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Cristiani nel mondo musulmano

Cristiani vittime dei conflitti settari. E di se stessi

La chiesa armeno-cattolica di Sant'Elia e San Gregorio a Beirut [Jari Kurittu -Wikimedia Commons]

I cristiani libanesi sono schiacciati dal conflitto tra sunniti e sciiti. Non è ancora guerra aperta, ma le rivalità confessionali, l'afflusso di profughi e gli effetti della guerra in Siria mettono a rischio l’esistenza del Paese

Questo articolo è pubblicato in Oasis 22. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 24/05/2019 11:36:56

Per il patriarca dei maroniti, i cristiani mediorientali pagano il prezzo del conflitto confessionale tra sunniti e sciiti. In Libano non si è ancora alla guerra aperta, ma i politici cristiani si sono lasciati trascinare nella rivalità confessionale che mette a rischio l’esistenza stessa del Paese e la sua formula. Pesano anche gli effetti devastanti della guerra in Siria e dell’afflusso ingovernabile di profughi. Occorre salvare il Libano perché possa adempiere la sua missione storica.

 

 

Intervista a S.B. il Card. Béchara Boutros Raï a cura di Maria Laura Conte e Martino Diez

 

 

 

 

 

La richiesta di aiuti che giunge dai cristiani del Medio Oriente all’Occidente diventa sempre più impellente e drammatica. Ma di che cosa hanno più bisogno secondo la sua esperienza?

 

 

Qui in Oriente, in Iraq, in Libano, in Siria, ovunque la situazione è più tesa, le persone chiedono soprattutto di non essere lasciate sole, di non essere dimenticate. Per questo apprezzano sopra ogni altra cosa il gesto di chi, compresi vescovi e cardinali, viene fin qui per visitarci e incoraggiarci: attraverso questa prossimità sentono di non essere abbandonati nel mare di musulmani tra i quali vivono e dove sono più vulnerabili. Tra gli sfollati e i profughi si avverte in modo immediato questo bisogno, accompagnato dalla richiesta di un aiuto molto concreto che permetta loro di tornare al proprio Paese, di riavere un futuro e una dignità. Va detto anche che, grazie alla solidarietà generale che si è attivata nel mondo a tanti livelli, si sono potuti compiere molti passi avanti nell’ultimo anno: nel Kurdistan iracheno centocinquantamila tra profughi e sfollati hanno vissuto per mesi in tende o in edifici non finiti, senza porte né finestre, a volte senza muri. Ma ora la situazione è molto migliorata: sono stati predisposti caravan o sono stati alloggiati in edifici più dignitosi. Ma ancora non ci possiamo fermare. La realtà è sempre dura: la Santa Sede e la Chiesa in Europa devono tenere in maggiore considerazione i cristiani del Medio Oriente.

 

 

 

 

 

Si parla ormai troppo spesso di loro come di una minoranza in via di estinzione, quasi ci si dovesse arrendere...

 

 

Non accettiamo di essere chiamati “minoranza cristiana”. Non siamo una minoranza: siamo originari di queste terre, siamo qui da 2000 anni, ben prima che arrivasse l’Islam, e abbiamo vissuto con i musulmani per 1400 anni. Fin dall’inizio abbiamo contribuito a creare una cultura che è oggi alla base del mondo arabo; la nostra presenza ha generato una civiltà. Perciò non siamo riducibili a una minoranza, né storicamente né teologicamente. Questo lo deve capire l’episcopato europeo e occidentale in generale: noi siamo la Chiesa di Cristo, presente qui come è presente a Milano, a Hong Kong o in America. Siamo una parte del corpo mistico di Cristo, quindi la Chiesa intera è implicata con noi. Non è questione dei “poveri cristiani del Medio Oriente”. No! È questione della Chiesa di Cristo che è presente qui.

 

 

Poi certamente noi lottiamo per chiedere alla comunità internazionale di mettere fine alla guerra, di favorire il ritorno dei profughi alle loro terre. Ma sia chiaro che non cerchiamo una protezione, vogliamo solo che venga riconosciuto il nostro diritto alla cittadinanza.

 

 

 

 

 

Nei suoi interventi pubblici richiama spesso il bisogno di una politica alta per il Libano, in contrasto con il “piccolo commercio” che caratterizza invece l’azione di troppi politici. Quale la via di uscita?

 

 

Il Libano è paralizzato da mesi e non riesce a eleggere un presidente. E questa paralisi è legata al conflitto in corso tra sunniti e sciiti, tra Arabia Saudita e Iran, che si sta giocando in Siria, in Iraq e nello Yemen. Ognuno dei due blocchi politici libanesi, quello del 14 marzo capeggiato dai sunniti e quello dell’8 marzo guidato da Hezbollah e dagli sciiti, legano l’elezione presidenziale all’esito di questo conflitto e oggi anche all’accordo nucleare tra l’Iran e gli Stati Uniti.

 

 

 

 

 

E i maroniti in questa sospensione come agiscono?

 

 

I maroniti si lasciano usare come alleati dell’uno e dell’altro blocco politico per gli interessi sunniti e sciiti. Ed è una colpa: i sunniti si nascondono dietro il nome di un candidato per mantenere la loro unità, ma in realtà hanno altre intenzioni. Lo stesso vale per Hezbollah: appoggia un candidato che sa non potrà vincere mai. E così la situazione è paralizzata. Tutti si aspettano che uno dei due candidati faccia una mossa, ma nessuno dei due ci riesce, perché sono troppo vincolati ai loro alleati. Assomigliano a due battenti dietro i quali si nascondono sciiti e sunniti.

 

 

Noi come Chiesa parliamo con tutti, sia all’interno che all’esterno: con Arabia Saudita, Iran, America, Paesi europei, Russia. Ma intanto il Libano senza presidente si dissolve, il parlamento è paralizzato, non può legiferare, il governo non riesce più a esercitare il suo potere esecutivo. Secondo la Costituzione le facoltà del presidente passano al governo, cioè all’insieme dei 24 ministri, che possono decidere solo all’unanimità. Il che, ovviamente, è impossibile. Gli interessi di una parte alla fine prevalgono su quelli nazionali. Noi denunciamo la responsabilità storica che grava sui due blocchi politico-parlamentari e condanniamo questa situazione. Ma fino ad oggi senza risultati. Siamo in un frangente molto critico.

 

 

 

 

 

Qual è allora il rapporto tra cristiani in politica e cristiani nella vita ordinaria?

 

 

Tempo fa un ambasciatore europeo mi fece notare che esistono in Libano due società opposte: una società civile cordiale, generosa, accogliente a prescindere dall’appartenenza religiosa. E una società politica formata da ministri e parlamentari, totalmente differente, in perenne lotta fino alla pratica dell’insulto pubblico. C’è un fossato profondo tra la società civile e quella politica. Un manipolo di persone assetate di potere decide su tutto e il popolo non conta nulla, malgrado l’asserita natura democratica dello Stato. Niente di ciò che il popolo propone interessa.

 

 

 

 

 

Che cosa può colmare questo fossato?

 

 

La divisione è dovuta, come ho detto, al conflitto tra Arabia Saudita e Iran, cioè tra sunniti e sciiti, con le sue ripercussioni in Iraq, Siria e Yemen. Speriamo che la guerra non si espanda ulteriormente. La divisione dei cristiani nei due blocchi non è stata all’inizio un’opzione, ma un frutto della legge elettorale tuttora vigente, che impone alleanze all’interno di liste elettorali miste secondo i differenti distretti del Paese. Una serie di circostanze intervenute negli ultimi anni ha poi spaccato politicamente gli schieramenti secondo una logica confessionale sunnita-sciita.

 

 

Di fronte ai conflitti tra musulmani, i cristiani invece di scegliere il ruolo di conciliatori, hanno agito in qualche modo come fomentatori, schierandosi con l’una o l’altra parte. Una volta un ministro musulmano mi disse: «Riferisca ai maroniti che noi musulmani siamo in conflitto da oltre 1300 anni, non abbiamo bisogno dei maroniti per fomentare la nostra divisione. Che si trovino un altro ruolo». I musulmani si aspettano che noi cristiani fungiamo da conciliatori. Appena eletto patriarca ho riunito i leader maroniti per discutere di questo e continuo a farlo.

 

 

 

 

 

Vi sono ancora segni visibili della guerra civile che ha spaccato il suo Paese?

 

 

Nel ’75-’76 la guerra è iniziata tra palestinesi ed esercito libanese. I cristiani si sono schierati dalla parte dell’esercito, mentre i musulmani libanesi hanno preso le parti dei palestinesi e la guerra è diventata guerra civile tra cristiani e musulmani. Il piano politico era di dividere il Libano in due Stati, uno cristiano e uno musulmano, ma non è riuscito. Il Paese si è ricomposto e i libanesi, pur sapendo chi ha ucciso chi, sono tornati a vivere insieme. Così la cultura libanese di convivialità tra cristiani e musulmani ha prevalso sulla contrapposizione, come disse allora San Giovanni Paolo II.

 

 

 

 

 

Il dibattito sui cristiani in Medio Oriente vede contrapposte spesso due categorie: quella della cittadinanza piena e quella dell’appartenenza confessionale che andrebbe “tutelata” e garantita. A che punto siamo oggi?

 

 

A parole si sostiene sempre che l’unità del Paese si basa sul diritto di cittadinanza dei singoli e non sulla loro appartenenza confessionale. Ma anche se noi diciamo che siamo cittadini libanesi, che la priorità va data al Paese e non alla religione, a causa del conflitto sunniti-sciiti prevale ancora tra noi l’appartenenza confessionale. È una realtà che si è acutizzata ultimamente. Per i musulmani viene prima di tutto l’appartenenza all’Islam. La lealtà dei sunniti va all’Arabia Saudita, mentre quella degli sciiti all’Iran, e solo in seconda battuta al Libano. Per questo motivo le loro decisioni politiche nazionali sono legate alla necessità di essere in sintonia con questi due Paesi.

 

 

 

 

 

Resiste la famosa laicità libanese alla prova della storia?

 

 

Nel 1943 il Patto Libanese ha stabilito: «No all’Oriente (no all’Islam come assoluto politico) e no all’Occidente (no alla laicità occidentale)». Una posizione confluita nell’articolo 9 della Costituzione, unico al mondo, che sancisce la separazione tra religione e Stato, il rispetto di tutte le religioni e la tutela degli statuti personali, cristiani e musulmani. Il Parlamento libanese non legifera sulle questioni religiose come il matrimonio e i suoi effetti civili, l’aborto, l’eutanasia.

 

 

Resta aperta la domanda: come applicare questa convivialità? Quale garanzia possiamo dare ai musulmani che noi cristiani non porteremo il Paese verso il laicismo? E, viceversa, come garantire ai cristiani la non islamizzazione del Paese? La formula libanese risponde attraverso la partecipazione egualitaria dei cristiani e dei musulmani al potere politico. Si dividono le cariche più importanti: ai cristiani maroniti la presidenza della Repubblica, agli sciiti la presidenza del parlamento, ai musulmani sunniti la presidenza del governo. Oggi, purtroppo, il conflitto mediorientale sta intaccando questo equilibrio. I musulmani si sentono più forti, soprattutto perché manca il presidente cristiano, e cercano di guadagnare qualcosa in più.

 

 

 

 

 

In quanto cristiani orientali come vi ponete rispetto ai temi che stanno animando il dibattito nella Chiesa in Occidente, come quello sulla famiglia?

 

 

I nostri problemi sono totalmente differenti da quelli posti in Occidente a proposito della famiglia. Al Sinodo del 2014 abbiamo percepito come estraneo il linguaggio usato sull’omosessualità, le unioni libere, etc. Da noi le urgenze sono altre: le famiglie cacciate dalle loro case, divise dall’emigrazione per lavoro, colpite dalla crisi economica e dalla povertà. A volte il padre vive lontano da casa, mentre la moglie e i figli restano in patria, tutte situazioni che dividono e indeboliscono.

 

 

La Chiesa è madre e maestra e deve affrontare tutte le questioni, stare vicina alle persone e alle loro ferite, ma non deve lasciarsi trascinare. Quando eravamo al Sinodo, un giornale a Mosca ha affermato polemicamente che di questo passo la Chiesa cattolica potrebbe anche arrivare a decidere che Gesù Cristo non è mai esistito. Dobbiamo riconoscere e affrontare i problemi, come un medico deve diagnosticare la malattia e trovare la terapia più adeguata. Senza però travisare la realtà, come spesso ci inducono a fare i mass media.

 

 

 

 

 

Presso i santuari libanesi ci sono sempre folle di fedeli. Come interpreta questa devozione? Tradizione, convenzione o convinzione?

 

 

Notiamo ultimamente un grande ritorno alla Chiesa: a messa e nei vari incontri i giovani fino ai trent’anni sono più numerosi di un tempo. Vi sono molti movimenti giovanili e la famiglia libanese, nonostante tutto, è ancora unita e ancora praticante. Per capirlo basta visitare i santuari: anche di notte al santuario di Nostra Signora del Libano e a quello di San Cherbel si trovano persone in preghiera. C’è anche una fioritura di vocazioni: medici, ingegneri, uomini d’affari, giovani di famiglie ricche rispondono all’appello alla vocazione religiosa o sacerdotale. C’è un senso religioso profondo e questo ci dà speranza.

 

 

 

 

 

La sofferenza dei profughi, in particolare siriani, che impatto ha sulla vita delle vostre comunità? Si avverte questa presenza?

 

 

In Libano ci sono un milione e mezzo di profughi siriani e cinquecentomila palestinesi, la metà della popolazione libanese. La povertà cresce. Purtroppo accade che il bisogno dei profughi di mangiare e lavorare vada a discapito dei libanesi: gli stranieri accettano salari più bassi, aprono piccoli negozi a prezzi inferiori alimentando una concorrenza di cui soffrono i libanesi, che già attraversano da tempo una dura crisi economica. Secondo una statistica dell’ONU, un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà. La classe media, che prima della guerra comprendeva l’85% della popolazione, è emigrata, sparita, non esiste più.

 

 

Un’altra difficoltà è data dal fatto che bisogna provvedere all’istruzione dei profughi, tenendo poi conto del problema della natalità – un milione e mezzo di profughi diventeranno due milioni l’anno prossimo a causa della forte natalità delle famiglie musulmane. La maggioranza dei profughi è sunnita, quindi saranno strumentalizzati dai sunniti nella loro battaglia contro gli sciiti. Questi profughi in Libano sono una bomba a orologeria.

 

 

 

 

 

È un destino ineluttabile o vede vie di soluzione praticabili?

 

 

L’unica soluzione è che la guerra in Siria, Iraq, Yemen e Palestina finisca e che i profughi rientrino e ricostruiscano il loro Paese. La comunità internazionale non può rimanere indifferente. Perché dobbiamo pagare noi il prezzo di tutte queste guerre? Bisogna salvare il Libano perché possa adempiere il suo ruolo di convivialità cristiano-musulmana e di pluralismo nella regione mediorientale. Tutto questo conflitto tra sunniti e sciiti è legato al doppio conflitto irrisolto: israelo-palestinese e israelo-arabo. Noi siamo per uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele, per il ritorno dei profughi palestinesi alla loro terra d’origine e per il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati in Palestina, Siria e Libano. Non bisogna distruggere o indebolire il mondo arabo, perché va a svantaggio di Israele stesso e dei suoi alleati. Finché non si risolve questo conflitto, il Medio Oriente resta esplosivo. Purtroppo in nome della democrazia si sta distruggendo il mondo arabo in Medio Oriente e i cristiani, pur non essendo parte del conflitto, pagano il prezzo.

 

 

 

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Mar Béchara Boutros Raï, Cristiani vittime dei conflitti settari. E di se stessi, «Oasis», anno XI, n. 22, nnovembre 2015, pp. 53-59.

 

Riferimento al formato digitale:

Mar Béchara Boutros Raï, Cristiani vittime dei conflitti settari. E di se stessi, «Oasis» [online], pubblicato il 5 novembre 2015, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/cristiani-vittime-dei-conflitti-settari-e-di-se-stessi.

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