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Cristiani nel mondo musulmano

Chiesa d’Oriente: due millenni di martirio e missione

Scorcio della cittadina cristiana di Alqosh, nel Kurdistan iracheno [knovakov / Shutterstock]

Bersagliato oggi dalle milizie dell’Isis, il Cristianesimo in Iraq risale fino all'età apostolica. A partire dal XV secolo i suoi diversi rami hanno alternativamente stabilito legami con Roma, fino giungere a una divisione che rischia di condurre a una lenta morte

Questo articolo è pubblicato in Oasis 22. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 14/05/2019 17:44:45

Alla Chiesa d’Oriente odierna si possono forse applicare, senza esagerazione, le parole del profeta Isaia: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare diletto» (Is 53,2). Eppure, se solo si scosta il velo della cronaca, quanta bellezza appare nel suo volto sfigurato! Bersagliata oggi nel Nord dell’Iraq e in Siria dalle milizie dello Stato Islamico, questa Chiesa continua oggi nel Paese dei due Fiumi una presenza cristiana che risale fino all’età apostolica. Cresciuta fin dall’inizio in mezzo alle persecuzioni, in relativo isolamento e autonomia, ha conosciuto nel Medio Evo uno slancio missionario senza pari, che l’ha condotta fino alla lontana Cina. Lungo la sua storia non è mai stata una Chiesa nazionale nel senso esclusivista, riunendo in sé popoli e nazioni dall’Alta Mesopotamia fino al Golfo persico, dall’India alla Cina. Volerla trasformare oggi da Sacramento per il mondo a strumento di un nazionalismo ripiegato su di sé, come alcuni domandano, significherebbe mummificarla: la Chiesa infatti supera i confini delle etnie, delle lingue, delle nazionalità, perché il Cristianesimo è un annuncio di vita che si incarna in tutte le civiltà.

 

 

 

 

Fioritura e persecuzione

 

 

Tre sono lungo la storia le caratteristiche fondamentali di questa Chiesa: il martirio sotto l’Impero persiano; la vita monastica fiorita dopo la persecuzione; la perseveranza nella fede e nella missione durante l’età islamica.

 

 

Senza risalire fino alla predicazione dell’apostolo Tommaso e dei discepoli Addai e Mari, la Chiesa d’Oriente conobbe una rapida fioritura nei primi secoli, come testimonia il Sinodo di Seleucia-Ctesifonte del 410. Nel V secolo essa adottò la cristologia antiochena, ma le circostanze politiche la isolarono gradualmente dal resto della Chiesa universale. Essa infatti si trovava nel territorio dell’Impero sassanide, che guardava con sospetto ogni contatto con l’impero romano. Fu comunque solo nel VII secolo che fecero la loro comparsa ufficiale gli insegnamenti teologici di Nestorio. La definizione di “nestoriana” attribuita a questa Chiesa è dunque un anacronismo: il suo vero nome è Chiesa d’Oriente. Per le vicende storiche che illustreremo, essa comprende oggi la Chiesa caldea, la Chiesa assira d’Oriente e la Chiesa antica d’Oriente. Nutriamo tuttavia la speranza incrollabile che questi tre rami possano ritrovare l’unità, perché la separazione è peccato e significa una morte lenta.

 

 

Quando nel VII secolo gli arabi musulmani giunsero nell’odierno Iraq sconfiggendo le truppe sassanidi, più della metà degli abitanti erano cristiani di lingua e cultura siriaca. L’arabo si diffuse rapidamente anche perché il Califfo omayyade ‘Abd al-Malik (685-705) ne fece la lingua ufficiale dell’amministrazione. Il mutato clima sociale, economico e politico spinse i cristiani ad adottare la lingua dei conquistatori, mentre il siriaco si ritirava alla liturgia e alla letteratura.

 

 

Con il passaggio del Califfato agli abbasidi, il centro del potere si trasferì in Mesopotamia. Nel nuovo contesto i cristiani svolsero un ruolo speciale facilitando l’interazione culturale e contribuendo grandemente alla produzione culturale, in particolare nel campo delle traduzioni. Basterà ricordare il famoso letterato Hunayn Ibn Ishâq al-‘Ibâdî, originario di Hira (nei pressi di Kufa) e madrelingua siriaco, che tradusse 39 libri dal greco all’arabo e 95 in siriaco[1]. I cristiani non furono in realtà dei semplici trasmettitori, ma diedero un contributo creativo, aggiungendo ai testi che traducevano la loro esperienza e le loro conoscenze. Essi costituirono così un ponte culturale e di civiltà tra l’Oriente e l’Occidente. Tra questi grandi pensatori si possono ricordare Bakhtishû‘ e la sua famiglia, della scuola medica di Jundishapur, che servì numerosi califfi, il già visto Hunayn Ibn Ishâq (m. 873) e il Catholicos[2] Timoteo il Grande (780-832) che fu letterato prolifico e traduttore eccellente e di cui si ricordano diversi dialoghi con il Califfo al-Mahdi su questioni di fede cristiana e islamica. Timoteo trasferì la sede patriarcale a Baghdad e le lettere che scrisse su vari argomenti religiosi e culturali attestano l’ampiezza dei suoi interessi intellettuali. Da notare che questo patrimonio letterario non fu proprietà esclusiva del clero: anche numerosi laici scrivevano infatti di teologia e diritto. Quando nell’837 il Califfo al-Mu‘tasim edificò la nuova capitale Samarra, circa 100 chilometri a nord di Baghdad, anche il Patriarca vi si trasferì e quando nell’889 il Califfo al-Mu‘tamid abbandonò Samarra per ritornare a Baghdad, il Patriarca lo seguì nuovamente: questi fatti illustrano il livello d’integrazione della Chiesa d’Oriente nel nuovo ambiente islamico. Benché la politica abbaside causasse la conversione di molti cristiani all’Islam, la Chiesa d’Oriente conobbe un’ampia diffusione in altri Paesi e fondò diocesi a Damasco, Gerusalemme, Alessandria, Cipro e nel Golfo. Alcuni monaci missionari percorsero inoltre la via della seta e insieme al Vangelo portarono la loro lingua siriaca e i loro riti fino in Cina.

 

 

Nel 1258 il Califfo abbaside crollava sotto i colpi dell’invasione mongola. La situazione dei cristiani sotto questo nuovo dominatore fu ambivalente. Alcuni khan infatti furono attratti dal Cristianesimo e mostrarono una certa simpatia verso la Chiesa: già il Califfo al-Musta‘sim aveva chiesto al Patriarca Makkikha II di negoziare una tregua con il capo mongolo Hulagu e, quando la città cadde in mano ai Mongoli, al Patriarca fu permesso di risiedere in uno dei palazzi abbasidi. In effetti, quando i mongoli occuparono Baghdad, il Cristianesimo si era già diffuso tra le tribù mongole, in Asia centrale tanto che ‘Abdisho‘ Bar Brikha al-Sûbâwî (m. 1318) stilò una lista di 27 sedi metropolitane e 200 diocesi sottoposte al Catholicos d’Oriente, con quasi 8 milioni di fedeli! Tuttavia, la situazione di tolleranza non durò a lungo. Infatti, il secondo Khan, Ghazan, dopo aver abbracciato ufficialmente l’Islam, iniziò a porre molte restrizioni ai cristiani. Distrusse alcune chiese trasformandole in moschee e saccheggiò la sede patriarcale. Iniziava così il tramonto di quella che fu la più importante Chiesa missionaria del Medio Evo.

 

 

Sotto Tamerlano (1336-1405) la maggior parte dei mongoli adottò l’Islam e prese il via la persecuzione dei cristiani e la distruzione sistematica delle chiese. Questo spinse i cristiani a rifugiarsi verso le regioni montuose del Kurdistan. Le diocesi distanti furono tagliate fuori dalla Chiesa madre e poco alla volta scomparvero.

 

 

Un fatto nuovo tuttavia si produsse con il riallacciarsi dei contatti con la Chiesa latina. In effetti, quando i crociati s’impadronirono della Terra Santa, alcuni missionari occidentali si spinsero verso Oriente. Il primo incontro con la Chiesa d’Oriente ebbe luogo con l’arrivo di francescani e domenicani a Basra, Baghdad, Mosul e Amid (l’attuale Diyarbakir). Tra questi missionari si possono ricordare Guglielmo di Rubruck (m. 1280), Ricoldo da Monte Croce (m. 1320) e Giovanni da Montecorvino (m. 1328). In parallelo alcuni cristiani orientali funsero da diplomatici tra i mongoli e l’Occidente. Il più famoso tra loro fu il monaco Bar Sawma, che fu aiutante del Catholicos Mar Yahballah III (1281-1317). Nel 1287, il Khan mongolo Urghun lo inviò in missione ai re d’Occidente per proporre un’alleanza militare. Bar Sawma incontrò l’imperatore bizantino Andronico II, il re di Francia Filippo IV, Edoardo I re d’Inghilterra e il Papa Niccolò IV. Tuttavia i suoi tentavi fallirono. È però da osservare che mentre si trovava a Roma, Bar Sawma celebrò la messa in San Giovanni in Laterano secondo il rito orientale alla presenza del Papa e ricevette la comunione dalle sue mani. Attraverso Bar Sawma la curia romana prese coscienza dell’esistenza della Chiesa d’Oriente, di cui aveva fino ad allora solo vaghe notizie. Dopo la morte di Bar Sawma, nel 1294, la Santa Sede continuò la corrispondenza con il Catholicos d’Oriente, ma senza alcun risultato degno di nota.

 

 

Un altro contatto diretto con la Chiesa d’Occidente ebbe luogo nel 1340 quando un gruppo di cristiani orientali si unì a Cipro alla Chiesa cattolica. Essi furono chiamati Caldei. Questa unione con Roma fu reiterata nel 1440, quando, sotto il pontificato di Eugenio IV, Timoteo vescovo di Tarso rinnovò la sua unione in seguito al Concilio di Firenze-Ferrara. Egli prese il titolo di arcivescovo dei caldei residenti a Cipro. Tuttavia anche questa unione non ebbe vita lunga e dopo la morte di Timoteo nel 1479 questi cristiani orientali tornarono a confluire nelle comunità locali.

 

 

Giovanni Sulaqa, martire dell’unità

 

 

Nel XV secolo le eparchie della Chiesa d’Oriente si ridussero al Nord della Mesopotamia e alle montagne dello Hakkari, nell’attuale Turchia meridionale. Nel 1450 il patriarca Simeone IV al-Bâsîdî (m. 1497) riunì in sé l’autorità spirituale e temporale e rese il patriarcato ereditario all’interno della sua famiglia, con la trasmissione della dignità patriarcale di zio in nipote. Il fatto che una sola famiglia controllasse la sede patriarcale indebolì la Chiesa d’Oriente sul piano intellettuale, spirituale, pastorale e amministrativo, a causa dei contrasti e delle divisioni che si produssero tra i fedeli, soprattutto quando la carica di Patriarca finiva in mano a un ragazzo. Nel 1539 il Patriarca Simeone (1538-1558) fu costretto a ordinare metropolita il nipote che non aveva ancora 18 anni, perché non si trovava nessun altro nella sua famiglia. Per questa stessa ragione molte diocesi restarono vacanti. Dopo alcuni anni, fu ordinato un altro ragazzo che aveva appena 15 anni. Tra i fedeli andava crescendo il malcontento, in particolare nelle regioni di Amid e Seert. Quanti si opponevano all’ereditarietà del Catholicosato si riunirono nella Mesopotamia settentrionale e poi a Mosul nel febbraio 1552. A questo incontro allargato presero parte i notabili di Mosul, numerosi sacerdoti e monaci e i vescovi di Erbil, Salmas e Azerbaijan, i quali scelsero unanimemente come patriarca Giovanni Sulaqa, abate del monastero di Rabban Hormizd. Poiché non si trovava alcun arcivescovo che potesse ordinarlo, i vescovi riuniti lo inviarono con una delegazione a Roma per ottenere il riconoscimento della Santa Sede. Sulaqa, accompagnato dai notabili del popolo, si diresse prima in Terra Santa per venerare i luoghi sacri e quindi continuò il viaggio fino a Roma. Alla presenza di papa Giulio III, proclamò la sua fede apostolica il 20 febbraio 1553 e fu consacrato vescovo nell’aprile dello stesso anno. Quando si diffuse a Roma la notizia della morte del patriarca Simeone, la Santa Sede lo nominò patriarca di Mosul nella bolla Divina Disponente Clementia del 28 aprile 1553, con il nome di Simeone VIII Sulaqa.

 

 

Sulaqa ritornò ad Amid nel novembre 1553 accompagnato da alcuni frati domenicani incaricati di aiutarlo a diffondere il Cattolicesimo. Stabilì la sua sede in città e rafforzò la sua posizione ordinando 2 metropoliti e 3 vescovi e conseguendo nel 1553 il riconoscimento della Sublime Porta ottomana. Ma il catholicos avversario guadagnò alla sua causa il governatore di ‘Amidiyya, che invitò Sulaqa a casa sua, lo fece imprigionare e torturare per quattro mesi fino a farlo morire nel gennaio 1555. La Chiesa caldea considera perciò Sulaqa il “martire dell’unione”[3].

 

 

I cinque vescovi consacrati da Sulaqa elessero come suo successore il monaco ‘Abdisho‘ Marun IV ‘Abdisho‘ (1553-1570), che, recatosi a Roma e ottenuto il riconoscimento di Papa Pio IV, stabilì la sua sede in un monastero presso Seert, dove rimase fino alla morte. I Patriarchi seguenti risiedettero per sicurezza e per motivi pastorali a Seert, Salmas, Khosrowa e Urmia. Rimasero in comunione con la Santa Sede fino al XVII secolo, ma nessuno si recò a Roma per ottenere la conferma papale. Alla fine del Seicento questa linea patriarcale spostò la sede a Qutshanis nelle remote montagne dello Hakkari e tornò gradualmente alla dottrina tradizionale, di espressione nestoriana, mentre si perdevano i contatti con Roma. Da questa linea discende l’attuale Chiesa assira d’Oriente, mentre il patriarcato caldeo deriva dalla linea di Simeone VII. Per un paradosso della storia quindi, la tradizione di espressione nestoriana è continuata nella discendenza religiosa di Sulaqa, mentre il Cattolicesimo si è perpetuato in quella del suo avversario “nestoriano”.

 

 

All’interno della Chiesa assira d’Oriente il patriarcato divenne di nuovo ereditario, una pratica che ebbe fine solo nel 1976 con Dinkha IV (1976-2015). Nel 1915, a causa delle persecuzioni scatenate dai Giovani Turchi, il patriarcato assiro abbandonò la sede di Qutshanis e si stabilì dopo varie peripezie a Chicago. Da questa Chiesa si è poi staccata nel 1964 l’Antica Chiesa d’Oriente, con sede a Baghdad.

 

 

Tre famiglie rivali

 

 

A Simeone VII, avversario di Sulaqa, seguono Elia VI (1559-1591), che trasferisce la sede patriarcale nel monastero di Rabban Hormidz, nei pressi di Mosul, ed Elia VII (1591-1617), il quale, forse influenzato da numerosi pellegrini passati al Cattolicesimo a Gerusalemme, manda emissari a Roma nel 1606-1607 e nel 1611 per consultarsi in vista dell’unione. Sotto l’influsso del francescano Tommaso Obicini da Novara, Elia VII convocò un Sinodo nel 1616, in cui riaffermò la fede cattolica, in particolare per quanto riguarda la cristologia, pur senza arrivare all’unione. Nello stesso tempo Simeone XX, della linea Sulaqa, mandava anch’egli la sua professione di fede a Roma. I frati francescani cercarono allora di far dialogare le due parti per ripristinare la comunione, ma senza risultati.

 

 

I legami formali tra Roma e il patriarcato di Mosul s’interruppero durante il regno di Elia VIII (1617-1660), in parallelo a quanto avveniva alla linea di Sulaqa. Di conseguenza nella seconda metà del XVII secolo entrambi i Patriarcati – di Qutshanis e di Mosul – non erano più in comunione con Roma. Per questa ragione, nel 1672 il missionario cappuccino Giovanni Battista da Saint-Aignan, che aveva iniziato a operare ad Amid, convinse il locale metropolita Giuseppe a passare al Cattolicesimo. Nel 1677 Giuseppe ottenne il riconoscimento dalle autorità civili come arcivescovo indipendente con giurisdizione su Amid e Mardin. Roma lo confermò nel 1681 come Giuseppe I, “Patriarca della nazione Caldea, nazione senza patriarca” e in tal modo fu stabilita una terza linea patriarcale ad Amid, i cui membri portavano tutti il nome di Giuseppe.

 

 

I successori nella linea patriarcale di Amid conobbero un notevole successo nel diffondere la fede cattolica ad Amid, Seert, Mardin, nell’Alta Mesopotamia e nella piana di Ninive. Questa linea patriarcale durò fino ad Agostino Hindi, dal 1804 vescovo di Amid e amministratore patriarcale, insignito del pallio nel 1818, ma non nominato ufficialmente Patriarca. Con la sua morte nel 1828, cessava di esistere il patriarcato di Amid, dopo 146 anni di comunione con Roma. Da quel momento i caldei ebbero un solo patriarcato, a Mosul, guidato da Giovanni Hormiz.

 

 

Giovanni Hormizd e la riunificazione caldea

 

 

Alla fine del XVIII secolo infatti, sotto l’influsso del patriarcato di Amid e con l’aiuto dei frati cappuccini e dei domenicani, la maggior parte dei fedeli della Chiesa d’Oriente nella regione di Mosul e della piana di Ninive aveva abbracciato il Cattolicesimo. Il catholicos di Mosul Elia XII Dinkha (1722-1778), rendendosi conto della forza crescente del movimento cattolico, scrisse varie lettere a Roma esprimendo il desiderio dell’unione, che tuttavia non si poté realizzare. Gli succedette il nipote Elia XIII Ishoyahb (1778-1804), che fu molto osteggiato dal cugino Giovanni Hormizd. Alla morte di Elia XIII si aprì la strada per l’elezione di Giovanni, che si considerava cattolico già dal 1778, ma questi fu confermato solo come metropolita di Mosul e amministratore patriarcale senza il titolo di Patriarca, a causa dell’opposizione dei missionari latini e di una parte della sua Chiesa, che gli preferiva Agostino Hindi di Amid. Con la morte di Agostino Hindi, Giovanni Hormizd fu infine confermato da Pio VIII come unico Patriarca dei caldei il 5 luglio 1830, con sede a Mosul. Così venivano finalmente riuniti i patriarcati di Amid e di Mosul e da allora l’antica linea patriarcale della Chiesa d’Oriente è restata in comunione con Roma.

 

 

Per impedire a Giovanni Hormizd di rendere la carica patriarcale nuovamente ereditaria, Roma nominò il metropolita di Salmas, Nicola Zayia (1838-1847), come suo coadiutore con diritto di successione. Nel 1844 Nicola ottenne il firmano ottomano imperiale che lo riconosceva Patriarca dei caldei e capo di un millet [comunità religiosa] indipendente. A Nicola successe Giuseppe VI Audo, il più notevole ed energico patriarca caldeo del XIX secolo e strenuo difensore dei diritti dei patriarchi orientali al Concilio Vaticano Primo (1870). Audo pose le basi della notevole crescita della Chiesa caldea nei decenni anteriori alla prima guerra mondiale. Convinto che la Chiesa caldea necessitasse di sacerdoti e vescovi dalla grande cultura e dalla forte spiritualità, fondò una tipografia e aprì il seminario patriarcale caldeo Simon Cefa a Mosul nel 1866, mentre sosteneva la costruzione del monastero di Nostra Signora delle messi presso al-Qosh (1859). Nel 1878 i domenicani aprirono a loro volta a Mosul il seminario di San Giovanni, per la formazione dei sacerdoti caldei e siriaci, per favorire l’unità e la collaborazione tra le due chiese.

 

 

 Seyfo

 

 

Durante la prima guerra mondiale molte regioni cristiane tradizionalmente abitate da caldei e siriaci furono devastate. Il patriarcato di Qutshanis fu cancellato e tutti gli assiri dovettero abbandonare la regione dello Hakkari. Migliaia di caldei furono massacrati da formazioni al soldo degli ottomani a Seert, Diyarbakir, nell’Alta Mesopotamia, presso il lago di Van e a Mardin e alcuni vescovi furono uccisi. Tuttavia, la regione di Mosul e altre regioni caldee non furono colpite, grazie agli sforzi del patriarca Giuseppe Emmanuele II (1900-1947), che guidò la Chiesa caldea nel passaggio del vilayet (provincia) di Mosul dall’Impero ottomano, al mandato britannico, al Regno hashemita d’Iraq.

 

 

Durante il suo lungo patriarcato, molti fedeli della Chiesa assira d’Oriente, quasi cancellata dal genocidio, aderirono alla Chiesa cattolica, grazie allo sforzo pastorale di sacerdoti e monaci, mentre analoga azione veniva svolta dai missionari anglicani e russi-ortodossi. Nel 1947 Giuseppe VII Ghanima (1947-1958) trasferì il patriarcato da Mosul a Baghdad, per essere più prossimo agli uffici governativi e ai fedeli che avevano iniziato a trasferirsi nella capitale per via delle maggiori opportunità di lavoro e della possibilità di compiere gli studi superiori e universitari. Il suo successore Paolo Cheikho (1958-1989), arcivescovo di Aleppo, dovette guidare la Chiesa caldea attraverso tre rivoluzioni (1958, 1963, 1968), facendo i conti con tre regimi, la rivolta curda e la lunga guerra Iran-Iraq (1980-88). Durante i conflitti tra i curdi e l’esercito iracheno, che durarono fino al 1975, molti villaggi cristiani furono bruciati e molte chiese distrutte.

 

 

Con la guerra con l’Iran iniziò l’esodo verso l’estero. La Chiesa non riuscì a curare il senso di sradicamento dei profughi provenienti dalle regioni del nord né a impedire l’emorragia demografica. Il patriarca Cheikho costruì numerose chiese a Baghdad per ospitare i profughi cristiani, ma non vi fu un lavoro pastorale metodico per accoglierli e dare loro le competenze necessarie a integrarsi nel nuovo ambiente sociale, tanto più che essi provenivano in gran parte da regioni rurali. Con la morte di Cheikho nel 1989, il sinodo caldeo elesse come patriarca il vescovo di Beirut, Raffaele Bidawid (1989-2003), al termine dell’estenuante guerra Iraq-Iran. Il regime però non aveva imparato la lezione e scatenò la seconda guerra del Golfo, a cui fecero seguito 12 anni di embargo. Questo periodo fu caratterizzato da un crescente esodo di cristiani che portò alla formazione di diocesi negli Stati Uniti, in Europa, Australia, Nuova Zelanda e Canada.

 

 

Uno dei risultati più importanti di questo periodo fu la Dichiarazione cristologica comune tra cattolici e Chiesa assira d’Oriente firmata da Giovanni Paolo II e Mar Dinkha IV l’11 novembre 1994. Questa iniziativa incoraggiò la gerarchia delle due Chiese gemelle, caldea e assira, a formare una commissione congiunta per proseguire il dialogo. Nel 1996 i due Patriarchi sottoscrissero una dichiarazione comune e nel 2001 il Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani pubblicò gli Orientamenti per l’ammissione all’Eucaristia tra la Chiesa caldea e la Chiesa assira dell’Oriente. Nel dicembre del 2004 il Sinodo dei caldei elesse Emanuele III Delly, che si dimise nel 2012.

 

 

All’inizio del patriarcato del suo successore, la maggior parte dei caldei che vivevano in Iraq risiedevano nella grandi città, o nei villaggi della piana di Ninive. Erano impegnati soprattutto nell’educazione, nelle professioni mediche, nel commercio e nell’agricoltura. Pur essendo una minoranza dal punto di vista numerico, vantavano un’importante presenza all’interno della società ed erano apprezzati per la loro cultura e apertura. Tuttavia, già dalla caduta del regime di Saddam Hussein erano stati oggetti di una serie di attacchi che li avevano spinti a emigrare. Tra il giugno e l’agosto del 2014, a causa dell’avanzata dell’ISIS, più di 120.000 cristiani di Mosul e della piana di Ninive sono stati costretti a fuggire dalla terra che, come abbiamo visto, era stata per secoli il centro della presenza caldea: questo esodo forzato è una catastrofe che minaccia l’esistenza storica del Cristianesimo nella regione.

 

 

 

 

 

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

 


 

Note

 

 

[1] Georges Anawati, Al-masîhiyya wa-al-hadâra al-‘arabiyya, Baghdâd 19842, p. 103.

 

 

[2] Catholicos è un termine utilizzato soprattutto nelle Chiese orientali per indicare un vescovo con autorità primaziale (NdR).

 

 

[3] Mons. Rafâ’îl Rabbân, Shahîd al-ittihâd aw Shim‘ûn Yûhannâ Sûlâqâ al-Kaldânî, al-Mawsil 1955.

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Louis Raphaël I Sako, Chiesa d’Oriente: due millenni di martirio e missione, «Oasis», anno XI, n. 22, nnovembre 2015, pp. 34-43.

 

Riferimento al formato digitale:

Louis Raphaël I Sako, Chiesa d’Oriente: due millenni di martirio e missione, «Oasis» [online], pubblicato il 5 novembre 2015, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/chiesa-oriente-martirio-e-missione.

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