Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 10/03/2025 16:54:54

Oggi gli editoriali dei principali quotidiani panarabi sono dedicati al massacro avvenuto nei giorni scorsi in Siria ai danni della minoranza alawita. La stampa filo-saudita mantiene il suo sostegno ad al-Sharaa, evidenziando la necessità di consolidare la sua leadership e rafforzare la stabilità del Paese, mentre i quotidiani vicini al Qatar accusano Israele e l’Iran di aver orchestrato gli scontri confessionali.  

L’ex direttore del quotidiano di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat, ‘Abdel Rahman al-Rashid, attribuisce la responsabilità delle violenze interamente ai sostenitori dell’ex regime di Assad. Le forze legate al governo passato e i regimi regionali sconfitti dalla caduta di Assad – tra cui Teheran, le milizie irachene e Hezbollah «continueranno a fungere da elementi destabilizzanti istigando le piazze scettiche contro il nuovo regime». I sunniti, i cristiani e gli alawiti che avevano sostenuto Assad e hanno perso i loro privilegi dopo la sua fuga, agiscono contro Damasco cercando di mobilitare due milioni di alawiti contro il nuovo regime. Messo a dura prova, al-Sharaa «non deve permettere ai suoi oppositori di trascinarlo nella stessa logica, confessionale e violenta, del regime precedente, e deve evitare di trattare con le armi ciò che non è capace di fare con la politica», conclude l’articolo.

Molto critico verso al-Sharaa è invece il giornalista iracheno Haitham Al-Zubaidi, che sul quotidiano filo-emiratino al-‘Arab critica il presidente ad interim per le dichiarazioni rilasciate dopo gli scontri, che tradiscono «una mancanza di consapevolezza della portata della tragedia umana, un disprezzo per il sangue delle vittime e un’incapacità di comprendere la gravità dell’escalation che minaccia di ampliare la portata della violenza nel Paese».

Diversa la posizione di al-Arabi al-Jadid, che ha pubblicato una serie di articoli critici sia nei confronti degli ex sostenitori di Assad sia di Ahmad al-Sharaa. La Siria rischia di annegare nel «pantano della guerra civile», scrive Hayyan Jaber. Responsabili dell’accaduto sono l’attuale governo, che fin dall’inizio «ha puntato sulla divisione confessionale», e l’ex regime di Assad, che per decenni «ha soffocato il movimento popolare siriano con la repressione e il controllo» militare, contribuendo ad alimentare le fratture confessionali. La nuova amministrazione di Damasco «ha rifiutato qualsiasi forma di rappresentanza politica per i siriani e ha limitato i meccanismi di rappresentanza alle strutture confessionali e regionali, nel tentativo di monopolizzare la questione siriana e consolidare la base confessionale». Questo approccio, in cui crede la maggioranza dei siriani, si fonda sull’idea che l’identità religiosa coincida con l’appartenenza politica, annullando così il pluralismo di pensiero e perfino il senso di appartenenza nazionale, conclude l’articolo.

Lo stesso quotidiano ha pubblicato una vignetta in cui i resti del regime di Assad, rappresentati dalle gambe mozzate di una statua raffigurante verosimilmente l’ex-presidente, brandiscono il fucile e aprono il fuoco con un ghigno malefico, a simboleggiare la persistenza della violenza e dell’oppressione anche dopo la sua caduta.

Al-Quds al-Arabi analizza le implicazioni geopolitiche della «grande crepa che ha colpito la pace civile siriana» e ipotizza il coinvolgimento nel massacro di attori esterni che potrebbero trarre vantaggio da una Siria divisa e in guerra. L’articolo punta il dito contro Israele, la cui «ingerenza nei recenti eventi siriani è stata chiara fin da subito, sia attraverso le dichiarazioni, l’ultima delle quali è stata la richiesta di Tel Aviv all’Unione Europea di smetterla di “riconoscere la legittimità” alle nuove autorità in Siria, sia nei ripetuti annunci a sostegno delle minoranze, in particolare i drusi nel sud del Paese». L’articolo denuncia, inoltre, le campagne sui social media condotte da Israele, accusato di «diffondere informazioni fuorvianti e invocare la divisione della Siria». Il giornalista menziona anche l’Iran che, dopo aver perso con la caduta del vecchio regime la propria influenza strategica nel Paese, «ha esultato per le vittorie dei ribelli fedeli ad Assad». Di fronte a questo scenario, l’articolo invita al-Sharaa a passare dalle dichiarazioni ai fatti avviando dei «negoziati con i curdi, i drusi e gli alawiti per ridurre le divisioni crescenti e ricucire il tessuto sociale siriano, gravemente compromesso».

Anche al-Jazeera attribuisce a Israele e all’Iran la responsabilità del massacro. «Israele rappresenta la minaccia più grave per la rivoluzione siriana» e «ha avuto un ruolo chiaro negli eventi di Latakia», scrive il giornalista turco Kemal Öztürk. Dall’insediamento del nuovo governo a Damasco, Tel Aviv ha intensificato i bombardamenti sulle infrastrutture militari siriane, occupato territori strategici e, nell’ultimo mese, ha adottato una strategia volta a destabilizzare il Paese, fomentando gli scontri confessionali. L’obiettivo di Israele, sostiene l’articolo, «non è rovesciare il regime, ma creare un caos che impedisca la stabilità e la ripresa della Siria». Il confessionalismo, prosegue Öztürk, è una delle eredità più dannose lasciate dalla famiglia Assad. Se Damasco vuole neutralizzare la carta confessionale usata da Israele e dell’Iran, «deve evitare di ripetere gli errori di Assad e non limitarsi a costruire un regime fondato sul predominio della maggioranza sunnita».

 

 

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