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Il visir e il vescovo a tu per tu sulla Trinità

Il testo del dialogo appassionato e senza sconti tra Abû l-Qâsim al-Maghribî ed Elia di Nisibi, illustra il ruolo prezioso di mediazione svolto dai teologi e filosofi cristiani d'Oriente, capaci di spiegare la loro fede anche ricorrendo al linguaggio dell'Islam

Questo articolo è pubblicato in Oasis 22. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 26/04/2019 10:26:14

Leggi l’introduzione a questo classico: Pensare (e dialogare) provando a usare le categorie dell’altro

 

 

Il testo del dialogo appassionato e senza sconti tra Abû l-Qâsim al-Maghribî ed Elia, monaco e vescovo di Nisibi, svela a quale profondità possa arrivare il confronto su questioni teologiche fondamentali. E lascia intendere il ruolo prezioso di mediazione che svolgevano teologi e filosofi cristiani, capaci di spiegare la loro fede anche ricorrendo alle categorie di pensiero proprie dell’Islam. Un ruolo che, con la fuga dei cristiani dal Medio Oriente, rischia di smarrirsi per sempre[1].

 

 

 

 

 

A colui che è sincero nel suo credo e nella sua religione, a colui che spende con larghezza la vita terrena alla ricerca dell’altra, al fratello grande e illustre, favorito da Dio, Abû l-‘Alâ’ Sâ‘id Ibn Sahl[2] (che Iddio ne prolunghi la vita e continui a donargli forza e sostegno, felicità e successo!) da parte del peccatore Elia, servo della chiesa di nostro Signore a Nisibi.

 

 

Ti invio il saluto della pace ricordandoti in modo speciale nelle mie preghiere e supplicando l’Altissimo di conservarti sano e sicuro dai mali. Ti avevo inviato (che Iddio continui a custodirti!) il mio scritto in cui ti riferivo come si erano svolti i dialoghi che avevo avuto in presenza del visir Abû l-Qâsim Ibn ‘Alî al-Maghribî – che Iddio ne abbia misericordia[3]. Vi avevo annotato in termini generali quanto era accaduto in ognuno di essi, per poi spiegartelo nel dettaglio quando fosse stato possibile, perché tu potessi prenderne conoscenza, essendomi ben noto il tuo ardente desiderio in questo senso. Dal momento però che questo non è ancora avvenuto, per un motivo a te non ignoto, ti spiegherò ora in questa lettera che cosa accadde in ciascun dialogo, così che tu possa prenderne conoscenza, secondo la volontà dell’Altissimo.

 

 

 

 

 

PRIMO DIALOGO

 

 

Il visir – che Iddio ne abbia misericordia – entrò a Nisibi venerdì 26 Jumâdâ al-Ûlâ dell’anno scorso, cioè del 417 (= 15 luglio 1026). E io mi presentai al suo cospetto il sabato seguente; non l’avevo mai visto prima.

 

 

Egli mi tributò tutti gli onori e mi fece accomodare accanto a lui. Dopo aver pregato per lui e avergli fatto le congratulazioni per la sua venuta, feci per andarmene; egli però mi chiese di restare, dicendomi: «Devi sapere che da lungo tempo desidero incontrarti per farti molte domande; e ora che sei venuto, voglio che te ne vada solo quando te lo dirò». Gli risposi che sarebbe stato ubbidito, pregai per lui e mi sedetti. E lui, quando mi ebbe messo a mio agio e fu entrato in confidenza con me e si fu informato di come andavano le mie faccende, dopo aver ricordato i sapienti e la gente istruita, mi disse:

 

 

«Sappi che la mia opinione sui cristiani era in antico quella di chi è sicuro che essi siano miscredenti e politeisti; ora invece dubito della loro miscredenza e del loro politeismo, per un segno prodigioso che ho potuto vedere di persona, proveniente dalla loro religione. D’altro canto mi restano i dubbi sul loro politeismo, a motivo di alcune abominevoli cose che essi credono e che obbligano a dubitare del loro monoteismo».

 

 

Risposi: «Che cos’ha visto di persona il visir – che Iddio ne prolunghi la vita – tale da obbligare a dubitare della loro miscredenza? E che cosa essi crederebbero, tale da costringere a dubitare del loro monoteismo?»

 

 

«Quanto a ciò che ho visto di persona, tale da costringere a dubitare della loro miscredenza, mi è accaduto che, mentre mi trovavo per la prima volta a Diyarbakir, mi diressi a Badlîs[4] per alcuni importanti affari che mi erano capitati. Quando vi arrivai, mi assalì una terribile malattia: persi le forze e l’appetito e disperai di guarire. Uscii allora dalla città, volendo tornare a Mayyâfâriqîn[5], perché, se l’Altissimo aveva emesso su di me il Decreto inevitabile, esso almeno si compisse in quella città o nelle sue vicinanze. Non tolleravo cibo o bevanda e cavalcare mi spossò completamente, per cui dovetti proseguire a piedi, percorrendo ogni giorno solo un breve tratto di strada, mentre la debolezza cresceva, le forze mi abbandonavano e la malattia s’aggravava sempre più.

 

 

Arrivai a un monastero lungo la strada, noto come convento di Mâr Mârî. Ero più debole che mai e la malattia più forte di sempre. Quando mi fermai, considerando il mio stato di inedia, chiesi qualcosa da bere e lo presi, nella speranza che sostenesse le mie forze. Ma non appena mi arrivò allo stomaco, lo rigettai. La debolezza crebbe ancora, disperai della vita e tutti quelli che erano con me furono presi da viva preoccupazione.

 

 

In quel momento giunse da me il monaco incaricato del servizio del monastero e pregò per me. Poi portò un po’ di melograno e chiese ai servi di sminuzzarlo e darmene da mangiare. Gli fecero notare che non riuscivo ormai a pronunciare o intendere parola, che non tolleravo nessun cibo e che il mio stomaco non tratteneva bevanda, per non parlare del resto. Egli però insistette: «Vorrei che glielo portaste perché ne prenda anche solo un po’: sono sicuro che ne trarrà giovamento per la Benedizione di questo luogo».

 

 

Feci dunque segno a un servo di seguire l’indicazione del monaco, aggrappandomi alla salute, e presi un po’ di melograno. Mi restò nello stomaco e riuscii a sopportarne. Continuai a prenderne un poco alla volta, finché mi tornarono le forze e l’appetito. Il monaco aveva cucinato per i servi delle lenticchie e gliele aveva portate. Vedendoli mangiare, ne chiesi anch’io e le mangiai con appetito. E subito mi alzai in piedi, presi a camminare sul terrazzo rianimandomi, e ritornai in salute. E mi stupii e mi meravigliai, io e quanti erano con me, di quanto era successo. Ancora adesso, quando me ne ricordo, mi sorprendo e penso che sia stato un segno prodigioso, di cui parlo a ogni persona e in ogni occasione. Ecco che cosa mi costringe a credere sul conto dei cristiani che essi non siano miscredenti né politeisti.

 

 

Ma obbliga a pensare che siano politeisti il fatto che credono che Iddio sia una sostanza in tre ipostasi: così adorano tre dèi e confessano tre signori. Inoltre essi credono che Gesù (che è, secondo loro, l’uomo assunto da Maria) sia eterno e non creato».

 

 

Risposi: «I cristiani non adorano tre dèi e non credono che l’umanità assunta da Maria sia eterna e non creata». «Forse non dicono che Iddio è una sostanza in tre ipostasi, il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo?» «Sì! Dicono proprio così». «E forse non accettano il Credo che stabilirono e misero per iscritto i 318?[6]» «Ma certo, lo accettiamo e lo esaltiamo». «Allora le vostre parole, secondo cui Dio è tre ipostasi, Padre, Figlio e Spirito Santo, sono miscredenza e associazionismo e il Credo che i 318 hanno stabilito contiene l’affermazione che Gesù[7] (il quale è secondo voi l’uomo assunto da Maria) sia l’eterno Signore, creatore non creato!».

 

 

Allora replicai così: «Se lo scopo del visir – che Iddio ne prolunghi la vita – nel farmi queste domande è conoscere la nostra religione e assicurarsi che essa è innocente dalle orribili cose che ci sono state attribuite, esporrò quanto so al proposito; ma se il suo scopo è discutere per il gusto di discutere, gli chiederò di esentarmene e farmi la grazia di lasciar cadere il discorso, passando ad altri argomenti non collegati alla religione e alla fede».

 

 

Disse allora: «Per Dio, il Sommo, non ho altra intenzione in questa mia conversazione con te che conoscere le vostre credenze e sgombrare il campo da quanto vi viene attribuito, esteriormente ripugnante, ma forse bello nella sua realtà profonda. E mi rallegrerò per le argomentazioni che porterai per allontanare da voi il sospetto di politeismo, come mi rallegrerei per un grande beneficio ottenuto. Infatti io credo che ogni cristiano monoteista sia degno di lode e della vittoria finale, anche se non riconosce come profeta Muhammad figlio di ‘Abd Allâh, su di lui sia la pace. Soltanto, condizione del capire è l’andare a fondo dei problemi, facendo domande e avanzando obiezioni. Non considerare dunque le domande che ti farò rivolte ad altro che a capire. Non vi è in me un fine diverso». Allora lo ringrazia e cominciai.

 

 

[Elia affronta prima di tutto un problema puramente terminologico: i cristiani affermano che Dio è sostanza, ma per i musulmani il concetto di sostanza implica l’essere circoscritto da un luogo e passibile di accidenti, due caratteristiche che non si possono predicare di Dio. Elia spiega che per i cristiani il termine sostanza è sinonimo di sussistente in sé, senza implicare alcuna corporeità di Dio. L’equivoco linguistico è dissipato e il visir afferma: «Vi concediamo di dire che Iddio è sostanza nel senso di sussistente in sé»]

 

 

Chiese allora il visir: «Ma che cosa significa la vostra affermazione che Iddio è tre ipostasi, Padre, Figlio e Spirito Santo?». Risposi: «Ormai ci siamo trovati d’accordo sul fatto che il Creatore Altissimo è sostanza, nel senso di “sussistente in sé”. Ora, questo sussistente in sé non può che essere o vivente o non vivente, perché non esiste nessun sussistente in sé che non sia o vivente o non vivente. Ma è impossibile che il Creatore della vita e Colui che fa essere ogni cosa sia non vivente. Dal momento dunque che è impossibile che sia non vivente, resta stabilito che è vivente. Diciamo perciò che il Creatore Altissimo è sussistente in sé e vivente.

 

 

Questo sussistente in sé e vivente non può che essere o ragionevole o non ragionevole, perché non esiste un vivente che non sia o ragionevole o non ragionevole. Ma è impossibile che il Creatore degli esseri ragionevoli e Colui che fa essere la ragione sia non ragionevole. Dal momento dunque che è escluso che sia non ragionevole, resta stabilito che è ragionevole.

 

 

Diciamo perciò che il Creatore Altissimo è sussistente in sé, vivente e ragionevole. Ma Egli non è vivente se non per una vita e non è ragionevole se non per una ragione, e perciò diremo: il Creatore Altissimo è sussistente in sé, vivente per una vita e ragionevole per una ragione.

 

 

[A questo punto Elia introduce un excursus sul termine ragione-logos, Nutq nel lessico arabo cristiano]

 

 

Il visir obiettò: «La vostra affermazione che Iddio è vivente e ragionevole, nel senso di saggio, è accettabile. Ma la vostra affermazione che Egli è vivente per una vita e ragionevole per una ragione conduce al politeismo, perché ponete accanto a Dio due altre realtà eterne, cioè la Vita e la Ragione».

 

 

Replicai: «Ma l’affermazione di chi dice che Iddio è vivente senza una vita o ragionevole senza una ragione conduce a sostenere che Iddio non è né vivo né ragionevole, perché non vi è vivente se non per una vita, né ragionevole se non per una ragione, come non vi è grammatico se non per una grammatica né geometra se non per una geometria. Infatti i nomi derivati sono ricavati da significati esistenti, per applicarli alle cose da chiamare con i nomi derivati, secondo le esigenze delle lingue e le leggi della logica. Ora, il vivente è derivato dalla vita e il ragionevole dalla ragione, motivo per cui ogni vivente lo sarà per una vita e ogni ragionevole per una ragione.

 

 

Inoltre il visir – che Iddio ne prolunghi l’esistenza – sa certamente che i musulmani sunniti credono che Iddio sia vivente per una vita, sapiente per una sapienza, potente per una potenza, volente per una volontà, parlante per una parola, udente per un udito e vedente per una vista. Se perciò i cristiani sono politeisti perché dicono che Iddio ha una vita e una ragione, essenziali e sostanziali, tanto più i musulmani sunniti meriteranno di essere accusati di politeismo, perché credono che Iddio abbia una vita e una scienza e una potenza e una parola e una volontà e una vista e un udito. Se invece i sunniti sono monoteisti, benché attribuiscano a Dio tali cose, allora anche i cristiani sono monoteisti, benché attribuiscano a Dio una vita e una ragione.

 

 

[Segue un’ulteriore prova linguistica relativa al fatto che i termini sussistente in sé, ragionevole e vivente esprimono tre concetti tra loro diversi]

 

 

Noi dunque chiamiamo la ragione “Verbo”, dal momento che non vi è ragione senza Verbo né Verbo senza ragione e chiamiamo la vita “Spirito”, dal momento che non vi è vita senza spirito né spirito senza vita.

 

 

Giacché l’essenza del Creatore Altissimo non è passibile di accidenti né di composizione, è escluso che la sua ragione e la sua vita (cioè il suo Verbo e il suo Spirito) siano due accidenti o due potenze composte, come il biancore nella neve o il calore nel fuoco. E giacché è escluso che la sua ragione e la sua vita siano due accidenti, o due potenze composte, resta stabilito che sono sostanziali, uguali all’essenza nella sostanzialità e nell’eternità. Essendosi così stabilito, è escluso che gli accidenti possano essere loro rapportati, come possono essere rapportati alla ragione e alla vita degli esseri creati. Pertanto ne risulta che l’essenza in sé e per sé non sia accidente né passibile di accidenti, e che la ragione (cioè il Verbo) non sia accidente né passibile di accidenti, e che la vita (cioè lo Spirito) non sia accidente né passibile di accidenti.

 

 

Ogni esistente che non sia accidente è di necessità o sostanza generale o ipostasi propria, secondo ciò che ha spiegato Aristotele nel libro delle Categorie, dove parla della sostanza e dell’accidente. Ed essendo escluso che l’Essenza, il Verbo e lo Spirito siano tre accidenti o tre sostanze, resta stabilito che essi sono tre ipostasi proprie.

 

 

Giacché l’Essenza è causa della generazione del Verbo e della processione dello Spirito, e giacché il Verbo è generato dall’Essenza come la ragione dall’anima e la luce dal sole, e giacché lo Spirito procede dall’Essenza come la vita dall’anima e il calore dal sole, fu chiamata l’Essenza “Padre”, il Verbo “Figlio” e la Vita “Spirito”. E come l’essenza dell’anima, la sua ragione e la sua vita sono una sola anima, e l’essenza del sole, la sua luce e il suo calore sono un solo sole, così anche l’Essenza divina e il Verbo e lo Spirito sono un solo Dio. E perciò diciamo che l’Altissimo è una sola sostanza e tre ipostasi: Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

 

[Dopo un’ulteriore obiezione del visir, che offre l’opportunità a Elia di ricapitolare il ragionamento svolto, la discussione si sposta sul linguaggio]

 

 

Il visir chiese: «Se davvero i cristiani credono, riguardo al Creatore, che esso sia unico, come hai descritto, che cosa mai li ha portati a dire che è tre ipostasi, Padre, Figlio e Spirito Santo, così da far pensare a chi li sente che Iddio l’Altissimo sia tre individui o tre dèi o tre parti? E che cosa mai li ha portati a dire che “Egli ha un Figlio”, così che chi non conosce la loro fede pensa che essi intendano con ciò un figlio frutto dell’accoppiamento e della procreazione? Essi infatti attirano su di sé un’accusa di cui sono innocenti!»

 

 

Ma io risposi: «E giacché i musulmani – che Iddio li protegga – credono riguardo al Creatore – sia santificato il Suo nome – che esso non abbia corpo, né organi, né membra, e che non sia circoscritto in un luogo, che cosa mai li ha portati a dire che Iddio ha due occhi con cui vede (Cor. 11,37 et alii) e due mani che stende (Cor. 5,64) e una gamba che scopre (Cor. 68,42)[8] e un volto che rivolge in tutte le direzioni (Cor. 2,115) e che verrà «in ombre di nubi» (Cor. 2,210), così da far pensare a chi li sente che l’Altissimo sia un corpo con membra e organi, che si sposta da un luogo all’altro? Chi non conosce la loro fede penserà che diano un corpo al Creatore Altissimo, tanto più che un gruppo tra loro crede realmente queste cose e ne ha fatto la propria dottrina. Così, chi non verifica personalmente la loro credenza li accuserà di ciò di cui sono innocenti».

 

 

Replicò: «Il motivo per cui i musulmani dicono che Iddio ha due occhi, due mani, un volto, una gamba e che verrà in ombre di nubi è che il Corano l’ha detto espressamente, ma ciò che s’intende con queste parole non è il senso apparente; e chiunque riporti queste parole al loro senso apparente e creda che Iddio abbia due occhi, due mani, un volto, una gamba come organi e membra, e che la sua essenza si sposti da un luogo all’altro, e ogni altra affermazione che contenga l’idea di dare un corpo a Dio e farlo simile all’uomo, costui essi lo maledicono e lo dichiarano empio».

 

 

Soggiunsi: «E allo stesso modo, il motivo per cui i cristiani dicono che Iddio è tre ipostasi, Padre, Figlio e Spirito Santo, è che il Vangelo lo dice espressamente, ma ciò che s’intende con queste parole è Iddio, il Suo Verbo e il Suo Spirito; e chiunque creda che le tre ipostasi siano tre dèi o tre corpi o tre parti o tre accidenti o tre facoltà composte o qualsiasi altra cosa che contenga l’idea di dare compagni a Dio o farlo simile all’uomo o dividerlo in parti o porzioni, e che ciò che s’intende dicendo Padre e Figlio sia una paternità e una figliolanza per matrimonio o una riproduzione per accoppiamento e copula, o una generazione proveniente da una sposa o da un corpo o da un angelo o da un essere creato, costui essi lo maledicono e lo considerano miscredente e lo scomunicano».

 

 

«Per Dio, mi rallegro per i cristiani, a motivo delle spiegazioni che mi hai apportato sul loro conto, anche se vi sono in esse punti discutibili o contestabili secondo l’opinione di quei musulmani che rifiutano l’affermazione degli attributi divini. Peraltro quanto mi hai detto è vicino alla credenza che mi ero fatto di loro.

 

 

[Inizia da qui la discussione della cristologia, che risente fortemente della teologia nestoriana]

 

 

E poiché era ormai giunta l’ora della preghiera del tramonto, disse: «Va’ pure ormai, sotto la protezione di Dio! È tempo di pregare. Ma voglio che tu continui a venire a trovarmi; ti chiamerò appena avrò un momento libero». E dopo aver invocato Dio per lui, uscii. Ecco quanto accadde nel primo dialogo.

 

 

 

 

 

QUINTO DIALOGO

 

 

Sabato 5 Jumâdâ al-Âkhira (= 24 luglio 1026)[9] mi recai dal visir e questi mi disse: «Devi sapere che ho esposto al qâdî Abû Ya‘lâ, esperto di teologia islamica[10], come si sono svolti i nostri colloqui e quello che ho sentito da te sul conto del monoteismo, ma lui l’ha respinto dicendo che i cristiani non credono in nulla di tutto ciò e che tu avresti sostenuto le tue tesi solo per cancellare l’obbrobrio[11] e l’abominio che circonda il Cristianesimo. E ha dichiarato che i cristiani non sono in grado di confessare l’esistenza di un solo Signore né possono dire che Dio è uno e unico senza compagni. Tu che ne pensi delle sue affermazioni?»

 

 

«Scriverò di mio pugno una dichiarazione che mostrerò al visir – che Dio lo sostenga – in modo che la sua Eccellenza sappia che noi crediamo soltanto in un Dio solo, all’infuori del quale non vi è altro dio, e che quello che ho sostenuto alla sua presenza lo credo veramente, io e la gente che segue la mia confessione». Poi, dopo aver conversato e discusso di altre questioni che non avevano a che vedere con la religione, uscii dal palazzo del visir e quando arrivai nella cella del mio monastero scrissi la dichiarazione che qui ricopio.

 

 

[La professione di fede di Elia]

 

 

Dice Elia Metropolita di Nisibi:

 

 

Noi famiglia[12] dei cristiani monoteisti (muwahhidûn) crediamo in un solo Signore, all’infuori del quale non vi è altro dio. Egli non ha soci nell’eternità né simili nell’essenza né uguali nella signoria. Non ha compagni che lo aiutino né avversari che lo resistano né rivali che lo contrastino. È incorporeo, incomposto e inaggregato, impercettibile dai sensi e illimitato, indivisibile e immutabile. Non occupa uno spazio, non è passibile di accidenti. Nessun luogo lo contiene, nessun tempo lo limita. Eterno senza inizio, perdurante senza fine. Celato nell’essenza, manifesto negli atti. Singolare in potenza e perfezione, unico in grandezza e maestà. Origine delle grazie, fonte della sapienza. Creatore di ogni cosa non da qualcosa, originatore di tutti gli esistenti non da una materia. Artefice del creato secondo il suo comando, esistenziatore delle creature secondo la sua volontà. Conoscitore delle cose prima che siano, informato dei pensieri prima che sorgano. Vivente che non muore, sussistente che non viene meno. Forte senza impedimento, potente senza ostacolo. Vicino a ciascuno, attento a chi lo prega, soccorritore di chi lo invoca. Bastevole per chi s’affida a lui, riparo di chi in lui si rifugia. Prolunga le grazie se sono ricevute con riconoscenza e le annulla se sono ricevute con ingratitudine. Aiuta i pii ed esaudisce chi gli ubbidisce. Nemico degli ostinati, pronto ad accogliere chi si pente, soccorso di quanti si rivolgono a lui. Dio misericordioso, Signore generoso, Creatore saggio. Ha creato il mondo quando ha voluto e come ha voluto e lo annienterà quando vorrà e come vorrà. Poi chiamerà alla risurrezione e farà rivivere quanti sono nelle tombe. Ai buoni darà in premio il paradiso e ai malvagi per sempre l’inferno. Un solo Dio, un solo Creatore, un solo Signore, un solo oggetto di adorazione. Non vi è dio prima di lui né dopo di lui né creatore all’infuori di lui né signore diverso da lui né oggetto di adorazione altri che lui.

 

 

E crediamo che l’essenza di questo Signore, di cui queste sono le proprietà – siano santificati i Suoi nomi! –, e la sua Ragione e la sua Vita, cioè il suo Verbo e il suo Spirito – sono una sola sostanza in tre ipostasi, Padre, Figlio e Spirito Santo. E ripudiamo al Suo cospetto – sia magnificata la Sua maestà – chiunque creda che questa sostanza sia come le sostanze create e che queste tre ipostasi siano tre sostanze o tre dèi, divergenti o concordanti, o tre corpi aggregati o tre parti o tre accidenti sopravvenienti o tre potenze composte o altra cosa che implichi associazionismo, partizione e divisione. E ripudiamo chiunque creda che la Ragione del Creatore Altissimo e la sua Vita, cioè il suo Verbo e il suo Spirito, siano due accidenti o due potenze come la ragione delle creature e la loro vita. E ripudiamo chiunque creda che questo Dio Unico abbia un uguale o un contrario o che sia un corpo aggregato o composto. E chiunque creda che occupi uno spazio o sia passibile di un accidente. E chiunque creda che si sposti da un luogo a un altro o che sia in una direzione piuttosto che un’altra o che sia mai stato visto o che lo sarà[13]. E chiunque creda che abbia avuto o avrà rapporti carnali e che abbia procreato o procreerà o che si sia preso una moglie. E chiunque creda che possa creare un dio simile a lui o compiere un’azione malvagia o brutta. E chiunque creda che abbia un inizio o una fine e che abbia creato le creature da un elemento o da una materia. E chiunque creda che non conosca le cose prima che siano o che sia una natura che regge il mondo con la sua impronta. E chiunque rinneghi le profezie e i miracoli manifestatisi per mano dei profeti e dei pii inviati. E chiunque creda che il mondo è eterno increato e rinneghi la risurrezione finale e l’altra vita[14]. E se c’è un cristiano che crede che la nostra fede accetti queste dottrine rispetto a cui mi sono dichiarato estraneo o che abbiamo il permesso di crederne qualcuna, ebbene che io sia svergognato.

 

 

***

 

 

Il giorno successivo portai al visir questa dichiarazione e gliela mostrai. Quando ebbe finito di leggerla gli chiesi: «Secondo te è possibile che uno sottoscriva questa dichiarazione credendo, lui e la sua gente, qualcosa di diverso?» «No» «Allora resta invalidata l’affermazione di chi ha raccontato alla presenza del visir – che Dio lo sostenga – che i cristiani non sono monoteisti e che le tesi che ho sostenuto sul loro conto sarebbero diverse da quanto la loro dottrina implica e che avrei soltanto voluto togliere l’obbrobrio dal loro conto». «Proprio così. E io credo che chiunque abbia questa opinione e questa confessione sia un monoteista e che tra lui e i musulmani non vi sia altra divergenza che la profezia di Muhammad figlio di ‘Abd Allâh». Quindi soggiunse: «Voglio che, quando saremo partiti da Nisibi, tu rediga un trattato sul monoteismo in cui inserirai tutto quello che mi hai esposto in questi dialoghi. In testa e alla fine metterai questa dichiarazione e vi aggiungerai tutto quello che sai essere utile, anche se non è stato menzionato in questi nostri dialoghi». Gli risposi allora che sarebbe stato obbedito e dopo la sua partenza mi conformai al suo comando. Così scrissi il trattato sul monoteismo, come mi aveva raccomandato e ordinato, e te ne inviai una copia – che Dio continui a proteggerti.

 

 

E questo è l’ultimo dialogo in cui parlai con lui di questioni religiose. Pace a te.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

 


 

Note

 

 

[1] Un’edizione critica dell’intero Libro dei dialoghi non esiste ancora. Per l’introduzione e il primo dialogo si è utilizzato il testo critico stabilito da Samir Khalil Samir, Entretien d’Élie de Nisibe avec le vizir Ibn ‘Alī al-Maġribī sur l’Unité et la Trinité, «Islamochristiana» 5 (1979), pp. 31-117. Per il quinto dialogo invece si è fatto riferimento all’edizione non critica di Louis Cheikho, «al-Mashriq» 20 (1922), pp. 270-272. Come ha mostrato Samir, Cheikho si è basato su alcuni manoscritti tardivi di provenienza melkita, in più punti rimaneggiati per ragioni stilistiche e teologiche. La traduzione italiana è di Martino Diez.

 

 

[2] Si tratta del fratello maggiore di Elia.

 

 

[3] La formula si applica in genere ai defunti e in effetti, quando Elia scrive questa introduzione al fratello, il visir è già morto.

 

 

[4] Oggi Bitlis, in Turchia.

 

 

[5] Oggi Silvan, sempre in Turchia.

 

 

[6] Il visir si riferisce ai 318 Padri del Concilio di Nicea.

 

 

[7] Il visir, piuttosto informato sulle dottrine cristiane, chiama qui Gesù con il termine cristiano Yasû‘ invece del coranico ‘Îsâ.

 

 

[8] Questa interpretazione del passo coranico non sembra supportata dalla lettera del versetto.

 

 

[9] In realtà il 24 luglio 1026 cadde di domenica.

 

 

[10] Si tratta dell’importante giudice (qâdî) hanbalita Abû Ya‘lâ Muhammad Ibn al-Husayn al-Farrâ’ (990-1066), autore tra le altre cose di un trattato sul diritto pubblico islamico (al-ahkâm al-sultâniyya). Esperto anche di teologia islamica (kalâm), compose una refutazione della dottrina ash‘arita sugli attributi divini.

 

 

[11] Il testo edito da Cheikho reca qui shubha “sospetto”, ma nella ricapitolazione finale da parte di Elia si legge shun‘a, “obbrobrio”, che sembra più appropriato al contesto.

 

 

[12] Con questa singolare espressione Elia sembra voler superare la tradizionale divisione tra nestoriani, giacobiti e melkiti, per accomunare in un solo termine tutti i cristiani che riconoscono il Credo di Nicea.

 

 

[13] Attraverso queste ultime specificazioni sulla non corporeità di Dio Elia attacca implicitamente il credo hanbalita del qâdî. Sul tema della visione di Dio, nella sezione del primo dialogo dedicata alla cristologia Elia sostiene in effetti che essa sia preclusa persino all’uomo Gesù, secondo una posizione dogmatica che attribuisce al Patriarca Timoteo I (780-823). Sulla questione cfr. Samir Khalil Samir, Entretien d’Élie de Nisibe, pp. 38-39.

 

 

[14] Queste confutazioni invece prendono di mira le dottrine professate dai filosofi arabi, in particolare circa l’eternità del mondo e la conoscenza da parte di Dio dei particolari del mondo.

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Testo di Elia di Nisibi, Il visir e il vescovo a tu per tu sulla Trinità, «Oasis», anno XI, n. 22, nnovembre 2015, pp. 101-113.

 

Riferimento al formato digitale:

Testo di Elia di Nisibi, Il visir e il vescovo a tu per tu sulla Trinità, «Oasis» [online], pubblicato il 5 novembre 2015, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/il-visir-e-il-vescovo-tu-tu-sulla-trinita.

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