Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 28/02/2025 13:10:22

Questa settimana i media arabi hanno commentato abbondantemente, e in modo molto benevolo, la Conferenza per il Dialogo nazionale che lunedì ha riunito a Damasco 570 siriani, espressione delle diverse parti della società civile. Al-Quds al-Arabi, sempre molto sensibile alle vicende che interessano la Siria, è fiducioso nel percorso avviato dalla Conferenza, la cui essenza è riassunta nelle parole con cui il nuovo leader del Paese, Ahmed al-Sharaa, ha aperto i lavori: «Non siamo bravi a piangere sulle rovine, né a lamentarci, ma siamo una comunità operosa e diligente». L’editoriale smorza inoltre le critiche sollevate dall’assenza ai colloqui delle Forze democratiche siriane (SDF), che non sono state invitate a partecipare perché «la Conferenza è una formula sociale, non partitica, non partigiana e non militare». Ciò non significa però che i curdi non fossero rappresentati all’appuntamento. Il Comitato preparatorio, prosegue l’articolo, ha incontrato i rappresentanti dei governatorati di Deir el-Zor, Raqqa e Hasakah, dove le SDF estendono la loro influenza.

Sullo stesso quotidiano lo scrittore palestinese Suhail Kiwan parla dell’incontro come di un segno di «buon auspicio», che «sfila il tappeto da sotto i piedi dei sostenitori dell’isolazionismo confessionale e di coloro che hanno tendenze divisive, e chiede la fine delle milizie armate e della politica di vendetta, oltre la presenza di un unico e forte esercito per lo Stato siriano». Kiwan tranquillizza chi teme che il nuovo governo siriano possa naufragare come è accaduto al governo islamista di Mohammad Mursi in Egitto nel 2013, rovesciato dalla «contro-rivoluzione» un anno dopo essersi aggiudicato le elezioni. Al-Sharaa non subirà lo stesso destino perché in Siria «le circostanze sono diverse a livello popolare, geografico, politico e militare».

«È guarita la Siria?», domanda il giornalista siriano Ahmad Sado su al-Arabi al-Jadid (quotidiano panarabo di proprietà qatariota). «Noi siriani, scrive il giornalista, possiamo dire di aver ottenuto molto spazzando via il regime di Assad e liberandoci dalla presa dei mullah di Teheran, ma non possiamo ancora dire di aver superato il collo di bottiglia e di essere in buona salute». La speranza è viva, ma le difficoltà sono tante – per risanare l’economia siriana servono almeno cinquant’anni, mentre per ricostruire le infrastrutture, andate distrutte per il 65%, sono necessari almeno 500 miliardi di dollari. A questo, prosegue l’editoriale, si aggiunge il problema dell’unità del Paese: non è affatto scontato che la visione delle fazioni curde del nord-est della Siria coincida con quella della nuova amministrazione. Inoltre, spiega Sado, la comunità internazionale esita a revocare le sanzioni, che pesano come un macigno sulle spalle dei siriani. Anche «l’operato del governo ad interim per il momento è modesto, mentre siamo ancora in attesa che venga formulato un patto nazionale tra tutte le componenti del popolo siriano», conclude l’articolo.

La Conferenza ha portato alla luce la diatriba tra i siriani rimasti in patria e gli esuli. Come scrive la poetessa siriana Rasha Omran sulla stessa testata, ciascun gruppo pensa di aver sofferto più dell’altro e di poter vantare più diritti. Gli esuli pensano di essere stati costretti a lasciare il Paese per la loro opposizione al regime, privati per anni della possibilità di vedere le loro famiglie rimaste nel Paese e di salutare i loro morti, spogliati dei loro diritti civili e spesso delle proprietà. Sentendosi gli unici «veri detentori della rivoluzione e della vittoria», essi sono infastiditi dalla nomina a cariche apicali di persone che sono rimaste nel Paese. I fuoriusciti «credono infatti che tutti i funzionari rimasti in Siria siano, chi più, chi meno, collusi con il regime e che pertanto non abbiano pagato alcun prezzo». Dal canto loro, questi ultimi ritengono invece di essere più meritevoli di chi è fuggito all’estero, perché con la loro presenza «hanno impedito che si verificasse il cambiamento demografico voluto dal regime e dai suoi alleati iraniani e russi», e credono che «ciò che hanno sofferto in termini di ingiustizia, oppressione, povertà, condizioni di vita disumane, esposizione quotidiana ai bombardamenti con i figli costretti a combattere in guerra e a morire», oggi meriti un compenso. La prima rivoluzione è terminata con successo, conclude Omran, ma adesso deve iniziare la seconda rivoluzione, a cui devono partecipare tutti i siriani.

Il quotidiano panarabo di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat non ha commentato l’evento. Lo ha fatto però al-Majallah, rivista digitale cui lo stesso al-Sharq al-Awsat rimanda per seguire le vicende siriane dopo la caduta di al-Assad, che nel suo resoconto della due giorni damascena ha celebrato l’umiltà e la modestia di Ahmed al-Sharaa, il quale «ha fatto cenni ai presenti di non alzarsi al suo ingresso in sala», e il clima di apertura e amicizia instauratosi fin da subito tra i siriani. L’ articolo esalta inoltre «la varietà culturale, etnica e religiosa» degli astanti e la presenza femminile, nell’ottica di testimoniare la volontà di dialogo e di apertura di al-Sharaa. Il sottotitolo dell’articolo – “La strada verso un’esperienza siriana di successo” – e i suoi toni celebrativi confermano il sostegno saudita al nuovo governo siriano.

«Invece di parlare di ciò che vogliono i siriani, sarebbe stato meglio che il Comitato ascoltasse ciò che i siriani non vogliono», scrive il giornalista siriano Ali Qasim su al-‘Arab (quotidiano filo-emiratino). Essi non vogliono «vedere un leader divinizzato, che siede a vita sulla poltrona presidenziale, e non vogliono essere di continuo accusati ingiustamente dalle agenzie di intelligence, che irrompono nelle loro case prima dell’alba, li strappano dai loro letti e li gettano in celle chiuse dove non entra luce, senza che abbiano il diritto di difendersi». I siriani «non vogliono una società in cui gli slogan siano più importanti della vita degli individui. Per più di sessant’anni il siriano ha indossato abiti in stile militare e ripetuto slogan vuoti su un’unità che non si è mai realizzata, e discorsi di vittorie che si sono tradotte sempre e solo in sconfitte sul campo». Al-Sharaa, conclude il giornalista, è determinato a proteggere l’interesse del suo Paese come si evince dalle sue dichiarazioni, «scioccanti per alcuni», sulla sua posizione in merito, per esempio, a Israele – «la Siria non utilizzerà la sua posizione per attaccare Israele e rispetterà l’accordo del cessate il fuoco del 1974» – per evitare ulteriori escalation nella regione e proteggere la sovranità di Damasco. «La Repubblica del Captagon, le milizie e le bande di contrabbandieri che prosciugavano il Paese con il pretesto di guerre immaginarie, sono cadute. L’unica guerra che hanno combattuto è stata quella contro i siriani».