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Le nostre letture

I militanti che lacerano il cuore sunnita

Bernard Rougier, L’oumma en fragments, Puf, Paris 2011

Divenuto un’arena di confronto tra le ideologie militanti a partire dai primi anni del 2000 in seguito all’assassinio dell’ex Primo Ministro Rafiq al-Hariri e al conseguente abbandono del Paese da parte delle truppe siriane nell’aprile 2005, il Libano settentrionale è un «punto di osservazione privilegiato che consente di mettere a fuoco i dibattiti e le contraddizioni che lacerano il cuore dell’Islam sunnita» (4).

 

 

L’oumma en fragments propone una griglia di lettura delle forme d’azione militante nate negli ultimi trent’anni, analizzandole alla luce degli eventi politici che hanno scosso il Medio Oriente. L’ipotesi di Bernard Rougier è che esista nello spazio di crisi del Levante (Libano, Siria e Palestina) un triangolo di attivisti strutturato attorno a tre modelli d’impegno militante: il resistente (muqâwim), il combattente (muqâtil) e il jihadista (mujâhid). Tali figure – spiega l’autore – riflettono altrettanti assi di crisi che nel tempo ne hanno favorito la formazione: il conflitto israelo-palestinese, le frizioni tra sunniti e sciiti nell’apparato statale libanese che vede l’alternarsi del «soft power saudita all’hard power siro-iraniano» (15), e il conflitto russo-afghano negli anni ’80. Distinguono questi tre modelli la loro modalità di azione, la loro più o meno marcata natura ideologica, e il ruolo e lo statuto che ciascuno di essi attribuisce al sunnismo regionale. Affermatasi sul finire del XIX secolo in contrapposizione all’ingerenza politica e militare dell’Europa in Oriente, la figura del muqâwim grida ancora oggi il suo rifiuto per l’Occidente e per Israele, fonte suprema del male, e nel tempo è andato conquistandosi uno spazio nelle istituzioni. È il caso di Hezbollah negli anni ’90, protagonista per eccellenza della Resistenza, o dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione iraniana, divenuti un’istituzione politica e amministrativa dello Stato sotto la responsabilità dell’ayatollah Khamenei.

 

 

Pensata dall’attivista palestinese ‘Abdallah Azzam, la figura del mujâhid – spiega Rougier – è invece il risultato di una particolare congiuntura geopolitica formatasi in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979), che prevedeva il sostegno tecnologico degli Stati Uniti, economico dell’Arabia Saudita e logistico del Pakistan. A differenza del muqâwim, il mujâhid combatte la sua battaglia contro la presenza occidentale in Medio Oriente senza ricercare alcun riconoscimento a livello istituzionale e politico. Ne è un esempio la cosiddetta “rete McDonald’s”, un movimento nato nel 2003 che mirava a colpire i luoghi simbolici dell’economia americana presenti sul territorio libanese, tra cui gli ipermercati, i ristoranti frequentati da occidentali e appunto i McDonald’s.

 

 

Storicamente antecedente rispetto a quella del muqâwim e del mujâhid è l’ideologia del combattente, muqâtil. Nonostante le sue origini antiche, la figura del combattente si è imposta specialmente con l’affermarsi della nozione di indipendenza politica e corrisponde all’atteggiamento di difesa del villaggio o della città da un’aggressione esterna, a prescindere dall’identità dell’aggressore. Animato dal desiderio di proteggersi dalle ingerenze straniere, il combattente è mosso da un forte senso di appartenenza al proprio Paese e generalmente non ha un disegno politico e ideologico. «Mi batto per il mio onore e per la mia esistenza su questa terra» (22) è solo uno dei numerosi slogan che ben riflettono lo spirito del muqâtil. È il caso del cosiddetto “Movimento del 9 febbraio”, una struttura militare clandestina istituita nella data dell’anniversario della morte di Khalil ‘Akkawi, ex leader del Movimento di Unificazione Islamica, il cui principale obiettivo è colpire la presenza militare siriana in Libano.

 

 

Analizzando nel dettaglio le forme di impegno militante sorte nel corso del XX e XXI secolo in Medio Oriente e, focalizzandosi particolarmente sul caso del Libano settentrionale, L’oumma en fragments mette in luce le ragioni per cui in un dato momento storico è più probabile che prevalgano alcune forme di militanza e indaga sulle dinamiche che innescano il passaggio da una all’altra modalità d’azione.

 

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