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Islam

Dal patrimonio classico alla realtà contingente: essere imam in Italia

Amin El-Hamzi al Centro culturale islamico di Brescia

Dalla laurea in Sharī‘a all’Università di Sana‘a, al Centro culturale islamico di Brescia. Amin El-Hazmi e Morgan Ghidoni raccontano il loro percorso di formazione in Yemen, e il loro impegno nella direzione e nella formazione della comunità islamica bresciana.

Ultimo aggiornamento: 17/04/2020 08:16:48

Amin El-Hazmi, di origine yemenita, è l’imam del Centro culturale islamico di Brescia. Figura di spicco nel panorama islamico italiano ed europeo, dal 2012 rappresenta i musulmani italiani presso il Consiglio europeo della Fatwa. Morgan Ghidoni, di origini bresciane, si occupa, insieme all’imam, della formazione dei giovani del Centro. L’intervista fa parte della serie “Voci dell’Islam italiano” realizzata nell’ambito del progetto “L’Islam in Italia. Un’identità in formazione”.

 

 

Intervista a cura di Chiara Pellegrino

 

 

Morgan, può raccontare la storia del Centro culturale islamico di Brescia?

 

Ghidoni: Questo centro è stato costruito nel 1999-2000. All’epoca, io e shaykh Amin eravamo ancora in Yemen. Quando sono tornato in Italia, nel 2007, la moschea era già attiva. Negli ultimi anni le comunità sono cresciute, le persone si sono rese conto che non sarebbero più tornate nel Paese di provenienza e hanno capito che dovevano creare degli spazi d’incontro da lasciare in eredità ai loro figli. Era importante costruire un luogo degno di questo nome, che non fosse un garage o un appartamento in affitto. La comunità islamica di Brescia ha acquistato questa cascina per farne un luogo di culto. Istituire la preghiera comunitaria nell’Islam è fard kifāya, un obbligo collettivo che incombe su ogni comunità, perciò era importante dare a tutti l’opportunità di pregare durante la settimana e particolarmente di poter svolgere la preghiera del venerdì, salātu-l-jum‘a. Nel frattempo, il centro ha iniziato a offrire anche altri servizi, tra cui l’insegnamento dell’arabo e dell’Islam ai figli nati in Italia. Ora però siamo alla ricerca di un edificio più grande. Gli spazi del centro infatti sono sufficienti solo per le attività infrasettimanali, ma nel weekend stiamo stretti. Le comunità sono in continua crescita. Per esempio, la preghiera del ‘Eid al-Fitr [festa che celebra la fine del Ramadan, NdR] dobbiamo ripeterla ben tre volte per dar modo a tutti di partecipare.

 

 

Anche la preghiera del venerdì la ripetete più volte?

 

El-Hazmi: No, una tenda e due sale il venerdì sono sufficienti.

 

Ghidoni: È vero, ma si sta stretti comunque perché siamo almeno 1500-2000 persone.

 

 

Di quali nazionalità?

 

El-Hazmi: Ci sono più di 30 nazionalità.

 

Ghidoni: Il nostro centro si contraddistingue per la sua eterogeneità ed è frequentato regolarmente da marocchini, libici, tunisini, bengalesi, senegalesi e pachistani. Anche se la comunità pachistana ha aperto una sua moschea in via Volta, essendo numerosa. Ma siamo in buoni rapporti. Questa eterogeneità è stata replicata anche nel direttivo. Il presidente è un pachistano, il vicepresidente è un tunisino, mentre il segretario è una ragazza del Ghana. Questa eterogeneità è positiva anche se non è sempre facile da gestire perché nasconde abitudini spesso molto diverse e bisogna avere pazienza. Noi però, grazie a Dio, siamo riusciti a fare della diversità il nostro punto di forza e ogni anno, quando facciamo l’open day, ciascun gruppo ha il proprio stand, come fosse una piccola fiera, dove espone le cose caratteristiche del proprio Paese. È una sorta di festival culturale.

 

 

Quando si tiene?

 

El-Hazmi: In primavera. Quest’anno avrebbe dovuto tenersi il 18 e il 19 aprile ma purtroppo è tutto bloccato a causa delle restrizioni imposte dal corona-virus. Peccato, perché questa è una delle attività annuali più importanti per il nostro centro.

 

Ghidoni: Ogni anno il numero dei visitatori cresce. Il 2019 è stato particolare. I nostri giovani, universitari e ragazzi della scuola superiore, accoglievano gli ospiti. Al piano terra abbiamo allestito gli stand culturali e un percorso scientifico, nella sala conferenze abbiamo montato un plastico di Medina e organizzato degli interventi. Abbiamo colto l’occasione per spiegare alcuni avvenimenti della vita del Profeta, la Sīra. Sono venute più di 2.000 persone, tra cui diverse autorità della città. Nel 2018 è venuto il sindaco, l’anno scorso il presidente della giunta. In passato ci ha fatto visita anche il vescovo.

 

 

Solitamente i centri culturali islamici sono molto attivi nel fine settimana. Anche voi organizzate delle attività il sabato e la domenica?

 

Ghidoni: Durante la settimana e specialmente il sabato, shaykh Amin el-Hazmi tiene diverse lezioni in arabo per la comunità su temi afferenti al diritto, alla dottrina o all’etica dell’Islam. Tempo fa, per esempio, ha tenuto un ciclo di lezioni sulla famiglia che è andato avanti parecchi mesi. Oltre all’appuntamento fisso con shaykh Amin, il sabato possono esserci altre attività collaterali, come conferenze tenute da ospiti in visita.  

 

La domenica c’è anche la mia lezione in italiano, rivolta ai musulmani italofoni. Sono italiani convertiti e figli di seconda generazione che spesso conoscono meglio l’italiano della lingua dei loro genitori. La lezione comunque è aperta a tutti; c’è un gruppo che mi segue da diversi anni e poi ci sono persone che vengono per la prima volta a conoscere l’Islam. La fisionomia della classe non mi consente di entrare troppo nel dettaglio di alcuni aspetti e a volte mi impone di fare lezioni “soft”, alla portata di tutti.

 

Poi c’è la scuola araba; la chiamiamo così perché i testi sono in arabo. Le lezioni durano circa tre ore e si tengono ogni fine settimana del periodo scolastico. Il programma della durata di cinque anni si prefigge di dare le conoscenze di una scuola araba elementare. Inoltre, abbiamo il corso di educazione islamica in italiano dove i bambini imparano a fare la preghiera e apprendono tutte le norme basilari dell’Islam.

 

 

Sono previste attività rivolte specificamente alle donne?

 

Ghidoni: In genere le donne partecipano a tutte le attività principali del nostro centro; anche quando abbiamo ospiti, si cerca di far accomodare tutti, quindi la sala conferenza viene predisposta in modo che ci stiano anche le nostre sorelle. A volte invece le donne si organizzano tra loro, invitano un ospite su loro iniziativa e chiedono che gli venga riservata una sala.

 

 

E i giovani?

 

Ghidoni: I giovani sono fondamentali per il nostro centro, rappresentano l’asset più importante e sono il nostro futuro, per questo cerchiamo di coinvolgerli il più possibile nelle attività del centro, anche a livello amministrativo, e li formiamo con dei corsi specifici. Poi hanno anche le loro attività che si auto-gestiscono e che organizzano tra loro. Tanti di loro fanno parte dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia.

 

 

Organizzate anche eventi interreligiosi?

 

Abbiamo organizzato un percorso di dialogo con la diocesi, che si è rivelata un buon interlocutore. Questa disponibilità non è sempre scontata, a volte si sarebbe disposti a parlare ma non si trova un interlocutore pronto al dialogo. Ogni città ha i suoi problemi, ma grazie a Dio questo non è il nostro caso. La diocesi è stata veramente un buon veicolo di integrazione, di apertura e di dialogo. Il vescovo è venuto a trovarci, abbiamo organizzato insieme un ciclo di incontri: una volta sono venuti i frati cappuccini a parlare di alcuni aspetti del Cristianesimo, altre volte siamo stati invitati noi da loro. La diocesi di Brescia si è adoperata per creare un ponte, così come il comune e le istituzioni locali. Almeno un paio di volte al mese le classi degli istituti di Brescia e provincia vengono a visitare la moschea nell’ora di religione.

 

In realtà, l’idea iniziale era ancora più audace: si era pensato di formare degli insegnanti del nostro centro che potessero andare direttamente nelle scuole. Questo per noi risultava però un po’ difficile, non siamo ancora pronti. Nel centro ci sono diversi elementi capaci, ma solo due o tre avrebbero la possibilità di girare nelle scuole, gli altri no per via degli impegni di lavoro e questo non sarebbe sufficiente a coprire le tante ore didattiche richieste nelle scuole pubbliche. Per questa ragione preferiamo che siano le classi a venire da noi, così possiamo coprire diversi gruppi contemporaneamente con un solo insegnante, facendo a turno fra due o tre insegnanti.

 

 

Nel 2018 il centro ha partecipato al progetto di formazione dei ministri di culto islamico. Com’è nata l’idea?

 

Ghidoni: Da molto tempo in Italia si sente la necessità di formare i rappresentanti delle comunità islamiche. Dovrebbe essere lo Stato a organizzare dei percorsi ma finora, per diverse ragioni, non l’ha fatto. L’idea di questo progetto, che le nostre comunità auspicavano da molto tempo, è nata finalmente su impulso della Prefettura, in collaborazione con l’Università degli Studi di Brescia e con i centri islamici di Brescia e provincia. L’Università si è detta disponibile a formare gli imam nell’aspetto civico, e le comunità hanno scelto gli imam da formare. Il corso, di cinque ore ogni sabato per un mese e mezzo, prevedeva un’infarinatura sulla Costituzione e sulla legislazione italiana ed europea relativa alla libertà di culto. Al corso hanno partecipato una quarantina di persone, tra cui io, e alla fine abbiamo ricevuto un attestato di partecipazione. Questa è l’idea generale: “Noi, come Stato, vogliamo riconoscere dei ministri di culto ma non possiamo sceglierli noi. Dateceli voi e noi li formiamo”.

 

 

Come descriverebbe l’orientamento del vostro centro islamico?

 

Ghidoni: Nella nostra comunità il messaggio è “siate il meglio che potete nella società in cui vivete, date una bella immagine di voi come musulmani e della vostra comunità”. Il bravo musulmano è quello che contribuisce alla vita della società. Questo discorso va da sé con i ragazzi praticanti che sono nati in Italia e vivono da sempre in Italia, ma è meno scontato per i loro genitori, alcuni dei quali tendono a isolarsi per questioni culturali e di identità. È vero, però, che anche i nostri giovani in fase adolescenziale sono alla ricerca dell’identità. Noi cerchiamo di aiutarli e rendere più facile il percorso.

 

Sono contento di come shaykh Amin riesca ad alzare il livello della comunità bresciana facendo lezioni obiettivamente di buona qualità. Anche i libri di testo adottati dai nostri insegnanti sono dei bei libri con un approccio pacato. Comunque, penso che una moschea chiusa non vada molto lontano, soprattutto se è frequentata da giovani di seconda generazione. I giovani non si troveranno mai a loro agio in una comunità isolata, quindi i centri che non si aprono sono destinati a un’esistenza breve. Noi però non abbiamo questo problema, grazie a Dio, e abbiamo un imam [Amin el-Hazmi, NdR] che è veramente un dono e una luce per la nostra comunità e non solo.

 

 

Quali sono i riferimenti intellettuali del centro?

 

Ghidoni: Il Consiglio europeo della fatwa è sicuramente un riferimento importante. Credo che shaykh Yūsuf al-Qaradāwī abbia dato tanto al Consiglio e al mondo islamico. In ogni caso le sue opinioni non sono legge sacra, si studiano, si apprezzano e il suo pensiero ci arricchisce. Ma non è infallibile. Come sa bene, nell’Islam soltanto il Profeta è infallibile. Altri riferimenti sono senz’altro l’Associazione italiana degli imam e delle guide religiose e l’UCOII, a cui noi siamo legati.

 

 

Dei grandi classici c’è qualcuno che per voi è particolarmente significativo?

 

Ghidoni: Sia io che shaykh Amin abbiano una formazione classica sunnita. Entrambi abbiamo studiato i grandi classici come il Sahīh di Muslim, Ibn Kathīr, gli imam delle quattro scuole giuridiche, al-Ghazālī, Ibn Taymiyyah… Tempo fa, per esempio, ho fatto una lezione sulla realtà dello shukr, cioè sull’essere riconoscenti, secondo le parole dell’imam Abū Hāmid al-Ghazālī. Amin, per esempio, ha una formazione shafi‘ita e io hanafita. In genere però, dopo aver studiato le opinioni di tutti e quattro gli imam, arriva un momento in cui capisci che non puoi seguire una scuola giuridica in ogni suo precetto e finisci inevitabilmente per rifarti un po’ a una e un po’ all’altra.

 

 

Non tutte le realtà islamiche italiane vedono nel Consiglio europeo della Fatwa un riferimento. Che cosa vi ha spinti a far propria la sua visione?

 

Ghidoni: Un bravo imam dev’essere capace di rapportare il patrimonio classico alla realtà contingente. In questo il Consiglio europeo della Fatwa eccelle più di altri. Noi, musulmani europei, chi dovremmo seguire se non il Consiglio europeo? Il Majlis al-iftā’ del Marocco? E poi, come lo spieghiamo ai nostri fratelli libici o pachistani che vorrebbero seguire il loro Majlis al-iftā’? Io spesso leggo la produzione del “Comitato permanente per gli studi islamici e l’emissione delle fatwe” saudita, o le fatwe degli shaykh Ibn Bāz e Ibn Uthaymin, ma mi rendo conto che la realtà su cui hanno basato le loro opinioni è ben diversa dalla realtà europea in cui viviamo.

 

Questa è la ragione per cui abbiamo iniziato a guardare al Consiglio europeo della Fatwa. Noi viviamo in Europa e vogliamo un fiqh che guardi alla nostra realtà. Non riteniamo che un diritto islamico importato da altri Paesi sia la soluzione, mentre il Consiglio europeo si sforza di fornire le risposte di cui abbiamo bisogno. Al suo interno siedono shaykh che vivono in Europa e soffrono i nostri problemi quotidiani o che comunque hanno fatto esperienza dell’Europa pur non vivendoci stabilmente. Per trovare una soluzione bisogna sempre tener presente le due variabili del tempo e del luogo, al-zamān wa-l-makān. Poi, a livello dei singoli ulema, io posso prediligerne uno che non vive in Europa, ma resta il fatto che per noi, musulmani italiani, è importante capire la nostra realtà.

 

Al-Hazmi: Il Consiglio europeo della Fatwa parte dall’eredità classica islamica. Noi sappiamo che in questa eredità rientrano le questioni che si fondano su un versetto coranico specifico o su un hadīth del Profeta e che perciò rimangono invariate e immutate nel tempo. E poi ci sono le tradizioni, legate alla realtà e al tempo in cui si vive. Tutto ciò che rientra nella prima categoria viene considerato così com’è, ci adeguiamo cioè alle costanti, mentre non viene tenuto troppo in considerazione ciò che rientra nella categoria della tradizione e che, come tale, può facilmente entrare in contrasto con le necessità delle nostre comunità in Europa. Il prodotto delle quattro scuole giuridiche rientra, per esempio, in questa seconda categoria.

 

 

Amin, può raccontarmi il suo percorso di formazione?

 

Al-Hazmi: Ho studiato in Yemen. Ho fatto una scuola per diventare insegnante, il corrispettivo del liceo socio-pedagogico in Italia. Poi mi sono laureato in Sharī‘a all’Università di Sana‘a, e in futuro mi piacerebbe fare un dottorato. La mia prima visita in Italia risale al novembre 2001, quando sono venuto a Brescia in occasione del Ramadan, invitato da amici. Mi sono trasferito in Italia in via definita nel 2006 ma senza la famiglia. È stato così fino al 2011.

 

 

Perché ha scelto di vivere a Brescia?

 

El-Hamzi: Per il qadar, il destino ha voluto così. Dopo diverse visite in Italia tra il 2001 e il 2006, il direttivo del centro culturale islamico di Brescia mi ha chiesto di restare.

 

 

Da che anno è membro del Consiglio europeo della Fatwa?

 

El-Hazmi: Dal 2012. Fino a quell’anno l’Italia non aveva alcun rappresentante. Mi hanno invitato a diventare membro perché i numeri della comunità islamica italiana sono in aumento costante.

 

 

Da agosto 2019 il Consiglio ha una nuova presidenza. Al-Judai, successore di Qaradāwī ha rassegnato le dimissioni ed è subentrato Suhaib Hasan in veste di presidente ad interim. Come vede la nuova direzione?

 

El-Hazmi: Penso che non ci sarà alcuna differenza. Le decisioni vengono sempre messe al voto durante l’assemblea annuale. Il presidente del Consiglio non prende mai le decisioni da solo. Credo perciò che si continuerà sulla vecchia strada.

 

 

Il Consiglio europeo della Fatwa è un riferimento per molti in Italia?  

 

El-Hazmi: È punto di riferimento per molti ma non saprei dare una percentuale. Sicuramente lo è più in Italia che in altri Paesi d’Europa.

 

 

A novembre 2019 è nato il Consiglio Europeo degli Imam. È una iniziativa italiana?

 

El-Hazmi: Non al 100%. Ma ci sono diversi imam dall’Italia che partecipano all’iniziativa.

 

 

Chi sono questi imam?

 

El-Hazmi: Generalmente al Consiglio partecipa il presidente dell’associazione degli imam di ciascun Paese. Il numero dei partecipanti per Paese sale se l’associazione degli imam nazionale è particolarmente forte. L’Italia, la Francia e la Germania, per esempio, hanno quattro o cinque rappresentanti a testa. Per l’Italia, per esempio, c’è Wagih Saad, imam di Reggio-Emilia e presidente dell’Associazione italiana degli imam e delle guide religiose. Ci sono anche io, insieme ad altri.

 

 

Qual è l’obbiettivo del Consiglio europeo degli imam?

 

El-Hazmi: Nasce per coordinare a livello europeo le associazioni nazionali degli imam. Il Consiglio vuol essere un luogo di scambio e condivisione delle esperienze a livello europeo.

 

 

Perché la sede è in Svezia?

 

El-Hazmi: Il Consiglio non ha una sede fisica, quella in Svezia è solo una sede legale. Mi pare di aver capito che in Svezia è più facile registrare le associazioni religiose.

 

 

Morgan, mi racconta il suo percorso di formazione?

 

Ghidoni: Ho fatto la scuola superiore in parte in Italia in parte negli Stati Uniti. Uno scambio interculturale mi ha portato due anni nel Kansas. Terminati gli studi superiori ho frequentato l’Università di Wichita State, in Kansas. A 20 anni, all’università, nell’ambito di un corso sulle minoranze etniche, ho fatto una ricerca sull’Islam e per raccogliere il materiale sono andato alla moschea di fronte al campus universitario. Da lì il mio interesse per l’Islam è cresciuto fino a quando ho deciso di abbracciare l’Islam e studiarlo in modo approfondito all’Università di Sana’a nello Yemen, dove ho ottenuto una borsa di studio. Così sono rimasto otto anni a Sana‘a e ho conseguito una laurea in Sharī‘a.

 

A quel punto sono tornato in Italia. Io sono di Brescia e ovviamente avevo voglia di contribuire alla comunità islamica della mia città. Ho iniziato a insegnare qui, al centro culturale islamico. Quando sono arrivato al centro mi sono stupito di trovare shaykh Amin perché ci conoscevamo di vista a Sana’a. Ci siamo incrociati diverse volte all’università. In questi anni mi sono fatto conoscere nel Nord Italia, sono diventato anche io membro dell’Associazione italiana degli imam e delle guide spirituali e, un paio di volte, ho partecipato come osservatore agli incontri annuali del Consiglio europeo della fatwa.

 

 

Allora ti chiedo un parere da osservatore. Molti membri del Consiglio europeo della Fatwa hanno un background in qualche modo legato ai Fratelli musulmani. Durante i dibattiti si percepisce questa appartenenza?

 

Ghidoni: Onestamente io non l’ho percepita. Il Consiglio ha cinque giorni a disposizione per discutere di 40/50 questioni e il tempo non è mai sufficiente. Si trascorre tutta la giornata a leggere le domande e trovare una risposta. I Fratelli musulmani poi non sono una scuola di diritto islamico perciò direi che non si percepisce proprio una loro influenza durante il dibattito scientifico del Majlis.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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