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Oltre il Coronavirus: le guerre in Medio Oriente continuano

[kirill_makarov - Shutterstock]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 03/04/2020 12:45:22

Se le attività quotidiane di molti Paesi del mondo si sono fermate o hanno almeno rallentato, al contrario le guerre continuano imperterrite, mentre il mondo ha rivolto lo sguardo alla pandemia di Covid-19. Nella rassegna di questa settimana analizziamo tre distinti teatri di guerra mediorientali legati da alleanze strategiche, e ci soffermiamo poi sulla risposta al Coronavirus di un Paese grande e popoloso come l’Egitto.

 

Siria

 

Domenica 29 marzo, ad Hasaka, una città nel nordest della Siria è scoppiata una protesta nelle carceri dove sono imprigionati 5.000 ex-combattenti dello Stato islamico, molti dei quali stranieri. Le Syrian Democratic Forces (SDF), hanno riportato la situazione sotto controllo non senza difficoltà. Il Guardian spiega che alcuni prigionieri (non si sa con esattezza quanti) sono riusciti a fuggire, nonostante l’appoggio aereo arrivato dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti che ha aiutato nelle operazioni di sorveglianza e nella ricerca dei fuggitivi.

 

Il problema della gestione delle carceri in tempo di pandemia è una situazione che riguarda altri Paesi del Medio Oriente (e anche in Occidente la situazione desta preoccupazione), ma è soprattutto la situazione della Siria a non dover essere sottovalutata secondo il Foglio. Grazie alla pandemia infatti, potrebbe aprirsi una finestra d’azione per lo Stato islamico in quei Paesi impegnati ad affrontare altre criticità. È quanto potrebbe avvenire in Siria dove si è registrata la prima morte per  Covid-19, o in Iraq, dal quale da settimane si stanno ritirando le truppe internazionali che hanno combattuto contro l’ISIS. La presenza, al confine con la Turchia, di Hayat Tahrir al-Sham è infine un ulteriore elemento di instabilità che potrebbe catalizzare la rinascita di mire terroristiche nell’area levantina.

 

Come spiega bene Al Monitor infatti, negli ultimi giorni ci sono stati alcuni scontri anche tra le forze turche e i gruppi jihadisti nella zona di Idlib, che rifiutano di essere coinvolti nel cessate il fuoco stabilito tra Russia e Turchia. Un accordo che comunque non è stato pienamente rispettato per quanto riguarda i pattugliamenti delle autostrade strategiche M4 ed M5. Dalla mappa dell’Institute for the Study of War infatti si può capire come la Turchia stia cercando di rafforzare la propria posizione in previsione della ripresa delle ostilità. 

 

Nel frattempo venerdì sera si sono verificati dei contatti telefonici tra il presidente siriano Bashar al-Assad e il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti (EAU) Mohammad bin Zayed. Il piccolo regno del Golfo ha dichiarato il proprio supporto alla Siria, inizialmente in termini molto generali, stando al tweet della presidenza siriana che conferma la chiamata. Se Abu Dhabi ha poi affermato che l’aiuto vuole essere un supporto per la gestione dell’epidemia, come scrive il New York Times, tuttavia secondo alcuni analisti potrebbero esserci ulteriori interessi. In base a quanto scrive Formiche gli Emirati stanno cercando una politica più indipendente dall’Arabia Saudita. Secondo l’ex ambasciatore siriano in Turchia, la rinnovata ripresa dei rapporti tra Emirati e Siria, a un anno e mezzo dall’apertura dell’ambasciata emiratina a Damasco, è sintomo della necessità di Abu Dhabi di contrastare Ankara, tanto nella guerra in Siria che negli altri teatri di guerra dell’area MENA, in particolare in Libia. Ipotesi su cui concorda anche un’analisi pubblicata da Treccani, secondo cui la chiamata di Mohammad bin Zayed può aver avuto un ruolo anche nell’appoggio di Assad alla politica di Haftar in Libia, sempre in funzione antiturca.

 

Libia

 

Nonostante l’Organizzazione mondiale della sanità abbia considerato la Libia uno dei Paesi a maggior rischio per la diffusione della Covid-19 insieme a molti altri Stati del Nord Africa, il conflitto non si è fermato e questo ha provocato, oltre a un aumento dei prezzi, una fortissima pressione sulle cliniche private, di cui parla Middle East Eye. L’unica misura precauzionale presa finora è stata il rilascio di 450 prigionieri. Gli scontri non solo continuano, ma si sono intensificati, scrive il Guardian: entrambe le parti stanno infatti cercando di approfittare della distrazione del resto del mondo, focalizzato sulla pandemia. Gli scontri degli ultimi giorni si sono concentrati a Tripoli, dove la coalizione di Khalifa Haftar ha ricevuto un ampio supporto dagli Emirati Arabi Uniti, riporta The Libyan Observer. Anche in questo contesto geopolitico, quindi, ritroviamo le stesse alleanze già consolidate anche in Siria e in Yemen. ISPI spiega come interessi simili abbiano fatto convergere EAU e Arabia Saudita contro Turchia e Qatar. Entrambi gli schieramenti condividono non solo sovrapponibili aspirazioni geopolitiche, ma anche uguali visioni di una certa “governance politico-sociale”: quella di EAU e Arabia Saudita preferisce un forte impegno militare che possa arginare l’Islam politico, mentre quella di Turchia e Qatar è favorevole a un’islamizzazione dal basso.

 

Infine, è ufficialmente partita la missione europea a comando italiano Irini, “pace” in greco. Il compito principale sarà quello di far valere l’embargo sulle armi verso la Libia, che finora non è stato rispettato da nessuna delle parti in gioco. Tra gli obiettivi secondari anche il monitoraggio sull’esportazione illecita di petrolio dalla Libia e il contrasto ai trafficanti di esseri umani, spiega Formiche.

 

Yemen

 

La tregua proposta dalle Nazioni Unite venerdì scorso non è durata. O meglio, non è nemmeno cominciata, perché già durante la notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo, l’Arabia Saudita ha intercettato due missili,  scrive Le Monde. In seguito l’attacco è stato rivendicato dai ribelli Houthi. Non si è fatta attendere la risposta del regno saudita, che lunedì ha colpito le forze ribelli nella capitale, Sana’a, riporta Al Jazeera, mentre un portavoce della coalizione a guida saudita ha incolpato l’Iran dei recenti attacchi, scrive Middle East Eye. Un importante alleato della coalizione a guida saudita, gli Stati Uniti, starebbe cercando di promuovere un dialogo tra le due fazioni in guerra, secondo il quotidiano emiratino The National; tuttavia gli USA hanno tagliato gli aiuti allo Yemen approfittando della distrazione della comunità internazionale, commenta il New York Times, e questo nonostante gli appelli degli esperti sanitari che chiedono che venga in qualche modo raggiunta una tregua. Anche qui, l’unica misura presa a livello sanitario finora è stata la liberazione di 470 detenuti. Infine, per un bilancio sull’ultimo anno di guerra, un Panel di esperti delle Nazioni Unite ha stilato un rapporto che evidenzia le tendenze consolidate degli attori coinvolti nel conflitto e ipotizza delle possibili linee di sviluppo future.

 

L’Egitto alla prova del Coronavirus

 

Al Monitor racconta che in Egitto si sta affrontando il Coronavirus con una campagna di disinformazione. Dalle prese in giro dei personaggi dello spettacolo, ai commenti dei presentatori TV, la pandemia non è stata presa seriamente, e non è nemmeno stato possibile informare la popolazione sui rischi di Covid-19. Nelle settimane scorse, infatti, i giornalisti che hanno provato a stimare le reali cifre del contagio sono stati espulsi, scrive Al Jazeera. Tra questi una giornalista del Guardian, di cui il giornale ha ricostruito le vicissitudini: dopo aver pubblicato uno studio scientifico sulla possibile reale diffusione dei contagi, le autorità diplomatiche inglesi le hanno notificato che per volontà dell’apparato di sicurezza egiziano avrebbe dovuto lasciare il Paese.

 

Tuttavia, dopo l’iniziale diniego, è stato indetto un coprifuoco. La popolazione si è riversata sui social anche in cerca di un senso di comunità leso dalla necessità di rimanere ciascuno in casa propria. È il caso dei copti egiziani. Questa antica Chiesa, che aveva mantenuto gli edifici di culto aperti anche dopo aver subito una serie di attentati terroristici, ha sviluppato nuovi metodi di preghiera virtuale, che permettono di rispettare le regole del distanziamento sociale.

 

Ma la mancata trasparenza del governo egiziano, sempre secondo il Guardian, potrebbe rivelarsi controproducente nei confronti dello stesso al-Sisi: questa politica fa sembrare che l’Egitto abbia qualcosa da nascondere. Vero o falso che sia, il Guardian ritiene che comunque la mancanza di trasparenza su una questione così seria dimostri agli occhi della comunità internazionale la scarsa affidabilità del presidente egiziano.

 

In breve

 

In Libano, nel pieno della crisi finanziaria, le manifestazioni continuano, sebbene il governo stia cercando di reprimerle, (La Croix)

 

L’Arabia Saudita ha consigliato ai fedeli musulmani di non fare programmi per l’Hajj. A causa della pandemia il pellegrinaggio potrebbe essere sospeso (AP News).

 

Ogni due anni viene pulito il Muro del Pianto a Gerusalemme e vengono raccolte le preghiere dei fedeli. Le immagini di Reuters mostrano come l’operazione avvenga anche in tempo di pandemia.

 

Secondo Foreign Policy New Delhi è diventata un “campo di battaglia tra identità”: con il Coronavirus i musulmani sono la minoranza più esposta ai rischi. Sempre in India c’è grande preoccupazione per i rifugiati Rohingya, scrive Al Jazeera.

 

In Mali si sono svolte le elezioni nonostante Covid-19 e il rapimento del leader dell’opposizione da parte di un gruppo jihadista. (Le Monde).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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