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Focus attualità

Da Oriente a Occidente, le proteste contro il razzismo nel mondo

Una statua dall'isola di Gorée, dalla quale transitarono milioni di schiavi africani [foto Oasis]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 12/06/2020 14:02:17

L’ondata di proteste creatasi negli Stati Uniti a seguito della morte di George Floyd ha contagiato tutto il mondo, compreso il Medio Oriente. In realtà in alcuni Paesi mediorientali già da parecchi mesi si stanno svolgendo manifestazioni, ma nell’ultima settimana sono (ri)sorte anche manifestazioni legate al movimento Black Lives Matter. Il Paese che unisce queste due istanze è l’Iraq, dove le critiche alla classe politica, contro la quale si protesta da mesi, si sono unite a una nuova consapevolezza sulla discriminazione degli iracheni di origine africana, scrive Al Monitor. La minoranza degli afro-iracheni è priva di un riconoscimento ufficiale o di una rappresentanza politica nel governo, e il dibattito interno iracheno si è incentrato sulla figura di Jalal Diab, un afro-iracheno assassinato nel 2013 dopo che nel 2007 aveva creato l’Ansār al-Hurriya, un’associazione in favore della comunità nera che in Iraq è composta da circa 400.000 persone di diversa origine.

 

Anche in Iran esiste una piccola comunità di discendenti africani, racconta un articolo dell’Ajan Media Collective. Le origini degli afro-iraniani possono essere fatte risalire alle rotte schiaviste che dall’Africa orientale arrivavano in Medio Oriente attraverso l’Oceano Indiano, anche se “non tutti gli schiavi in Iran erano africani, e non tutti gli africani sono venuti in Iran come schiavi”. Secondo l’autrice dell’articolo, se all’interno dello stesso Iran si pensa che una comunità nera non esista, questo deriva dal mito ariano, che ha portato molti a credere che “i veri iraniani abbiano la pelle chiara e che l'Iran non abbia mai praticato la schiavitù”.

 

Anche la comunità musulmana ha colto degli spunti di riflessione dalle proteste americane contro il razzismo. Muslim Vibe racconta della figura di Bilal ibn Rabah, un ex schiavo etiope torturato per essere musulmano, liberato da Abu Bakr e divenuto il primo muezzin nella storia dell’Islam. Ma altri compagni del Profeta erano di colore: Abu Dharr, Ammar Bin Yasir, and Umm Ayman.

 

Secondo Foreign Policy non ha senso mettere sullo stesso piano Minneapolis, la città da cui sono partite le manifestazioni americane, e Sidi Bouzid, la città tunisina da cui sono cominciate invece le primavere arabe alla fine del 2010. Però l’esperienza di alcuni Paesi del Medio Oriente può offrire una chiave di lettura per capire l’attuale crisi degli Stati Uniti. Sebbene i contesti storici e culturali siano completamente diversi, le manifestazioni sono caratterizzate da una domanda di dignità da parte dei cittadini contro le istituzioni statali.

 

Anche secondo Al Jazeera è proprio la parola «dignità» a legare le proteste americane (non solo quelle recenti, anche quelle degli anni ‘60 e ‘70) ai movimenti di rivolta mediorientali, in particolare quelli palestinesi . Nei Paesi arabi milioni di persone continuano a soffrire a causa di élite al potere che perseguono politiche che non generano altro che “povertà, disuguaglianze e disperazione”. E anche se la pandemia di Coronavirus sta accelerando la fine della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta finora, non è da escludere che si possa parlare di una «intifada mondiale».

 

Nella città vecchia di Gerusalemme, un giovane palestinese di 32 anni, Iyad al-Hallaq, è stato ucciso dalla polizia israeliana e, come George Floyd, è diventato un simbolo dei soprusi della polizia, in questo caso di quella israeliana nei confronti dei palestinesi, scrive Le Monde. Iyad al-Hallaq era autistico ed è stato ucciso mentre gettava la spazzatura. I soldati che hanno sparato si sono giustificati dicendo che credevano che fosse armato, mentre Netanyahu si è riferito alla vicenda come una “tragedia” e ha aperto un’inchiesta sulla vicenda.

 

L’immagine di Iyad al-Hallaq è stata utilizzata anche nelle proteste che si sono verificate a Tel Aviv contro l’annessione unilaterale della Cisgiordania da parte del premier israeliano, che vorrebbe procedere con l’operazione dal primo luglio, ricorda Vatican News, in modo da ritrovarsi a giochi fatti a novembre nel caso dovesse cambiare l’amministrazione americana. Tuttavia, considerata l’opposizione che sta ricevendo Netanyahu anche da destra, è possibile che il piano per l’annessione venga cambiato, mentre nel frattempo la Corte suprema israeliana ha dichiarato «incostituzionale» una legge che avrebbe legalizzato degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

 

Infine la BBC evidenzia come anche Al-Qaeda abbia tentato di inserirsi nel contesto delle proteste. Utilizzando l’immagine degli ultimi momenti di vita di Geroge Floyd, nell’ultimo numero della propria rivista online l’organizzazione terroristica si è rivolta al pubblico, musulmano e non, degli Stati Uniti profetizzando l’imminente fine del sistema politico americano. Secondo Shiraz Maher, Direttore del Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione del King’s College di Londra, Al-Qaeda sta cercando di dimostrare di avere ancora importanza nel teatro mondiale, dopo essere stata negli ultimi anni oscurata dalla “popolarità” dello Stato islamico.

 

I manifestanti siriani non si arrendono

 

Anche in Siria, nella città di Sweida, sono sorte proteste contro il regime siriano. Da domenica scorsa molti giovani sono scesi in strada per protestare per la disastrosa situazione economica in cui verte il Paese, della quale avevamo parlato anche la settimana scorsa. Reuters riporta che a inizio settimana la lira siriana era in caduta libera, con il cambio con il dollaro ora fissato a 3.000 lire, mentre all’inizio del conflitto il cambio era di 47 lire per un dollaro. Ma come in altre parti del Medio Oriente, le proteste iniziate domenica hanno chiesto anche la fine della corruzione e il ritiro delle milizie iraniane e delle truppe russe dal Paese.

 

Il Washington Post riporta un video in cui i manifestanti urlano “Forza, vattene, Bashar” e precisa che proteste si sono verificate anche in altre località, tra cui Daraa, città da cui era partita la rivoluzione contro Assad nel 2011, e Idlib. Sweida è abitata soprattutto dalla minoranza drusa e fa parte di una provincia agricola dove nel mese scorso molti campi sono stati bruciati. Per l’occasione il quotidiano governativo al-Watan aveva titolato: «Gli agricoltori di Sweida chiedono un risarcimento per le perdite causate dagli incendi. Il Direttore dell'agricoltura: non possono essere risarciti».

 

Secondo Limes per quasi tutti gli attori internazionali coinvolti nel conflitto, Assad resta l’unico rais possibile per la Siria, anche se sta affrontando una serie di «scossoni interni e regionali di magnitudo almeno pari, se non maggiore, a quelli abbattutasi sul paese nove anni fa». Le proteste contro il governo sono diffuse in tutte le aree del Paese e il presidente al momento è corso ai ripari dando la colpa della situazione ai nemici esterni e cercando di dimostrare che lo Stato sta lavorando per far fronte alla crisi.

 

Non aiutano di certo le imminenti restrizioni previste dal Caesar Act americano al quale avevamo accennato la settimana scorsa e che dovrebbe entrare in vigore dal 17 giugno. La preoccupazione generale riguarda gli effetti che le prossime sanzioni avranno sulla popolazione, in particolare, secondo  Al Monitor, sui curdi, che hanno aiutato gli Stati Uniti nella lotta allo Stato islamico. Secondo War on the Rocks è certo che le condizioni economiche della Siria peggioreranno ulteriormente, anche se gli effetti del Caesar Act potrebbero non vedersi subito: le misure restrittive dovrebbero restare in vigore fino al 2025, quindi i successi (se ce ne saranno) nei confronti del regime siriano e dei suoi alleati potrebbero non verificarsi nell’immediato. Ma se non accompagnato una serie di contrappesi, il Caesar Act rischia di essere un provvedimento fine a se stesso per la strategia americana in Medio Oriente, il cui prezzo verrà pagato dalla popolazione siriana.

 

Mentre cresce il reciproco interesse tra Cina e Siria. Gli investimenti proposti da Pechino lo scorso dicembre hanno incontrato il favore siriano, mentre la Cina potrebbe includere Damasco nella propria sfera di influenza inserendosi nel contesto della ricostruzione post-bellica, scrive Al Monitor, visto che gli alleati di Assad, la Russia e l’Iran, non hanno le capacità finanziarie per investire nella ricostruzione siriana, mentre gli Emirati Arabi Uniti avrebbero difficoltà ad aggirare le sanzioni europee e americane.

 

Sahel: la morte di Droukdel e i continui attacchi

 

Il 3 giugno le truppe francesi presenti nel Sahel hanno ucciso il capo di Al-Qaida nel Maghreb islamico (AQMI), l’algerino Abdelmalek Droukdel. Jeune Afrique racconta come sia avvenuta l’operazione: grazie alla collaborazione delle forze francesi e americane, Droudkel e alcuni suoi compagni sono stati sorpresi a Talhandak, nel nord-est del Mali dopo aver varcato il confine con l’Algeria. Non è ancora chiaro perché Droukdel fosse diretto in Mali, Paese diventato «santuario dell’attivismo islamista», ma secondo fonti vicine a Jeune Afrique è probabile che il capo di AQMI si fosse spostato a causa degli scontri tra il gruppo fedele ad Al-Qaida e l’organizzazione che invece fa capo allo Stato islamico, nota in inglese come Islamic State in the Greater Sahara (ISGS). Secondo ISPI, la delegazione di Droukdel potrebbe essersi recata in Mali per negoziare una pace tra i due gruppi, ma questo non è ancora stato confermato. Certo è che ora si prefigura uno scenario ancora più complesso per il futuro del Sahel: sicuramente l’operazione è stata considerata un successo per Parigi, che è sempre più profondamente impegnata in quest’area del mondo. Dall’altra parte le forze di sicurezza locali mettono spesso in atto una repressione indiscriminata nei confronti della popolazione, favorendo il reclutamento jihadista. È quindi difficile che la morte di Droukdel incida su queste dinamiche.

 

In ogni caso, senza Abdelmalek Droukdel, ora sono tre i principali protagonisti del jihad nel Sahel, scrive Le Monde: si tratta di Iyad Ag Ghali e Amadou Koufa per la fazione qaedista, e Adnan Abou Walid Sahraoui, fedele invece allo Stato islamico. Se ai primi due il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita aveva fatto un’offerta di dialogo all’inizio dell’anno, Sahraoui, proveniente dalle fila del Fronte Polisario, è stato definito il nemico «prioritario» ora per la Francia.

 

Le forze jihadiste attive in Mali, Burkina Faso e Niger continuano intanto ad attaccare la popolazione, mentre anche la risposta dei governi si fa sempre più violenta. Il Niger infatti ha recentemente deciso di abbandonare la politica di dialogo con le popolazioni della regione di Tillaberi, storicamente abitata da nomadi fulani. Questa zona ha una certa importanza strategica perché si trova nella regione del Liptako-Gourma o dei tre confini, visto che qui si uniscono le frontiere di Mali, Niger e Burkina Faso. È qui che si concentrano soprattutto gli attacchi dello Stato islamico, che a sua volta sfrutta le tensioni intracomunitarie per diffondere il messaggio jihadista.

 

Una menzione a parte merita la Nigeria, Paese in cui ha preso vita Boko Haram. Martedì 9 giugno lo Stato islamico nell’Africa occidentale, un gruppo sorto dalla separazione con Boko Haram, ha ucciso 59 civili nel villaggio di Felo. L’attacco era una rappresaglia per vendicare l’uccisione di alcuni combattenti jihadisti da parte delle milizie locali di autodifesa che proteggevano il bestiame del villaggio dai furti, ha detto un capo villaggio. I ripetuti furti di bestiame, infatti, hanno spinto i residenti a formare una milizia per mettere in sicurezza il villaggio. Il Washington Post fa notare che, secondo le stime ufficiali, nella regione del Borno finora sono morte più persone a causa degli attacchi terroristici che di Covid-19. Tuttavia, a causa dei pochi test effettuati, i dati vanno presi con cautela.

 

In breve

 

Da oltre quattro mesi l’Iran impedisce agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica di visitare dei siti nucleari sospetti (BBC).

 

Un’inchiesta rivela come gli uiguri siano stati costretti a scegliere i crimini per i quali sono stai internati nei campi di rieducazione cinesi per affrontare dei processi farsa (Deutsche Welle).

 

La situazione in Libia è in continua evoluzione e si sta entrando in una nuova fase. Al momento sembra difficile che la pace sia raggiunta senza una partizione territoriale (Washington Post).

 

Tarek Osman e Michael S. Doran discutono sulla possibilità o meno di continuare a perseguire una soluzione a due Stati per il conflitto israelo-palestinese (Foreign Affairs).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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