Robert W. Hefner (a cura di), Shari‘a Politics. Islamic Law and Society in the Modern World, Indiana University Press, Bloomington (IN) 2011

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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:35:53

Da quando nel 2008 ebbero luogo i due seminari da cui nasce Shari‘a Politics, il tema è diventato, se possibile, ancora più attuale. Eppure sono rari i lavori che offrono una presentazione così completa dell’argomento. Con due principali pregi: per ciascuno degli otto Paesi musulmani di cui tratta, il volume accumula una messe di dati frutto d’interviste e ricerche sul campo. Al contempo, non rinuncia a una lettura unitaria sia nella contestualizzazione storica sia per quanto riguarda le prospettive future. L’idea di fondo è che oggi la sharî‘a sia nelle società musulmane al centro di un acceso dibattito, non più limitato ai tradizionali depositari del sapere religioso. In alcuni Paesi come la Nigeria settentrionale l’introduzione della sharî‘a viene vissuta come un progresso rispetto alle tradizioni locali, in particolare per il maggior ruolo che essa attribuisce all’individuo. Ciò paradossalmente sembra valere anche per le donne, come dimostra la nascita di scuole femminili e l’insistenza sui diritti matrimoniali che, se codificano un’inferiorità giuridica, sono comunque preferibili alle tradizioni tribali. Un contro-esempio è offerto dall’Afghanistan, dove la sharî‘a è tuttora confusa con le consuetudini locali, ragion per cui «il modo per istillare quelli che sembrano concetti estranei [alla società afgana] è radicarli in una tradizione islamica esistente» (203-204). Tuttavia, con l’evoluzione della società diventano sempre più problematici alcuni aspetti: punizioni corporali (lapidazione, taglio della mano etc.), inferiorità giuridica della donna, trattamento delle minoranze religiose, libertà di coscienza. Il Paese che ha scelto il percorso probabilmente più coerente è l’Iran post-rivoluzionario: il risultato però è stato disastroso e il contributo di Baktiari documenta la crescente insofferenza della popolazione, che sfocia in un’aperta ostilità verso il clero e talvolta in atteggiamenti apertamente anti-religiosi. L’Arabia Saudita invece fa storia a sé, per il regime di “collaborazione forzata” tra ‘ulamâ’ e re che la storia ha lasciato in eredità e che rende molto difficile una riforma dall’interno. La forza nuova è qui l’opposizione islamista. Altri Paesi muovono invece verso una concezione della sharî‘a come un riferimento etico piuttosto che come un sistema giuridico. Ciò che conta sono allora gli obiettivi della sharî‘a, lo spirito piuttosto che la lettera delle prescrizioni giuridiche. Sembra essere il caso della Turchia, in cui gli aspetti problematici della Legge sono spesso considerati pure consuetudini arabe. Un membro del movimento religioso Nurcu dichiara significativamente in un’intervista: «In alcuni Paesi musulmani c’è la sharî‘a senza l’Islam» (173). Il contrasto non potrebbe essere più stridente con il Pakistan, Paese inizialmente modernista quasi quanto la Turchia, ma in cui i governanti rimasero intrappolati in un confronto con gli ‘ulamâ’ e gli islamisti che si è tradotto in un deficit cronico di legittimità. L’Egitto invece, sembra collocarsi in una terra di mezzo: ciò che è cambiato dopo la rivoluzione non sono i termini del dibattito, ma i rapporti di forza. Più positivo il caso dell’Indonesia, nonostante il tentativo d’introdurre norme sciaraitiche prima nella Costituzione (senza successo) e poi nelle varie province. In ogni caso – e l’osservazione è di portata generale – il processo di eticizzazione «non significa una privatizzazione della religione» (46). Il libro ha un lieto fine: gli autori sono infatti convinti che, malgrado difficoltà e passi indietro, «a lungo termine la Legge resterà un elemento guida per i musulmani solo se saprà rispondere e assumere le aspirazioni partecipative e pluralistiche della nostra epoca» (48). Anche se gli ultimi sviluppi invitano a cautela, quantomeno l’alternativa è chiara: sharî‘a come legge dello Stato, incompatibile in alcuni suoi aspetti con la democrazia liberale. Oppure sharî‘a come riferimento etico, integrabile in una società plurale aperta alla dimensione religiosa. Ai musulmani la scelta.

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