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Religione e società

L’impegno civile di una musulmana a Milano

Sumaya Abdel Qader [Foto: Arianna Pagani]

Dal consiglio d’istituto dei figli al Consiglio comunale, passando per le associazioni dei quartieri e l’attivismo nella comunità islamica. Sapendo di aver accesso a più mondi, Sumaya Abdel Qader ha voluto giocarsi in prima persona.

Ultimo aggiornamento: 06/03/2020 14:28:32

Sumaya Abdel Qader è consigliera comunale a Milano e una delle fondatrici dei Giovani Musulmani d’Italia (GMI). Il suo ultimo libro è “Quello che abbiamo in testa” (Mondadori). L’intervista fa parte della serie “Voci dell’Islam italiano”, realizzata nell’ambito del progetto “L’Islam in Italia. Un’identità in formazione”.

 

Intervista a cura di Sara Manisera

 

 

Qual è stato il tuo percorso di crescita e di formazione?

 

Sono nata a Perugia, dove ho studiato fino alle scuole superiori, poi ho iniziato il primo anno di biologia e nel frattempo mi sono sposata, così mi sono trasferita a Gallarate, dove viveva mio marito. Ho studiato il primo anno a Varese per poi trasferirmi a Milano e laurearmi. L’amore per le materie umanistiche mi ha portato poi a conseguire anche una laurea in mediazione linguistica e culturale e una laurea magistrale in sociologia con una tesi sull’attivismo transnazionale dei giovani musulmani alla luce delle rivolte arabe. Volevo approfondire questo argomento perché vedevo intorno a me un momento di sbandamento di tanti che si erano proiettati sul Paese d’origine dimenticandosi totalmente il proprio percorso di costruzione dell’identità di italiano musulmano.

 

 

Puoi spiegare meglio questo corto circuito?

 

Molti giovani hanno volto lo sguardo ai Paesi di origine pur non avendoci mai vissuto perché hanno sentito un forte richiamo identitario. Un’identità in divenire, complessa, non sempre compresa. In Italia si è fatto poco per sviluppare politiche nei confronti dei figli degli immigrati. La riforma della legge sulla cittadinanza non è andata in porto, il riconoscimento di momenti a scuola in cui si fa cultura delle religioni o dell’identità, che dia a tutti pari dignità di cittadini, non c’è stato. Inoltre queste persone vivono con sofferenza la criminalizzazione di tutto il mondo islamico, come se questo fosse un blocco unico e monolitico. Poi c’è il tema moschee. Le moschee sono un luogo importante in cui i ragazzi potrebbero vivere la propria fede e la propria spiritualità in modo pieno, rafforzando la propria identità. Invece non ci vanno quasi mai in moschea, o meglio nelle sale di preghiera, perché non sono adeguate, perché non ci sono locali decenti e permessi per metterle in regola, perché quasi sempre le amministrazioni locali non danno la possibilità di farlo. In Italia ci sono 1300 luoghi dove si svolge il culto islamico, 5 sono quelle ufficialmente riconosciute alle quali si aggiungono altre 4 a Milano appena inserite nel piano del governo del territorio. L’altro problema è l’assenza di teologi musulmani formati nelle università italiane perché qui mancano proprio i corsi, a differenza della Germania dove ci sono teologi formati nelle università tedesche. Mancano anche intellettuali musulmani di riferimento in Italia. Tutto questo lascia i giovani nella condizione di non poter approfondire la propria spiritualità e identità religiosa, con il rischio di dover cercare su internet dove il pericolo di finire in siti di integralisti è grande.

 

 

Perché hai scelto di impegnarti nella società civile italiana?

 

Per senso di responsabilità e del dovere non mi sono sentita di mettermi da parte. Perché amo questo Paese e voglio servirlo. Sapendo di avere accesso a più letture e a più mondi ho sempre pensato che chi, come me, poteva avere questa ricchezza dovesse restituirla. E quindi nel mio piccolo ho sempre contribuito, dal consiglio d’istituto dei miei figli alle associazioni dei quartieri. Mi sono attivata con l’associazione Amici del parco Trotter e in molti altri campi. Contemporaneamente c’è stato l’attivismo nella mia comunità musulmana. Sono una delle fondatrici dei Giovani Musulmani d’Italia (GMI), mi sono impegnata a livello europeo nel forum delle donne musulmane in Europa (EFOMW), oggi parte dell’European Network Against Racism (ENAR) e sono stata una delle promotrici e animatrici del progetto Aisha per il contrasto della violenza di genere. Poi nel 2016 mi è arrivata la proposta di candidarmi in politica con Giuseppe Sala. Ci ho pensato tanto perché sapevo che mi avrebbe travolta in tante cose. Com’è stato: sono stata obiettivo di razzisti e islamofobi, sono stata accusata di essere una estremista radicale che avrebbe islamizzato la città di Milano. Fa sorridere, lo so. Ho ricevuto attacchi sul velo in una polemica sull’opportunità di portare un simbolo religioso in una istituzione pubblica. Sono stata accusata di far parte di frange estremiste e così via. Tutte cose che mi sono lontane e che la mia storia ben dimostra. Paradossalmente sono stata anche vittima di estremismi musulmani che in campagna elettorale mi hanno tacciata come apostata e mi hanno contestato di far politica (una donna che fa politica non è vista bene). Ho ricevuto comunque moltissima solidarietà e non a caso più di mille persone hanno espresso la preferenza nei miei confronti alle urne.

 

 

Quali sono le difficoltà per una donna italiana musulmana?

 

Per una donna italiana musulmana che vuole impegnarsi nella società non è sempre facile. Bisogna sempre fronteggiare lo stigma. Spesso ci troviamo in mezzo a due fuochi, specialmente se si porta il velo. Nelle ultime elezioni comunali, oltre dieci ragazze musulmane si sono candidate nelle città italiane. Tutte sono state “massacrate” nello stesso modo: o si diceva che appartenevano a frange estremiste o che lanciavano l’allarme islamizzazione. C’è una grande responsabilità dei media e dei politici. Tuttavia ho uno sguardo molto positivo. La mia esperienza mi ha fatto vedere un grande attivismo sociale, politico e culturale tra le donne, più che tra gli uomini. Perché? Perché c’è tanta voglia di riscattarsi e tanta voglia di essere protagoniste, di esserci. Cominciano a crescere anche donne direttrici di centri islamici. Oppure con responsabilità di rilievo. A Monza la presidente della moschea è una donna e così in altre città. Anche l’associazione degli imam e guide spirituali italiana ha oggi la sua componente femminile e adesso il consiglio dei garanti ha la presidentessa donna. Che è una rivoluzione pazzesca. Non credo esista da nessuna altra parte. Ma questo non fa notizia.

 

 

Che rapporto hai con la fede?

 

C’è un sentimento di amore con la fede e un sentimento di conflitto con alcuni aspetti della religione. Io credo moltissimo in Dio, in qualcosa di altro superiore a noi. Questo non l’ho mai messo in dubbio. Le mie difficoltà spesso emergono su questioni legate ad alcune interpretazioni succedutesi nel tempo, non di rado con un taglio maschilista e poco lungimirante. Io credo che l’interpretazione religiosa debba essere flessibile in base al tempo e allo spazio e in base alla cultura che progredisce perché deve avere la capacità di adattamento al contesto. La religione serve a rispondere ai dubbi e ai problemi delle persone e a dare risposte molte più alte e profonde, rispetto al semplice “metto o non metto il velo”, o “mi sposo o non mi sposo”, e alcune risposte che un tempo potevano bastare oggi non bastano più. Quindi sono sempre alla ricerca di chi dice cose stimolanti che facciano riflettere.

 

 

Che rapporto hai con la famiglia?

 

Mio padre ha sempre voluto che noi figlie studiassimo. Lui è venuto in Italia a studiare medicina quando aveva diciannove anni, mia madre è arrivata quando ne aveva quindici. I miei figli sono praticamente la terza generazione. La mia famiglia mi ha sempre supportata e aiutata moltissimo. Mio padre mi ha trasmesso un grande senso del dialogo. È una persona molto conosciuta a Perugia essendo imam della città ed è stato uno dei primi ad aprire una strada di dialogo con le altre religioni, rompendo il tabù del dialogo con gli ebrei. Ci portiamo dentro questi insegnamenti. E poi c’è mio marito che è stato un po’ la chiave di tutta la mia storia perché mi ha sempre difeso e non ha mai messo limiti alla mia libertà e ricerca di autodeterminazione, anzi, è il mio primo sponsor e il mio impegno politico è un po’ colpa sua.

 

 

Quali sono i progetti per il futuro?

 

Continuare a costruire ponti e creare legami tra le persone. Abbattere le barriere di paura, diffondere e promuovere conoscenza.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

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