dei Fratelli musulmani nel 1953, in giovanissima età, e divenuto discepolo di Sayyid Qutb, otterrà un dottorato ad al-Azhar nel 1973 e intraprenderà poi la carriera accademica. Passerà dalla Giordania, all’Arabia Saudita e infine al Pakistan, con frequenti viaggi anche negli Stati Uniti, intessendo nei suoi spostamenti una fitta rete di conoscenze che spaziavano da futuri terroristi come Osama bin Laden a personaggi dello spettacolo come Cat Stevens, intanto diventato Yusuf Islam.

 

L’apice di questa traiettoria sarà la guerra in Afghanistan contro l’occupazione sovietica, su cui il libro getta nuova luce. Se infatti è noto che quell’esperienza sarebbe stata la culla di al-Qaida, poco si sapeva su come fosse stata creata quella stessa culla, per usare le parole dell’autore.

 

Proprio in questo fu centrale il ruolo di Azzam, che reclutò e diede sostegno ai primi mujāhidīn arabi attraverso la creazione dell’Ufficio dei Servizi, il quale operava tra Pakistan e Afghanistan. Ma la vera vocazione di Azzam era quella di ideologo e studioso più che di manager o combattente. Prima di approdare in Afghanistan il suo pensiero era ben radicato nella tradizione della Fratellanza musulmana: considerava l’Islam superiore ad altri sistemi di credenze, disprezzava il nazionalismo, che vedeva come un’importazione dal mondo occidentale, e rifiutava in ogni modo il comunismo, contro il quale era lecito dichiarare il jihad per riprendere possesso dei territori musulmani.

 

Diverrà a tutti gli effetti il padre del jihad globale quando dichiarerà quest’ultimo un fard ‘ayn, un obbligo morale per il singolo musulmano, indipendentemente dai pronunciamenti di qualsiasi autorità politica o religiosa. Secondo Azzam niente e nessuno poteva impedire a un foreign fighter di prendere parte a un jihad legittimo. Allo stesso tempo, però, gli scritti di Azzam non offrono indicazioni di lungo termine per l’organizzazione militare e transnazionale che si sarebbe dovuta creare per combattere il jihad, contribuendo così a generare un ingovernabile movimento senza guida.

 

Questo concorrerà ad aprire il vaso di Pandora del jihadismo dopo l’uccisione di Azzam, avvenuta a Peshawar nel 1989, e sulla quale aleggia ancora un’aura di mistero. Infatti, nonostante Hegghammer passi in rassegna le diverse ipotesi avanzate finora, i mandanti restano sconosciuti. L’autore tuttavia ritiene che i responsabili siano più probabilmente stati i servizi di sicurezza afgani o pakistani.

 

Da quel momento diverse organizzazioni terroristiche, a volte anche in contrasto tra di loro, cominceranno ad appropriarsi delle idee di Azzam, che risulta così uno dei più influenti ispiratori del jihadismo contemporaneo.

 

Anche se Azzam non si è mai fatto promotore di attacchi contro l’Occidente, la sua visione di una umma in pericolo e la creazione di una cultura del martirio hanno spianato la strada alla strategia internazionale di al-Qaida, la cui genesi è descritta dettagliatamente da Hegghammer. Benché Azzam sia considerato uno dei padri spirituali dell’organizzazione, non fu mai coinvolto nella sua creazione, di cui era comunque a conoscenza. Semplicemente non osteggiò la decisione di alcuni combattenti di migliorare il proprio addestramento militare istituendo allo scopo degli appositi campi. Fu in particolare Osama bin Laden a voler dare vita a un gruppo di combattenti di alto livello, mentre Azzam era più orientato agli aspetti teorici e spirituali del jihad. Tuttavia i due non solo non entrarono in contrasto, ma «Azzam era così desideroso di mantenere la cooperazione con Usama bin Ladin e i suoi uomini che alla fine del 1988 propose di far nominare bin Ladin leader di tutti gli arabi» (p. 362). Per ragioni ancora non chiare, questo progetto non ebbe però seguito e al-Qaida e l’Ufficio dei Servizi rimasero due entità separate.

 

In questa sorta di “archeologia del jihad” scopriamo che, al contrario di quanto afferma una vulgata consolidata, il coinvolgimento americano nell’armare e formare i combattenti islamisti è stato praticamente nullo. Inoltre, nonostante la creazione di un successivo mito intorno ai mujāhidīn arabi in Afghanistan, il loro numero non è mai stato considerevole, secondo le stime dell’autore, e il loro contributo durante la guerra è stato pressocché irrilevante.

 

Agli occhi della CIA, questi militanti erano quindi insignificanti, anche se molti di loro partirono per l’Afghanistan proprio dagli Stati Uniti, dove era stata creata l’unica sede distaccata dell’Ufficio dei Servizi.

 

In generale, gli atteggiamenti dei vari Paesi furono ambivalenti: da una parte i foreign fighters del tempo godevano di una generale indifferenza da parte dei governi (fossero essi occidentali o arabi), che non si opposero al reclutamento di combattenti stranieri perseguito dalla propaganda dell’Ufficio dei Servizi; d’altra parte, invece, un Paese come l’Arabia Saudita era diventato un rifugio sicuro per i militanti panislamisti perseguitati nel resto del mondo arabo, dando loro spazio e supporto.

 

A contribuire invece in maniera determinante alla creazione di un moderno movimento jihadista furono le politiche dei singoli Paesi musulmani, che costrinsero i militanti islamisti a spostare l’attenzione dalle lotte nazionali interne al coinvolgimento in contesti internazionali.

 

La tesi conclusiva di Hegghammer è infatti che sia stata l’esclusione degli islamisti dall’arena politica nazionale e locale a spingerli verso uno spazio internazionale, come ben dimostra la traiettoria di Azzam, la cui vita itinerante è anche l’esito dell’opposizione che il suo attivismo suscitò nei governi dei vari Paesi in cui risiedette. Usando le parole dell’autore «Il jihadismo è diventato globale a causa della repressione locale. […] L’incapacità dei Paesi arabi di includere gli islamisti nella politica nazionale ha prodotto una classe di attivisti che negli anni ’70 iniziò a guardare alla scienza internazionale come spazio operativo. Negli anni ’80 alcuni di questi pan-islamisti diedero un’interpretazione militare del concetto di solidarietà islamica, iniziando a invitare i musulmani a combattersi nelle rispettive guerre» (p. 493).

 

Nella parte finale del testo, Hegghammer si diletta con alcune ipotesi su come avrebbe potuto ulteriormente evolversi il pensiero di Azzam se questi non fosse stato ucciso nel 1989. Avrebbe approvato o condannato gli attacchi alle Torri gemelle? Avrebbe forse appoggiato la creazione di uno Stato islamico nel Levante, ma disapprovato l’uso sistematico della violenza da parte di ISIS? Non ci è dato saperlo. Possiamo invece dire che se la sua uccisione nel 1989 chiuse la stagione del jihad afgano, in qualche modo aprì la porta del jihad globale, le cui premesse erano già state poste dalla sua vita e dal suo pensiero.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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